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sabato 19 dicembre 2015

Attenti ai social network.

La scorsa settimana il cofondatore e CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato che insieme alla moglie darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni della società, che attualmente hanno un valore intorno ai 45 miliardi di dollari. Poco dopo l’annuncio sui social network moltissimi hanno scoperto di essere esperti di filantropia, e hanno litigato tra chi ha difeso la scelta di Zuckerberg e chi l’ha giudicata un’operazione opportunistica “per-pagare-meno-tasse”. All’inizio della settimana un candidato alle primarie repubblicane per le presidenziali negli Stati Uniti, Donald Trump, ha proposto di chiudere i confini per impedire ai musulmani di entrare nel paese, a suo dire l’unica soluzione per evitare altre stragi come quella di San Bernardino in California da parte di due estremisti. Su social network e blog la proposta di Trump è stata definita assurda, impraticabile o geniale a seconda dei casi, con ulteriori litigi, insulti, provocazioni e discussioni infinite e infruttuose. Gli esempi potrebbero proseguire a lungo e portano sempre alla stessa domanda: è Internet che ci rende peggiori?
Sul New York Times di oggi Farhad Manjoo prova a dare una risposta, o per lo meno prova a offrire qualche riflessione sul tema: “Non sarebbe quasi un mondo da sogno, in queste recenti settimane così sovreccitate, vivere liberi dai social media?”. Manjoo non è un vecchio editorialista conservatore e trombone: è un trentottenne giornalista esperto di tecnologia e internet, appassionato di innovazioni, che si occupa di questi temi da anni e in passato ha scritto anche su Slate e sul Wall Street Journal. I toni su Internet sono quasi sempre sopra le righe, dice Manjoo, ma quest’anno lo sono stati più del solito: estremisti di ogni tipo riescono a spiccare nel rumore di fondo e ottenere più visibilità a scapito di chi ha toni più pacati e ragionevoli, rendendo di fatto Internet un posto inospitale. Susan Benesch, docente dell’università di Harvard, spiega: “È diventato così comune incappare in spazzatura e violenza online che le persone ormai hanno accettato la cosa. Ed è diventato tutto così rumoroso da obbligarti a urlare più forte, e dicendo cose più scioccanti, per farti sentire”.
Parte della sovreccitazione online è dovuta ai tempi in cui viviamo e alle notizie che riceviamo, ormai quotidianamente, su attacchi terroristici, uccisioni di massa, sparatorie, razzismo, proteste e violenze di ogni tipo da tutto il mondo. Le informazioni su queste cose vengono condivise rapidamente sui social network e commentate ancora più velocemente, spesso senza pensarci più di tanto o avere un’idea precisa di quali siano le cause e le circostanze in cui si sono verificati determinati fatti. Manjoo scrive che i social network contribuiscono ad alimentare un circolo vizioso di azione e reazione: “La reazione di Internet a una determinata situazione diventa parte e seguito della storia, così da intrappolare i media in una escalation, in un giro infinito di 140 caratteri, di reazioni d’impulso e istantanee”.
Quando Donald Trump dice qualcosa di insulso, come “bisogna chiudere Internet”, le sue parole non vengono solo riprese da qualche giornale o televisione: “diventano un’ondata di contenuti che continuano a ripetersi e a sovrapporsi nelle tue timeline, trasformandosi nella cosa predominante”, spiega Whitney Philips, docente presso la Mercer University e autore di diverse ricerche sui troll online. Una volta che si avvia questo meccanismo si produce una spirale di “contenuti sui contenuti” che in realtà non porta avanti la conversazione ma semmai la dirotta verso battute a caldo, opinioni campate in aria e spesso prive di qualsiasi base oggettiva. Manjoo sul New York Times scrive: “In ogni argomento o sei parte di un gruppo o di un altro: più riesci a esprimere il tuo sdegno aspramente, più reazioni otterrai dall’altra parte”.
Un recente esempio, molto discusso, riguarda l’opinionista statunitense di estrema destra Erick Erickson. In seguito alla pubblicazione di un editoriale sulla prima pagina del New York Times in cui si chiedeva un maggior controllo delle armi in America, Erickson si è procurato una copia del giornale e l’ha crivellata di colpi di pistola. Poi ha scattato una fotografia del New York Times con i buchi lasciati dai proiettili e l’ha pubblicata su Twitter, dove è stata molto ripresa e commentata.
Manjoo ricorda che Internet non fu inventata “per essere così brutta: ai primi tempi, i suoi pionieri avevano in serbo grandi idee sulla capacità del Web di espandere la democrazia”. John Perry Barlow, uno dei più famosi attivisti per la libertà della rete, scrisse nel 1996 una sorta di manifesto in cui auspicava che in futuro il mondo potesse essere “più umano e giusto del mondo creato in precedenza dai governi”. Naturalmente Internet ha avuto nel complesso il merito di creare nuove opportunità economiche, di migliorare il livello di istruzione e di portare più democrazia in molte parti del mondo. Ma le discussioni che nascono online e le interazioni fra gli utenti non sono all’altezza degli ideali espressi da Barlow e da chi creò Internet nei suoi primi giorni.
Secondo Benesch, Barlow ebbe il difetto di pensare che “con maggiori capacità di comunicazione e la possibilità di raggiungere direttamente gli individui si genera un tipo di comunicazione migliore, più gentile e amichevole”. Nella pratica, conclude Manjoo, tutto questo non si è verificato: “Internet può migliorare o peggiorare il modo in cui parliamo con qualcun altro. Per ora, e forse per il futuro prossimo, stiamo andando verso il peggio”
Internet ci rende peggiori ? , "Il Post", 10-12-15.

domenica 13 dicembre 2015

Chi ha paura di dire la verità sugli alieni ?

Stephen Bassett ha 69 anni, sta diventando calvo e ha gli occhi di un colore tra il blu e il verde. Da ragazzo ha letto molti libri di fantascienza, ha costruito modellini di aeroplani e ha vissuto per molti anni in una base militare in cui lavoravano i suoi genitori. Suo padre gli parlava poco e litigava spesso con sua madre, e Basset ha sviluppato tendenze ossessivo-compulsive. Da molti anni Bassett ha un obiettivo: far sì che il governo degli Stati Uniti ammetta di aver nascosto le prove che dimostrano che gli alieni esistono e sono stati sulla Terra. Poco meno di vent’anni fa Basset ha anche capito una cosa: alle persone rapite dagli alieni serviva un lobbista, qualcuno che parlasse di loro e che difendesse i loro interessi davanti al governo degli Stati Uniti. Da circa 19 anni Basset è quindi il primo, e finora unico, lobbista delle persone che dicono di essere state rapite dagli alieni.
Prima di diventare il lobbista di chi sostiene di aver incontrato gli alieni Bassett aveva lavorato per quatto mesi per il Program for Extraordinary Experience Research (PEER), un gruppo di ricerca creato nel 1993 da John Mack, uno psichiatra e saggista vincitore di un premio Pulitzer e morto nel 2004. Il PEER era nato per ascoltare in modo neutrale «tutte le esperienze che sfidano le nostre nozioni di realtà» e, quindi, anche i rapimenti di essere umani da parte degli alieni. Mentre stava lavorando per il PEER da una piccola casa di Cambridge, in Massachusetts, Bassett ebbe un’illuminazione: avrebbe potuto continuare a collaborare con il gruppo di ricerca di Mack per il resto della sua vita, ma non sarebbe cambiato nulla. «Capii che il problema non era di tipo scientifico, era politica», ha spiegato Bassett. Anche se il PEER avesse raccolto un mucchio di prove di incontro tra umani ed extraterrestri, sulla Luna o nel prato davanti alla Casa Bianca, nessuno se ne sarebbe interessato. La “questione aliena” aveva bisogno di essere rappresentata davanti ai potenti, a chi governava.
La questione aliena era piuttosto di moda nell’estate 1996, quando uscì il film Independence Day: Basset iniziò a preoccuparsi, temendo che qualcuno avrebbe potuto avere la sua stessa idea. Smise di collaborare con il PEER, caricò tutto ciò che aveva su una Mazda malconcia e guidò fino a Washington. «Una volta arrivato ho compilato i documenti necessari a diventare un lobbista», ha raccontato.
Finora è stata una battaglia piuttosto solitaria, ma Bassett è convinto che il momento giusto per l’affermazione della sua contorta teoria – che riguarda i Clinton, il loro ex consulente John Podesta e un multi-miliardario morto qualche anno fa – sia arrivato.  Bassett ha detto di volere che il governo ammetta l’esistenza degli alieni prima che in New Hampshire si tengano le primarie delle elezioni presidenziali, il prossimo 9 febbraio: «E posso anche spiegare perché succederà», ha aggiunto.
Dopo essersi laureato al Georgia Institute of Technology Bassett ha passato circa una ventina di anni senza uno scopo preciso, giocando a tennis da professionista, facendo il consulente finanziario e mantenendosi anche grazie a un’eredità lasciatagli dal padre. Poi gli capitò di leggere un libro che cambiò la sua vita. Si intitolava Abduction: Human Encounters with Aliens (“Rapimenti: incontro tra umani e alieni”). L’autore era John Mack, che aveva iniziato a occuparsi della questione con molto scetticismo intervistando decine di persone che dicevano di essere state rapite dagli alieni, e pensando che soffrissero di qualche tipo di malattia mentale. Alla fine delle sue ricerche però non ne era più così sicuro. «Sì, prendo seriamente le storie di queste persone», spiegò nel 1994 al Chicago Tribune: «Sì, penso che stiano dicendo la verità». Bassett – l’ex appassionato di fantascienza senza un chiaro posto nel mondo – trovò finalmente qualcosa a cui dedicarsi.
Nel 1961 l’astronomo Frank Drake disse di aver trovato un’equazione per calcolare il numero di civiltà aliene che stanno cercando di comunicare con noi. Alcuni mesi fa Drake ha detto al Washington Post: «Ne possiamo individuare 10mila, ma ce ne sono molte di più». Considerando quanto è grande l’universo, non è da folli immaginare che ci sia qualcosa oltre a noi. Una teoria è che tutte le avanzate civiltà aliene finiscano distrutte dalla stessa tecnologia che hanno creato, prima di riuscire a mettersi in contatto con la Terra. È una teoria piuttosto cupa, e non c’è da stupirsi se molti esseri umani tendono a preferire un’ipotesi più ottimista: gli alieni esistono, e si sono messi in contatto con noi, ma c’è una cospirazione governativa per non farcelo sapere.
Secondo un sondaggio pubblicato nei primi mesi del 2015 dall’Huffington Post circa la metà degli americani crede nell’esistenza di un qualche tipo di forma di vita aliena, e uno su quattro pensa persino che gli alieni siano arrivati sulla Terra. Nonostante questo per Buffett non fu facile farsi ricevere a Washington dai membri del Congresso degli Stati Uniti. «Nessuno voleva averci qualcosa a che fare», ha detto Bassett.
Dal momento che non riuscì a ottenere un’udienza al Congresso, nel 2013 Basset decise di crearne uno finto: grazie a una donazione di un milione di dollari arrivata da un finanziatore canadese, Bassett pagò 20mila dollari alcuni ex membri del Congresso per passare una settimana al National Press Club di Washington, ascoltando testimonianze sugli alieni. Dalle numerose ore di testimonianze – tra cui quelle di ex ufficiali dell’aeronautica militare che dicevano di aver visto navicelle aliene, o i racconti di animali trovati dissezionati – nacquero alcune buffe storie, ma nessun vero movimento d’opinione che coinvolgesse dei membri del congresso. Poi, alcuni mesi fa, arrivò un importante tweet: lo scrisse il 13 febbraio 2015 John Podesta, che era stato consigliere di Bill Clinton alla Casa Bianca. Podesta scrisse quel tweet 11 mesi dopo essersi dimesso dall’incarico di consigliere speciale di Barack Obama. Podesta scrisse: «Il mio più grande fallimento del 2014: ancora una volta non siamo riusciti a pubblicare in modo chiaro i file sugli UFO». Il tweet era completato dall’hashtag #thetruthisstilloutthere (“la verità è ancora lì fuori”).
Il tweet fu condiviso migliaia di volte e ne parlarono i principali siti d’informazione di tutto il mondo (la maggior parte lo trattò come uno scherzo). Bassett e altri con le sue idee non lessero quel messaggio come uno scherzo. Per loro era qualcosa di grande. Podesta rappresenta infatti uno dei migliori alleati che la questione aliena possa avere: è un appassionato di X-Files che ha chiesto maggiore trasparenza sugli argomenti che hanno a che fare con gli UFO e nell’introduzione che ha scritto per un libro di successo intitolato UFOs: Generals, Pilots, and Government Officials Go on the Record  ha spiegato: «È tempo di capire la verità su quello che c’è là fuori».
Podesta è ora anche colui che si occupa di gestire la campagna presidenziale di Hillary Clinton, e la cosa è stata vista da Bassett e da chi lo segue come una grande notizia. Secondo Basset Bill e Hillary Clinton hanno un importante ruolo nella questione aliena da quando nel 1993 il miliardario Laurance Rockefeller ha iniziato a fare pressioni su di loro per rendere pubbliche tutte le informazioni a loro disposizione sugli alieni. Ci sono infatti prove che dimostrano che nel 1995 Hillary Clinton incontrò Rockfeller nel suo ranch e che un consigliere di Clinton la avvertì con una nota che Rockfefeller «le avrebbe parlato del suo interesse per le percezioni extrasensoriali, i fenomeni paranormali e gli UFO». I Clinton «si stavano occupando del “problema” su forti insistenze di un miliardari, e nessuno se ne occupava», ha detto Bassett.
Come mai tutto questo dovrebbe suggerire che il governo dirà ciò che sa sugli alieni prima delle primarie in New Hampshire? Bassett ha detto: «Penso che il team di Clinton abbia calcolato che non potrà arrivare alle elezioni senza prima aver affrontato il problema degli extraterrestri. Ma che opzioni ha Hillary Clinton? Se annuncia una conferenza stampa e le dà troppa importanza, deve anche spiegare perché lo fa ora e  non l’ha fatto negli ultimi 23 anni. L’alternativa è fare in modo che sia la stampa a farle le giuste domande… così lei può essere libera di decidere cosa e quanto dire». Secondo Bassett il tweet di Podesta è una sorta di esca per i media.
Questa teoria ha però un piccolo problema: sia Podesta che Clinton si sono rifiutati di commentare la questione. Siamo realistici: poche persone prenderanno Bassett seriamente. Bassett ha però speso molto per dedicarsi a quello che lui stesso definisce «il gruppo di pressione meno finanziato della storia» (riceve tra i 15mila e i 20mila dollari l’anno). Bassett non ha molto spazio per il tempo libero, e spesso dorme a casa di alcuni suoi “seguaci”. «Sarebbe bello avere qualcuno con cui condividere tutto questo, o un figlio che da grande potrà viaggiare nello spazio, ma ormai è troppo tardi»,  ha spiegato.
Quella di Bassett può sembrare una strana causa a cui dedicare la propria vita. Ma secondo lui le rivelazioni sugli alieni sono solo il primo passo per qualcosa di più grande: «Una volta scoperta la verità sugli alieni, vedrete che qualcosa cambierà in tutto il mondo, ci sarà un nuovo approccio in tutto. Più trasparenza, più comunicazione tra le nazioni, un periodo di riforme». Secondo lui, se solo i popoli della Terra sapessero che c’è qualcosa là fuori di più grande di noi, allora forse potremmo mettere da parte le nostre piccole differenze, che rischiano di distruggerci. Le persone che pregano per la pace nel mondo sono molte. È in fondo così strano se Basset cerca un po’ di aiuto dall’alto?
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Sotto, video su Stephen Bassett:


mercoledì 2 dicembre 2015

Ragazzi sempre più lenti ?


Gli adolescenti non sanno distinguere gli annunci pubblicitari dai risultati di ricerca di Google. Lo rivela una ricerca di Ofcom che valuta l’alfabetizzazione digitale di bambini e teenager britannici (3-15 anni) e il loro rapporto con i media.  
Stando ai dati rilevati dall’Autorità indipendente delle comunicazioni del Regno Unito, davanti ai risultati di ricerca ottenuti tramite Google, solo un terzo (31 per cento) dei ragazzi di età compresa da 12 a 15 anni, è in grado di capire la differenza tra link di annunci pubblicitari e informazioni vere e proprie. Nella fascia degli 8-11enni questa capacità di distinzione è ancora minore (16 per cento).  

Questo vuol dire che Big G non fa abbastanza per separare in modo più efficace i contenuti pubblicitari da quelli della ricerca. A questo riguardo, ad aprile 2015 negli Stati Uniti l’azienda di Mountain View è finita nel mirino delle associazioni di difesa dei consumatori, accusata di fronte alla Federal Trade Commission di mischiare, in modo scorretto e sleale, pubblicità e intrattenimento su Youtube Kids, un’app creata appositamente per i bambini. Secondo Ofcom, molti minori tendono, peraltro, anche a fidarsi troppo ciecamente dei contenuti informativi avuti grazie a Google.  

I teenager britannici, che guardano un po’ meno la tv e utilizzano maggiormente i tablet, sono sempre più spesso online. Rispetto al 2005, ora il tempo speso su Internet è più che raddoppiato. I 12-15enni ormai passano sul web in media 3 ore e mezza a settimana in più che sulla televisione. Questa maggiore consuetudine degli adolescenti di oggi con le nuove tecnologie non significa, però, più consapevolezza di come funziona il mondo online. 

«Internet consente ai ragazzi di apprendere, scoprire i diversi punti di vista e restare connessi con familiari e amici – spiega James Thickett, Direttore di ricerca di Ofcom. Ma i nativi digitali hanno sempre bisogno di sostegno per acquisire le conoscenze necessarie a navigare online». 

Carlo Lavalle, Gli adolescenti non distinguono tra pubblicità e risultati delle ricerche su Google, "La Stampa", 1-12-15.