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domenica 30 novembre 2014

Un esempio di integrazione.

«Vengo da una cultura basata sulla tradizione orale e posso testimoniare sulla mia pelle che quando un anziano muore è davvero una biblioteca che brucia: ciò che voglio fare è salvare questa biblioteca». Ha le radici ben salde nel sue origini senegalesi e uno spiccato accento sardo che racchiude l’essenza dei suoi ultimi 20 anni Cheick Tidiane Diagne, immigrato in Italia nel ’92 con una laurea in Economia e commercio e una gran voglia di fare. Prima Roma, poi Brescia e infine la Sardegna, alla ricerca di una cittadina non troppo grande per potersi sentire una persona e non un semplice numero. Ed è proprio fuori dalla stazione di Nuoro, appena arrivato, che la sua vita prende una svolta inattesa e poetica. «Ehi Babbo, sai indicarmi la strada? Con tutto il rispetto che provo per chi è più anziano di me ho chiesto un’informazione alla prima persona che ho visto: lui mi ha preso per mano e mi ha accompagnato. Lì è nata la nostra amicizia».  

L’uomo incontrato per caso era Tziu Antoni Cuccu, editore indipendente che con la sua Bianchina girava per i paesi più sperduti dell’isola alla ricerca di gare poetiche sarde. Per poi trascrivere, tradurre e stampare i versi ascoltati. «Grazie alla generosità di un maestro di Nuoro in pensione in sei mesi ho imparato l’italiano, e appena potevo andavo da Tziu Antoni, che mi declamava i versi più belli, mi parlava dei suoi libri, mi immergeva nella cultura sarda». Nel 1996 Tidiane realizza il suo sogno, e anche lui con la sua automobile inizia a vendere libri per i mercatini. E nel 2003, quando Tziu Antoni muore, sceglie di prendere in eredità la sua missione: acquista dalla famiglia tutti i volumi rimasti, continua nella raccolta di poesie locali e con il suo banchetto e il suo sorriso diventa un baluardo della lingua sarda. La storia del «Afro-barbaricino», come ama definirsi, è ora diventata un cortometraggio grazie ad un progetto chiamato «FOQS», che ha lanciato anche un crowdfunding per permettere al librario itinerante di ristampare i libri di Tziu Antoni. «Quello che lui ha trasmesso a me, io voglio trasmetterlo agli altri: non c’è integrazione più bella di questa».  

Federico Taddia, B come Babbo, "La Stampa", 30-11-14.

La disoccupazione in Italia: la realtà dietro le bugie dei media.

È incredibile, la capacità dei governanti di manipolare i fatti pur di non dirci come vanno le cose. Negli ultimi giorni l’Istat ha fornito i dati sulle forze di lavoro nel terzo trimestre, e ha anticipato i dati provvisori di ottobre. Dati drammatici, ad avere il coraggio di guardarli in faccia. E invece no, immediatamente dopo la diffusione delle cifre Istat si è scatenata la corsa a travisarli. E’ così che abbiamo appreso che i dati trimestrali dell’Istat ci presentano «una sostanziale e progressiva crescita degli occupati nell’ultimo anno», quantificata in 122 mila occupati in più. E che anche l’incremento della disoccupazione, pari a 166 mila disoccupati in più, non ci deve preoccupare perché «va messo in relazione alla crescita del numero di persone che cercano lavoro». Come dire: se aumenta il tasso di disoccupazione è perché la gente è meno scoraggiata e «più persone tornano a cercare lavoro». 

Sui trucchi usati per manipolare i fatti non vale neppure la pena soffermarsi, tanto sono ingenui e vecchi (alcuni li insegniamo all’università, sotto il titolo «come si fa una cattiva ricerca»). Sui fatti, invece, è il caso di riflettere un po’. 

Occupati in termini reali  
Primo fatto: l’occupazione in termini reali sta diminuendo. Che cos’è l’occupazione in termini reali? E’ la quantità di occupati al netto della cassa integrazione. Se, per evitare le distorsioni della stagionalità, confrontiamo l’ultimo dato disponibile (ottobre 2014) con quello di 12 mesi prima (ottobre 2013), la situazione è questa: gli occupati nominali (comprensivi dei cassintegrati) sono rimasti praticamente invariati (l’Istat fornisce una diminuzione di 1000 unità), le ore di cassa integrazione sono aumentate in una misura che corrisponde a circa 140 mila posti di lavoro bruciati. Dunque negli ultimi 12 mesi l’occupazione reale è diminuita.  

Apparentemente la diminuzione è di circa 140 mila unità, ma si tratta di una valutazione ancora eccessivamente ottimistica: gli ultimi dati Istat, relativi al terzo trimestre 2014, mostrano che, sul totale degli occupati, si stanno riducendo sia la quota di lavoratori a tempo pieno sia la quota di lavoratori italiani. Il che, tradotto in termini concreti, significa che aumentano sia il peso dei posti di lavoro part-time «involontari» (donne che lavorano poche ore, ma non per scelta) sia il peso dei posti di lavoro di bassa qualità, tipicamente destinati agli immigrati. 

I senza lavoro  
Secondo fatto: la disoccupazione sta aumentando. I disoccupati erano 3 milioni e 124 mila nell’ottobre del 2013, sono saliti a 3 milioni e 410 mila nell’ottobre del 2014. L’aumento è di ben 286 mila unità, di cui 130 mila nei 4 mesi del governo Letta, e 156 mila negli 8 mesi del governo Renzi. La spiegazione secondo cui l’aumento sarebbe dovuto a una maggiore fiducia, che farebbe diminuire il numero di lavoratori scoraggiati, riprende una vecchia teoria degli Anni 60 ma è incompatibile con i meccanismi attuali del mercato del lavoro italiano, che mostrano con molta nitidezza precisamente quel che suggerisce il senso comune: gli aumenti di disoccupazione dipendono dal peggioramento, e non dal miglioramento, delle condizioni del mercato del lavoro. 


Sulla disoccupazione, tuttavia, ci sarebbe qualcosa da aggiungere. In questi giorni sentiamo ripetere, dai giornali e dalle tv, che il tasso di disoccupazione non solo è ulteriormente aumentato rispetto a 12 mesi fa (1 punto in più), non solo è molto alto in assoluto (13,2%), non solo è fra i più alti dell’Eurozona, ma sarebbe anche il più alto degli ultimi 37 anni, ossia dal 1977. 




I dati del 1977  
Ebbene, anche questa, già di per sé una notizia drammatica, detta così è ancora troppo ottimistica. Se dici che siamo al massimo storico dal 1977, o che «siamo tornati al 1977», qualcuno potrebbe supporre che nel 1977 il tasso di disoccupazione italiano fosse più alto di oggi, o perlomeno fosse altrettanto alto.  

Non è così. Nel 1977 il tasso di disoccupazione era molto minore rispetto ad oggi (7,2% contro 13,2%). La ragione per cui si continua a parlare del 1977 come una sorta di spartiacque è che la serie storica dell’Istat con cui attualmente lavoriamo parte dal 1977. Ma questo non significa che sugli anni prima del 1977 non si sappia niente. Prima del 1977 c’era la vecchia serie 1959-1976. E prima ancora c’erano i dati del collocamento, della Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, dei censimenti demografici, a partire da quello del 1861, anno dell’unità d’Italia. Tutte fonti meno sofisticate di quelle di oggi, ma sufficienti a darci un’idea degli ordini di grandezza. Mi sono preso la briga di controllare queste fonti, nonché i notevoli lavori che sono stati pubblicati sui livelli di disoccupazione dal 1861 a oggi e la conclusione è tragica.  

Unità d’Italia e dopoguerra  
Mai, nella storia d’Italia, il tasso di disoccupazione è stato ai livelli di oggi. Altroché 1977. La disoccupazione era più bassa di oggi anche nel periodo 1959-1976, per cui abbiamo una serie storica Istat. Era più bassa anche negli anni della ricostruzione, dal 1946 al 1958. Ed era più bassa durante il fascismo, persino negli anni dopo la crisi del 1929. Quanto al periodo che va dall’unità d’Italia all’epoca giolittiana, è difficile fare paragoni con l’oggi, se non altro perché è proprio allora che prende lentamente forma il concetto moderno di disoccupazione, ma basta un’occhiata ai censimenti e agli studi che li hanno analizzati (splendidi quelli di Manfredi Alberti, borsista Istat) per rendersi conto che, comunque si definisca il fenomeno, siamo sempre abbondantemente al di sotto dei livelli attuali. 


Il governo Renzi  
Di tutto questo Renzi e i suoi non hanno nessunissima colpa. Il legno storto del mercato del lavoro non si raddrizza in pochi mesi, e forse neppure in parecchi anni. Quel che dispiace, però, è che anche le nostre giovani marmotte, giunte al potere, si arrampichino sugli specchi come tutti gli anziani paperi che le hanno precedute. Come cittadino, preferirei un governo che, sull’occupazione e la disoccupazione, ci dicesse la verità, e mostrasse con i fatti, non con le parole, di aver capito il dramma del lavoro in Italia. Quel che vedo, invece, è un ceto politico che irride i sindacati, si è mostrato del tutto inadeguato sul progetto europeo «Garanzia giovani», stanzia pochissimi soldi per ridurre il costo del lavoro (1,9 miliardi nel 2015), mentre ne stanzia tantissimi sul bonus da 80 euro, misura meravigliosa ma che premia solo chi un lavoro già ce l’ha

Il guaio, purtroppo, è sempre quello. In Italia la sinistra, oggi come ieri, protegge innanzitutto i lavoratori già garantiti. La destra ha da sempre un occhio di riguardo per i lavoratori autonomi. Quanto a tutti gli altri, precari, lavoratori in nero, giovani e donne fuori dal mercato del lavoro, nessuno se ne preoccupa sul serio, e meno che mai i sindacati. Fino a quando? 

Luca Ricolfi, Disoccupazione mai così alta nella storia d'Italia, "La Stampa", 30-11-14.

lunedì 24 novembre 2014

Studiare nella città sotto assedio. La lezione dei ragazzi di Sarajevo ai giovani d'oggi.

L’istruzione nella Sarajevo sotto assedio non si arrestò. Nonostante le difficoltà negli spostamenti per raggiungere scuole e università, la riluttanza dei genitori a mandare i propri figli a scuola -per non esporli al rischio dei cecchini-, la non facile gestione a livello ministeriale dell’istruzione in uno scenario di completa emergenza e il fatto che molte scuole, sia elementari che medie, si trovassero sulla linea del fronte, la popolazione si auto-organizzò in piccoli nuclei di quartiere, per non negare ai ragazzi il diritto all’istruzione e creando classi in appartamenti o cantine sotterranee. Tale fenomeno ebbe molteplici sfaccettature e motivi: i ragazzi dovevano distrarsi dallo scenario e allo stesso tempo non perdere l’opportunità di istruirsi e formarsi; gli insegnanti di contro inseguendo questa missione continuavano a lavorare, seppure con modalità del tutto nuove, distraendosi anch’essi dall’assedio e sentendosi attivi nel processo di continuazione dell’esistenza, della formazione di individui, e in ultima analisi di resistenza alla volontà di annientamento degli assedianti.
Per ragioni di sicurezza la durata dell’anno scolastico fu generalmente accorciata a mediamente cinque mesi, riducendo complessivamente i programmi di circa il 30%. I nuovi programmi, già concordati col ministero, puntavano in misura maggiore rispetto al passato, su lingua e letteratura locale, sulla matematica, sulla fisica e la chimica. S’incoraggiavano i genitori a mandare i  propri bambini a scuola e a organizzare gruppi di lavoro per l’esercizio e i compiti a casa, con l’ausilio di materiali da stampare e consigliando il buon senso per le postazioni militari in città.
In un articolo di Oslobođenje del 1993, dal titolo “Improvvisazione riuscita” la creazione dei nuclei scolastici negli appartamenti venne giudicata come un vero successo: grazie ai nuclei scolastici oltre 6000 studenti delle trenta scuole medie presenti in città furono ripartiti nelle settantacinque postazioni collettive di studio.
Oslobođenje più volte analizzò il fenomeno dell’istruzione in Bosnia nel periodo della guerra, con reportage che descrivevano i desideri dei bambini –la pace, il tornare alla pace – le preferenze sulle materie, la generale comprensione degli insegnanti della non eccellente rendita degli alunni o in alcuni casi il rinato entusiasmo per lo studio proprio nel momento in cui non c’erano altre distrazioni per l’infanzia  come TV, musica o gioco libero in strada.
Anche le università continuarono la propria attività di formazione, grazie al sostegno di atenei esteri e alla caparbietà dei docenti universitari. Le collaborazioni inter-universitarie fiorirono, molti studenti sarajevesi furono ospitati da atenei esteri dando luogo a una sorta di preludio dell’Erasmus. E nei giornali di quel periodo  venivano indetti continuamente bandi di concorso per l’ammissione universitaria e per l’assunzione di docenti ed assistenti universitari, a testimonianza del fatto che l’istruzione doveva andare avanti, anche nelle condizioni più sfavorevoli.
  ”A scuola di buona volontà: un appartamento, una classe” di M. F. (Tratto da Oslobođenje, 8 novembre 1992) Traduzioni: Giovanna Larcinese
Sono in 35.  E saranno, forse, anche di più. Amina, Boris, Aida, Acim, in modo disciplinato ascoltano la lezione tra i banchi della scuola improvvisata. L’insegnante Danica Jankač nel periodo di pace ha lavorato nella scuola media di Dobrinja “Dušan Pajić Dašić” e adesso che Dobrinja è ancora più lontana, Danica ha deciso che il suo impegno lavorativo si svolgerà in un appartamento di Alipašino Polje.
Anche i suoi zelanti colleghi vengono a dare lezione. Safer Hrustemović due volte a settimana insegna ai ragazzi delle classi più avanzate la geografia, le scienze naturali, la storia e le scienze sociali.  La chimica la insegna la professoressa Emilija Bandović. Si cercano però insegnanti di matematica e lingue straniere per le classi avanzate di scuola media.
In ognuno dei nostri palazzi residenziali ci sono circa due insegnanti, professori o pedagoghi; tuttavia sino ad ora solo in pochi sono riusciti ad organizzare, come Danica e Safet, una scuola nelle condizioni di guerra.
Nel piccolo appartamento, tra sette alunni della prima elementare, in quattro sono mancini. “Come certo saprete, gli psicologi prevedono per i mancini un futuro brillante o una caduta totale. Ma giudicando dalle abilità di questi bambini, sicuramente si avvererà la prima ipotesi!” afferma Danica.
In che modo agli alunni sarà riconosciuta legalmente questa istruzione non ancora è dato sapersi. “Noi insegnanti lavoriamo a programma ridotto. Ad esempio, l’educazione artistica io la programmo strada facendo, mentre i bambini disegnano gli insiemi matematici. Invece sarebbe fantastico se si potessero comprare o stampare i libri di testo per loro. I più ricercati sono quelli di lingua madre e di matematica” dice l’insegnante.
E in questi difficili tempi di guerra i genitori di ogni bambino hanno il compito di portare i piccoli a lezione e riportarli a casa, per quanto la vicinanza lo renda possibile.
Giovanna Larcinese, BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Un appartamento, una classe, "East Journal", 23-11-14. 

Che Paese è mai questo ?

Alla fine ce l’hanno fatta: hanno rottamato gli elettori. La maggioranza degli Italiani non vota più. Ma, a ben guardare, questo non appare un problema per l’attuale classe dirigente renziana. Matteo Renzi ha messo alla berlina le tradizionali forme di partecipazione alla vita pubblica. Il dissenso politico viene bollato a suon di “gufi rosiconi” e i lavoratori in piazza, trattati al pari di parassiti contrari al “nuovismo” renziano.
Dall’Italia “s’è desta”, all’Italia “s’è rotta”.
Si è rotto quell’intimo sentore che univa i cittadini alle sorti del Paese. Un Paese che sempre meno Italiani sentono proprio. Basti guardare ai tanti giovani che partono per trasferirsi all’estero, facendo dell’Italia il meridione povero d’Europa.
Disillusione e nichilismo in questo secondo decennio del nuovo millennio che, a dirla tutta, appare oramai sin troppo vecchio. Checché ne possa dire Renzi, non basta un I-Phone, per quanto ultra-leggero ed ultra-piatto, a proiettarci in una nuova stagione. Lui è il prodotto del vecchiume democristiano al cubo, cresciuto guardando la Tv del Biscione.
Renzi ha vinto due volte. La prima, scalando il Pd e il Paese. La seconda, non avendo alcun serio e credibile avversario politico a contendergli la vittoria. E questo è un problema. Non tanto per lui che, avendo un ego smisurato, può illudersi di essere l’uomo della Provvidenza, quanto per la vita democratica del Paese. La mancanza di valide alternative al potere è il difetto più grande di una Democrazia. Almeno di una Democrazia occidentale.
Ma il problema si pone anche strategicamente. All’epoca della politica come prodotto di consumo, serve un contender da contrapporre al leader designato E lo sa bene chi muove i fili del burattino di Rignano sull’Arno. Così, con la preziosa collaborazione dei maggiori media nazionali, si sta somministrando il prodotto “Matteo Salvini”. Un utile idiota, ben contento di recitare la parte in scena, destinato a vestire i panni dell’avversario alle prossime elezioni politiche. Ma basterà questo a portare gli elettori alle urne? Sarà credibile un Renzi che urlerà al pericolo “verde”? Probabilmente no.
I fatti ci dicono che, con questo alto tasso di astensione, Matteo Renzi è destinato ad essere un leader dimezzato, non potendosi mai proclamare il Presidente della maggioranza degli italiani. Semmai, lui è il campione di un certo potere che non ha mai creato lavoro, né sviluppo e che ha trovato un nuovo corpo nel quale incarnarsi per la propria auto-conservazione. Ma anche a questo potere serve pur sempre l’affluenza alle urne.
L’astensione è segno di disagio sociale. Un disagio che, se non canalizzato nelle urne, rischia di finire nelle piazze. E laddove si sbeffeggiano gli unici attori ad oggi capaci di veicolare democraticamente tale scontento, ovvero i sindacati, si rischia che sfoci in altre vie di espressione, non propriamente pacifiche ed arginabili. Ed allora si ripiomberebbe in un’epoca buia e dolorosa.
Matteo Renzi ha annichilito l’elettorato più fedele che l’Italia abbia mai conosciuto: quello di Sinistra. Lui, con i suoi accondiscendenti accoliti, ne ha smontato pezzo dopo pezzo tutti i punti di riferimento. Lui, coi suoi riciclati, indagati, condannati, ne ha spezzato la volontà di immaginare un Paese migliore. Il Paese non risponde più. E’ democraticamente morto, perché ne rifiuta gli strumenti di partecipazione elettorale.
Un altro ventennio si profila all’orizzonte. Ma questa volta nel disinteresse della maggior parte degli elettori. Matteo Renzi è un uomo solo al comando.
Solo, perché abbandonato dalla maggioranza degli Italiani, che assiste silente alla sua parabola. 

Enrico Pazzi, Hanno rottamato gli elettori, "Roma Today", 24-11-14.

sabato 22 novembre 2014

L'Italia sarà costretta a lasciare l'Euro ? Qualcuno è convinto di sì.

La crisi continua a mordere, gli indicatori economici continuano a prevedere tempi bui per l'Eurozona e l'Italia in particolare e la fine del tunnel appare sempre più lontana: così si rincorrono previsioni più o meno autorevoli anche sulla moneta unica o sulla fuoriuscita di alcuni Paesi dalla stessa. Dopo il vaticinio degli inglesi del Guardian, secondo cui entro due anni l'Italia tornerà ad avere la lira come moneta corrente, ecco ora l'economista francese Jacques Sapir - uno dei maggiori avversori della moneta unica dopo esserne stato tra i più accesi fautori - affermare che l'Italia uscirà giocoforza dall'Euro. Dicendoci anche la data: la prossima primavera.


DRAGHI E LA BCE - Del resto l’annuncio del governatore della BCE, Mario Draghi, di un nuovo piano di stimoli monetari per evitare la caduta dell’Eurozona in una nuova recessione, potrebbe essere letto come un tentativo estremo di Francoforte di mettere in sicurezza il nostro paese e - in misura minore - la Francia da nuovi attacchi finanziari. Senza un miglioramento visibile del pil nei prossimi mesi (ma nel quarto trimestre, stando al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, si dovrebbe registrare una nuova caduta), con una disoccupazione ai massimi storici e con quasi la metà dei giovani senza un lavoro, con un debito pubblico che punta dritto al 140% del pil (con buona pace del ricalcolo statistico del prodotto interno lordo), la situazione economica, sociale e politica del nostro paese non sarebbe più sostenibile.


SAPIR E I CONSIGLIERI ECONOMICI DI RENZI - Sapir ha parlato chiaramente di "uscita dell'Italia dall'Euro nella primavera 2015", e pur non citando le circostanze e non facendo nomi, aggiunge qualche particolare di non poco conto: da alcuni colloqui tenuti con i consiglieri economici del governo Renzi emergerebbe il loro pessimismo sul futuro dell’economia italiana, tanto da avvertire che l’uscita dall’euro sarebbe inevitabile tra pochi mesi, senza un drastico cambiamento di impostazione della politica tedesca.

PROSPETTIVE - Se le dichiarazioni di Sapir, almeno per quanto concerne le fonti, lasciano il tempo che trovano, i numeri del Fondo Monetario Internazionale sono purtroppo decisamente più oggettivi, e stimano che nel 2019 il nostro pil sarebbe inferiore a quello del 2007 del 3,5%. In sostanza, 12 anni di recessione cumulata (ma potrebbero essere di più), il periodo più lungo mai visto per una grande economia, nemmeno sotto la Grande Depressione del 1929.


Vedi anche:


"Italia fuori dall'Euro nella primavera del 2015". Parola di economista, "Qui Finanza", 20-11-14.

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Sotto, video sulle conseguenze provocate dall'Euro in alcune economie europee  (tra cui la nostra):



La pietà ? Esiste ancora.

La crisi economica che investe l’Europa da anni colpisce soprattutto i più deboli. Una storia emblematica arriva dalla Spagna, dove una 85enne malata e con la pensione minima è stata sfrattata per debiti e le sue lacrime hanno fatto il giro del Paese. Fino a che, per sua fortuna, è accorsa in suo aiuto la squadra di calcio del Rayo Vallecano. 

Venerdì una commissione giudiziaria, protetta nientemeno che da diverse unità di polizia antisommossa, ha eseguito lo sfratto della signora Carmen, che aveva ipotecato la sua abitazione a Vallecas, storico quartiere popolare di Madrid. A nulla sono valsi i tentativi di una ventina di attivisti accorsi sul posto di impedire lo sfratto. 

Il figlio della donna aveva chiesto un prestito di 70mila euro ad un creditore privato, offrendo la casa come garanzia. Dopo il mancato rimborso, il creditore ha messo la casa all’asta. Carmen, che abitava lì da decenni, prende una pensione di 630 euro al mese e ha diversi problemi di salute. Tuttavia, dopo una proroga di un mese, il giudice ha firmato l’esecuzione dello sfratto. 
La vicenda ha fatto il giro del web, che ha immortalato la signora in lacrime al momento dello sfratto. Tanto che il club del Rayo Vallacano, terza squadra di calcio di Madrid che gioca nel quartiere di Carmen, ha deciso di porvi rimedio. Così oggi l’allenatore Paco Je’mez ha annunciato che il club aiuterà la donna a «trovare un posto dove vivere con dignità senza sentirsi sola». 

«Ci sono molti casi come questo - ha spiegato Je’mez in una conferenza stampa - la cosa peggiore che può accadere ad una famiglia è essere cacciata a calci fuori della vostra casa. Questa signora viveva da cinquant’anni in quella abitazione e per un gesto che le fa onore, un’ipoteca per il figlio, che tutti senza dubbio faremmo, è stata sfrattata, una cosa su cui riflettere». Poi, con un tweet, il Rayo ha lanciato una sottoscrizione. 

In Spagna, dopo cinque anni di crisi, quasi un salariato su due guadagna meno di mille euro al mese e uno su tre non raggiunge nemmeno il salario minimo professionale di 645 euro al mese. Questa radiografia dell’impoverimento della popolazione non tiene conto delle categorie più disagiate, come gli anziani, che devono sbarcare il lunario con una pensione da fame. La signora Carmen, almeno, ha trovato un angelo custode in calzoncini corti. 

Madrid, anziana sfrattata. La squadra di calcio le paga l’affitto, "La Stampa", 22-11-14.

Quanto rendeva la cultura nel Medioevo ?

Quanto paga la cultura? Da che mondo è mondo, non molto. Farò un esempio, che riguarda Giotto, ossia non proprio l’ultimo tra gli artisti. Lavora a Napoli tra il 1328 e il 1333. E quanto guadagna? Mettendo le mani nelle tasche del pittore, frugando tra le poche carte rimaste, si scopre che re Roberto gli fornisce, il 26 aprile 1332, un vitalizio di 12 once d’oro l’anno, che fanno sessanta fiorini di Firenze. Come pensione, è’ tanto o è poco? Diciamo una via di mezzo. Qualche esempio, a paragone. Se pensiamo ad altri suoi colleghi, Montano d’Arezzo per dipingere due cappelle della reggia di Castelnuovo nel 1305 guadagna un’oncia in più di Giotto, ossia sessantacinque fiorini. Pietro Cavallini riceve, nel 1307, trenta once: bella cifra, più o meno omologa a quella degli architetti Jean de Toul e Pierre d’Agincourt. Venti ne riceve Bartolomeo dell’Aquila, nel 1326, per i dipinti della cappella della S. Eucarestia in S. Chiara.
Per un’altra categoria, come quella dei professionisti della zecca, – tipo il maestro dei conii o il custode del saggio dell’oro –  vengono ricompensati, nel 1312, con un salario annuo compreso tra le tredici e le diciotto once. I professori dello Studium, l’università, avevano differenti trattamenti, a partire da otto once – che era pure lo stipendio annuo del barbitonsor (Il barbiere…) di corte – fino a venti, trenta, e in casi eccezionali sessanta once, corrispondenti, ricordiamolo, a trecento fiorini. Che non è poco. Fra i tanti insegnanti, San Tommaso, nel 1272, ne riceve, di once, dodici, vale a dire quante ne prende Giotto. La stessa cifra viene versata nel 1326 al cappellano del duca di Calabria. Il medico di corte Francesco da Piedimonte, chiamato da Bologna, ottiene la pensione annua di dieci once.
A corte, per ricopiare o alluminare un libro, re Roberto paga un oncia al mese (cioè dodici once), mentre per tradurre dei codici, fa versare ad Arles, all’ebreo Callo, una rendita di sei once, sebbene ci volessero sessanta once per l’intera preparazione e messa in opera del Corpus iuris civilis di Giustiniano. Per altri tipi di spese, nel 1313, si pagano due once sole per l’acquisto di milleseicento penne di pavone. Prezzo analogo versato ad un sarto che ha confezionato una veste per il re. Quasi due once, invece, vengono date a due lavandaie che lavorano in maniera costante per la corte.
Comunque, con dodici once d’oro a Napoli si poteva vivere bene. Era la cifra che, alla metà del Trecento, una piccola comunità cittadina di circa 50 fuochi (suppergiù duecentocinquanta persone) versava annualmente come tassa. Un cavallo costava otto-dieci once. Per un buon vigneto si pagavano intorno alle venti once. Con dodici si potevano comprare dodici barili di vino bianco grecoo sei del miglior greco. Con una, quindici tomoli di frumento (equivalenti a trecento litri) o trenta d’orzo o di miglio. Con una e mezza, due libbre di seta. Con una multa da una a dieci once venivano puniti gli indovini e i maghi. Se foste stati interessati ai libri, con nove once potevate comprare trenta codici di discreta fatturaMentre ne occorrevano quaranta (duecento fiorini….) per comprare una cappella funebre o commemorativa, compresa la decorazione.
Si può dire dunque che Giotto, con quella pensione, se la cavasse senza grossi problemi. Però, c’è un però. Perché tutti i salari – di Giotto, degli altri artisti, dei professori universitari ecc. ecc. -, li supera di slancio quello del giullare di corte, Balduchino, che allieta gli ultimi tempi di vita di re Roberto: percepisce infatti una pensione che va oltre ogni standard, di ben 36 once. Centottanta fiorini! Come dire: anche allora darsi all’entertainment conveniva di più. Certamente più che dedicarsi all’arte e alla cultura.

Nazionalità spagnola ai discendenti degli ebrei sefarditi cacciati dal paese nel 1492.

La Camera di Madrid, dove il governo conservatore del premier popolare Rajoy ha la maggioranza assoluta come al Senato, ha approvato ieri una legge in cui si sancisce che i discendenti degli ebrei sefarditi ( Sefarad, nella lingua del popolo di Israele, vuol dire Spagna ) potranno avere la nazionalità spagnola anche senza risiedere nel Paese da due anni, come accadeva finora. La ragione l’ha spiegata il ministro alla Giustizia, Rafael Catalá: “La legge cerca di riparare all’offesa storica recata ai discendenti di chi fu espulso 502 anni fa dai Re Cattolici”. 
Per diventare anche spagnoli, poiché la legge prevede che possano mantenere la nazionalità attuale, ai sefarditi basterà presentare la documentazione necessaria online in un periodo di 3 anni . Quanti sono i possibili beneficiari, oggi sparsi in tutto il mondo? Il quotidiano madrileno Abc ha fatto i conti e stima che siano circa 3 milioni. 

Ma se la Spagna rende finalmente giustizia all’espulsione di Isabella La Cattolica e di Fernando d’Aragona (150 mila furono gli ebrei buttati fuori), rimane ancora un’ombra su quella del 1609 dei moriscos, i musulmani obbligati a convertirsi al cristianesimo dopo la Reconquista culminata nel 1492, che furono il doppio degli ebrei, 300 mila). I comunisti di Sinistra Unita l’avevano richiesta anche per loro, come aveva promesso l’ex premier socialista Zapatero. Ma la mozione non è stata accolta. “Due pesi e due misure”, ha protestato Llamazares di Iu. 

Gian Antonio Orighi, La Spagna concede la nazionalità ai discendenti degli ebrei sefarditi, "La Stampa", 21-11-14.

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Sotto, video sull'argomento:








 

venerdì 21 novembre 2014

In rete 85.000 manoscritti della Biblioteca Vaticana.

Il digitale entra nella Biblioteca vaticana. Miniature, antichissimi frammenti, incunaboli: il gruppo giapponese Ntt Data, colosso dell’It con 75mila dipendenti e oltre 15 miliardi di fatturato, ha investito 18 milioni, attraverso la branch italiana, per digitalizzare gli oltre 80mila manoscritti della Biblioteca apostolica vaticana. L’iniziativa è stata presentata nella Sala stampa vaticana da monsignor Jean-Louis Bruguès, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, e da monsignor Cesare Pasini, prefetto della Biblioteca apostolica vaticana, insieme al presidente e amministratore delegato della Ntt Data, Toshio Iwamoto.

Sotto il profilo tecnico il progetto è stato illustrato da Walter Ruffinoni, amministratore delegato di Ntt Data Italia: “Sarà preservato uno dei più importanti e riconosciuti tesori del genere umano”. Tra i manoscritti di maggior rilievo della Biblioteca apostolica che verranno digitalizzati nella prima fase del progetto vi sono, per esempio, il “Virgilio Vaticano”: codice prodotto a Roma verso il 400 d.C., uno dei pochi esempi superstiti di antica illustrazione di un testo classico. Il codice, studiato da Raffaello e acquistato da Fulvio Orsini nel 1579, giunse nella Biblioteca vaticana nel 1600. Saranno digitalizzate anche le illustrazioni della “Divina Commedia” eseguite da Sandro Botticelli per Lorenzo il Magnifico, nel secolo XV; un manoscritto ebraico magnificamente miniato del Mishneh Torah di Maimonide, databile fra il 1451 e il 1475, e una collezione di 73 frammenti coranici cufici già appartenuta all'antiquario e bibliofilo Tammaro De Marinis.

“Il 40% dell’investimento è nelle infrastrutture, il 60% nei processi”, spiega Ruffinoni, “siamo partiti con quattro scanner, ma arriveremo a venti. E la qualità deve essere altissima: anche i paleografi devono poter consultare i documenti in modo scientifico, con livelli di zoom adeguati”. Grazie all’uso della digital transformation nel mondo della cultura si riuscirà a ridare vita e preservare uno dei più importanti e riconosciuti tesori del genere umano. Il progetto garantirà l’accesso ai manoscritti solo con un computer e una connessione internet. Si rivoluziona cosi la modalità di fruizione delle fonti della conoscenza.

Con un investimento di 18 milioni di euro e l’obiettivo di digitalizzare nei primi quattro anni circa 3.000 manoscritti, Ntt Data ha avviato una collaborazione con la Biblioteca apostolica vaticana che prevede nei prossimi anni la digitalizzazione di oltre 82.000 manoscritti (circa 41 milioni di pagine) conservati presso la Biblioteca. 

La divisione Ntt Data Digital Entity che si occuperà di collaborare con i propri clienti per affrontare le sfide della digital transformation ha l’ambizione di aumentare i ricavi del 30% l’anno e di incrementare le assunzioni del 25%. Lo sviluppo della digital transformation sarà un’opportunità per le grandi aziende italiane e per la pubblica amministrazione, e uno degli obiettivi più impellenti dell’agenda digitale del 2015. I 3mila manoscritti, una decina di particolare valore, abbracciano tutte le culture e le lingue dell’Europa ma si estendono anche all’Estremo Oriente cinese e giapponese fino all’America precolombiana, sottolinea monsignor Bruguès, evidenziando la missione umanistica propria della Biblioteca vaticana che vide le sue origini a metà del Quattrocento per intuizione di papa Niccolò V: “E con questo spirito umanistico intende conservare e rendere disponibile l'immenso tesoro dell'umanità, che le è stato affidato. Per questo lo digitalizza e lo offre alla libera consultazione sul web”. Secondo Pasini si tratta di “una vera opera a favore della conservazione e della divulgazione della conoscenza, a servizio della cultura per tutto il mondo”.

Giacomo Galeazzi,  La Biblioteca vaticana diventa digitale e sbarca sul web , "La Stampa", 21-11-14.

giovedì 20 novembre 2014

La scuola degli acronimi e della burocrazia.

Di seguito una serie di video in cui Giorgio Israel spiega, con un linguaggio accessibile a tutti, alcuni dei veri problemi della nostra scuola, proponendo nello stesso tempo soluzioni realistiche e in grado di rivilitalizzare l'intero mondo dell'istruzione.











Scuola e mercato del lavoro. Due mondi che non si parlano ?

Anche in questo 2014 pesante per il mercato del lavoro, le imprese segnalano ancora difficoltà nell’individuare i candidati giusti per alcuni profili cercati: più precisamente per 61mila dei 613mila inserimenti in organico preventivati (erano 63.150 nel 2013). Il dato corrisponde al 10% delle assunzioni complessive (stagionali e non) previste nell’anno (1,2 punti percentuali in meno rispetto al 2013). Una tendenza che si ripropone anche quest’anno nonostante il recupero sul fronte delle assunzioni (erano 50mila in meno nel 2013 rispetto al 2014). È quanto emerge dalla mappa del lavoro disegnata dal Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, presentato in anteprima a Job&Orienta, il salone nazionale dell’orientamento, la scuola, la formazione e il lavoro, apertosi oggi alla fiera di Verona, che spiega quali sono le figure professionali ricercate e quali i titoli di studio più spendibili.  

Disallineamento. La persistenza del disallineamento, seppur contenuto (le assunzioni difficili non sono mai state così poche), tra domanda e offerta di lavoro segnala, secondo Unioncamere, due nodi strutturali che è importante sciogliere: il primo è posizionato fra il sistema dell’orientamento e i giovani con le loro famiglie, che segnala la necessità di una maggiore efficacia di comunicazione tra i due; l’altro sta invece nella formazione scolastica, che va accompagnata nell’impegno a sviluppare competenze rispondenti alle esigenze del sistema produttivo, potenziando i percorsi di alternanza scuola-lavoro che consentono di far fare una prima esperienza lavorativa. Il nodo dell’orientamento spiega perché in alcune aree del paese esistano poche persone in possesso dei titoli di studio richiesti dalle aziende, in particolare guardando alle lauree: gli indirizzi di ingegneria mantengono il primo posto nella classifica dei più difficili da reperire, soprattutto ingegneria dell’informazione.  Una laurea in ingegneria informatica può offrire maggiori possibilità di sbocco occupazionale soprattutto per chi intende lavorare in Lombardia, regione in cui la ricerca presenta tuttora particolari criticità.  

Alternanza. L’altra faccia del mismatch evidenzia che le competenze formate dalla scuola e le necessità del tessuto produttivo non combaciano. E questo significa che l’alternanza scuola-lavoro deve diventare maggiormente diffusa.  Guardando alle lauree l’insufficiente acquisizione delle competenze necessarie per entrare nel mondo del lavoro è confermata dalle imprese che cercano ingegneri meccanici cui affidare attività di progettazione (3.520 i contratti che le imprese intendono attivare quest’anno, 490 quelli con difficoltà di reperimento) e i laureati in ingegneria delle telecomunicazioni da inquadrare come progettisti elettrici.  Guardando ai diplomi, è proprio la mancanza di un percorso formativo allineato con i bisogni del sistema produttivo a costituire la problematica più segnalata dalle aziende, assieme all’assenza di esperienza acquisita, magari con uno stage.   

mercoledì 19 novembre 2014

Piccolo genio dell'informatica.

I bambini di oggi iniziano prestissimo a utilizzare i computer e connettersi in rete. Pochi però possono vantarsi di possedere il 'Microsoft Certified Professional', che attesta la competenza tecnica in ambito informatico. Ayan Qureshi invece sì: a soli cinque anni ha superato i test della Microsoft che lo 'incorona' come il più giovane specialista di Internet Technology al mondo; sette mesi più piccolo del bambino che deteneva il titolo prima di lui. Il papà gli spiega l'informatica a tre anni Nato da immigrati pakistani nel Regno Unito, Ayan è stato introdotto al mondo dei computer quando aveva solo tre anni da suo padre, che è un consulente IT. Il signor Qureshi ha subito notato che Ayan riusciva ad assorbire informazioni molto velocemente: in pochissimo tempo il bambino ha imparato le basi del funzionamento di hardware e software, oltre all'installazione di programmi e alla risoluzione di problemi comuni. I test per il Microsoft Certified Professional  Tuttavia, inizialmente gli addetti ai test del Microsoft Certified Professional alla Birmingham City University non hanno permesso ad Ayan di sostenere l'esame, perché non sapevano come il bambino avrebbe potuto gestire la cosa. Alla fine però Microsoft ha detto sì e Ayan ha affrontato i test: c'erano domande a risposta multipla, domande drag and drop (interattive), domande su temi chiave e domande di scenario. "La sfida più grande è stata spiegare il linguaggio del test a un bambino di cinque anni - ha spiegato il papà del bambino a BBC Asian Network - Ma Ayan sembrava capire e ha una davvero buona memoria". Gli obiettivi del piccolo genio Ottenere questa certificazione non è una passeggiata, soprattutto per un bambino che deve ancora imparare la matematica di base. Ma Ayan, che ora ha sei anni, è già un passo avanti e sta cominciando a fantasticare sulla sua carrierra, ovviamente nel campo tech. Tra gli obiettivi del piccolo genio c'è anche la creazione di un equivalente britannico della Silicon Valley: la E-Valley. E forse tra pochi anni saremo di fronte anche a una start-up fondata dal giovane Ayan Qureshi. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-piu-giovane-specialista-It-al-mondo-a-5-anni-ottiene-il-Microsoft-Certified-Professional-26d532b0-7346-4ebc-9f6c-39ad92732303.html#sthash.5O3epC1n.dpuf


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Sotto, video sul piccolo genio:








martedì 18 novembre 2014

Che cosa vogliono studiare i ragazzi ?

Se le consultazioni su La Buona Scuola toccano solo marginalmente il problema dei programmi delle materie studiate a scuolauno studio di Skuola.net ha chiesto agli studenti cosa vorrebbero cambiare dell'italiano, della storia, delle materie scientifiche e degli altri argomenti affrontati in classe. Sono ormai obsoleti? Sembra proprio di si, e la letteratura italiana e le lingue classiche vincono la medaglia d'oro delle materie votate come più "vecchie" della scuola dagli studenti. Ma le cose da cambiare sono tante e molti aspetti da ritoccare secondo i più giovani. L'esigenza si muove tutta verso la scoperta di argomenti nuovi, attuali, spostando da un lato ciò che porta troppo indietro nel tempo. La ricerca ha coinvolto ben 6mila studenti, a cui sono state fatte domande a scelta multipla. 

ITALIANO, PIU' AUTORI CONTEMPORANEI - Ben 1 su 2 chiede che siano introdotti più autori contemporanei a spese dei classici, e il 30% dei ragazzi vorrebbe leggere più scrittori internazionali. Resiste Dante e la sua Divina Commedia, che solo 1 su 10 circa vorrebbe eliminare. Non condivide la stessa sorte l'immortale I Promessi Sposi, di cui ben il 17% vorrebbe abolire lo studio al biennio. Complessivamente, solo il 20% non vuole cambiare nulla di ciò che studia in letteratura. 

COMPITO DI ITALIANO, VIA LIBERA ALLA SCRITTURA CREATIVA - Uno su 4 ne ha abbastanza dell'analisi del testo, 1 su 5 abolirebbe il saggio breve. Lo scritto di italiano, secondo gli studenti, dovrebbe essere la scrittura di un racconto, di un articolo per blog, o addirittura la redazione di un post per i social. E perché no, anche la scrittura di una sceneggiatura di un video. 

STORIA, LARGO AGLI ANNI 2000 - La richiesta si risente forte e chiara: più attualità e più studio della storia contemporanea. Ma anche questa va svecchiata. il '900, infatti, non è più il nostro secolo, e per chi è cresciuto negli anni 2000 è fondamentale lo studio della realtà intorno a sé. La pensano così in 2 su 5, mentre il 46% circa inserirebbe la discussione di argomenti di attualità a scuola. Non manca poi chi taglierebbe la storia antica per far spazio a quella recente, e chi sente l'esigenza di conoscere di più ciò che succede al di là delle Alpi. Uno su 5 vorrebbe studiare di più la storia degli altri paesi, e la stessa percentuale si soffermerebbe anche sui diversi aspetti tradizionali e culturali dei popoli. 

SCIENZA, MEGLIO ROSETTA DI NEWTON - 
Via libera allo studio delle nuove scoperte e tecnologie (41%), dell'informatica (36%), alle tematiche legate all'ambiente e alle tecniche eco-sostenibili (25%). E poi ai progetti scientifici pratici e creativi (38%). Il bisogno di conoscere il presente degli studenti si afferma particolarmente nell'ambito scientifico. Solo 1 su 10, infatti, non inserirebbe delle novità nel programma delle materie scientifiche. Spicca poi il campanello di allarme del 35% dei ragazzi che, preoccupati per i test di ingresso, vorrebbero che la scuola li preparasse di più all'ammissione all'università. 

LINGUE STRANIERE: PARLARLE, NON SOLO STUDIARLE - Non mancano critiche costruttive anche ai programmi di lingue straniere. Emerge nettamente la voglia di praticarle nella vita quotidiana e di parlarle, più che studiarle sui libri. Uno su 2 introdurrebbe nelle scuole una esperienza all'estero obbligatoria, e un'altro 50% vorrebbe che fosse inserita un'ora di conversazione con madrelingua. Un buon 23% amplierebbe lo studio di altre materie in lingua inglese e 1 su 5 inserirebbe obbligatoriamente almeno 2 lingue straniere per ogni indirizzo e tipologia di istituto. Solo il 9% circa non cambierebbe nulla. 


lunedì 17 novembre 2014

Sempre più studenti stranieri negli Stati Uniti.

Gli studenti stranieri regolarmente iscritti nei college e nelle università degli Stati Uniti sono incrementati dell’8 per cento nell’anno accademico 2013-2014, fino a raggiungere la cifra complessiva di 886,052 iscritti, rivela il report Open Doors on International Educational Exchange del 2014, reso pubblico oggi a Washington. 

Il numero di studenti italiani nelle università americane è aumentato del 3,9 per cento fino a raggiungere la cifra complessiva di 4.443 iscritti quest’anno. 

I dati confermano che l’America rimane ancora oggi la destinazione più ambita per molti studenti. Gli Stati Uniti ospitano la stragrande maggioranza dei 4,5 milioni di studenti che in tutto il mondo vanno all’estero per studiare, oltre il doppio rispetto al Regno Unito, il secondo Paese con più iscritti stranieri. 

Il report Open Doors on International Educational Exchange viene pubblicato ogni anno dall’Institute of International Education in partnership con il dipartimento di stato americano per la cultura e l’istruzione. 

La pubblicazione coincide con la 15esima edizione della Settimana Internazionale dell’Istruzione. Dal 2000, anno della prima Settimana Internazionale dell’Istruzione, il numero di studenti stranieri negli Stati Uniti è aumentato del 72 per cento; e quello degli studenti americani all’estero è più che raddoppiato negli ultimi quindici anni, secondo il report. 

Il numero di studenti americani in Italia è di quasi 30mila iscritti, un aumento del 7 per cento rispetto all’anno precedente. 

L’ambasciatore americano in Italia John R. Philips ha commentato i risultati: “Sono contento di vedere che il numero di studenti americani e italiani iscritti all’estero è aumentato nuovamente quest’anno, e che l’Italia rimane la prima scelta per gli studenti americani fra i Paesi che non parlano l’inglese come prima lingua”. 

“L’esperienza che si ricava da questo tipo di scambi culturali è ineguagliabile e deve servire a rinforzare i già forti legami tra Italia e Stati Uniti. Auspichiamo che sempre più studenti italiani scelgano di studiare in America”, ha concluso l’ambasciatore. 

Giulio Gambino, È ancora l’America la meta più ambita dagli studenti, "La Stampa", 17-11-14.