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giovedì 6 novembre 2014

Alla ricerca dei paesi più ricchi.


Di solito la ricchezza di una nazione viene misurata usando il PIL ma in molti ritengono che si debbano usare altri criteri per arrivare ad una conclusione più precisa.L’edizione 2014 valuta 142 nazioni in base a questi criteri:
  
  • sanità
  • istruzione
  • governance
  • imprenditoria
  • economia
  • capitale sociale
  • libertà personale
  • sicurezza e protezione .
Grazie ai dati raccolti durante gli ultimi 6 anni, l’indice rivela che il mondo è diventato più prospero e l’Africa sub-sahariana è la regione che è migliorata di più.
Ecco alcuni cambiamenti da sottolineare:
La Nuova Zelanda sale al terzo posto grazie ai miglioramenti relativi al Capitale Sociale e a un miglioramento della Libertà Personale.
La Cina sale al sesto posto dell’indice Economia ma si piazza al 177esimo posto nella categoria Libertà Personale.
La Russia cade di sette posti quest’anno piazzandosi al 68esimo posto, ultima in Europa.
Gli Stati Uniti salgono di sette posti nella categoria Economia raggiungendo il 17esimo posto ma scende di 5 posti all’interno dell’indice Libertà Personale piazzandosi al 21esimo posto. In classifica generale si piazzano al decimo posto.
Il Regno Unito si rivela nazione congeniale per gli imprenditori grazie anche al basso costo relativo all’avvio di un’attività.
Il Sierra Leone si piazza all’ultimo posto nella categoria Sanità essendo presente tra le ultime tre in tutte le edizioni dell’Indice.
Il Venezuela è caduto in classifica più di ogni altra nazione al mondo. Scende di 22 posti piazzandosi al 100esimo posto in classifica generale. Ciò è dovuto a una caduta di 44 posti nella classifica legata all’Economia; di 24 posti nella classifica legata alla Libertà Personale e di 26 posti nella classifica legata al Capitale Sociale.
La classifica non presenta grandi sorprese rispetto ad altre che ambiscono a misurare la qualità della vita nelle varie nazioni del mondo.
Le nazioni scandinave, nordiche ed anglosassoni occupano le prime posizioni.


Eccola:
  1. Norvegia
  2. Svizzera
  3. Nuova Zelanda
  4. Danimarca
  5. Canada
  6. Svezia
  7. Australia
  8. Finlandia
  9. Paesi Bassi
  10. Stati Uniti
  11. Islanda
  12. Irlanda
  13. Regno Unito
  14. Germania
  15. Austria
  16. Lussemburgo
  17. Belgio
  18. Singapore
  19. Giappone
  20. Hong Kong
  21. Francia
  22. Taiwan
  23. Malta
  24. Slovenia
  25. Corea del Sud
  26. Spagna
  27. Portogallo
  28. Emirati Arabi Uniti
  29. Repubblica Ceca
  30. Uruguay
  31. Polonia
  32. Estonia
  33. Cile
  34. Costa Rica
  35. Slovacchia
  36. Kuwait
  37. Italia
  38. Israele
  39. Ungheria
  40. Cipro
  41. Panama
  42. Lituania
  43. Trinidad e Tobago
  44. Lettonia
  45. Malesia
  46. Argentina
  47. Arabia Saudita
  48. Bulgaria
  49. Brasile
  50. Croazia
  51. Thailandia
  52. Mongolia
  53. Bielorussia
  54. Cina
  55. Kazakistan
  56. Vietnam
  57. Uzbekistan
  58. Belize
  59. Grecia
  60. Romania
  61. Giamaica
  62. Sri Lanka
  63. Ucraina
  64. Messico
  65. Montenegro
  66. Colombia
  67. Filippine
  68. Russia
  69. Macedonia
  70. Paraguay
  71. Indonesia
  72. Repubblica Dominicana
  73. Ecuador
  74. Kirghizistan
  75. Botswana
  76. Nicaragua
  77. Serbia
  78. Perù
  79. Azerbaijan
  80. Georgia
  81. Sud Africa
  82. Giordania
  83. El Salvador
  84. Albania
  85. Marocco
  86. Turchia
  87. Bolivia
  88. Namibia
  89. Moldavia
  90. Guatemala
  91. Bosnia Erzegovina
  92. Tunisia
  93. Laos
  94. Tajikistan
  95. Armenia
  96. Nepal
  97. Algeria
  98. Ghana
  99. Rwanda
  100. Venezuela
  101. Libano
  102. India
  103. Burkina Faso
  104. Bangladesh
  105. Honduras
  106. Senegal
  107. Iran
  108. Benin
  109. Kenia
  110. Zambia
  111. Uganda
  112. Cambogia
  113. Mali
  114. Niger
  115. Camerun
  116. Egitto
  117. Tanzania
  118. Malawi
  119. Djibouti
  120. Mozambico
  121. Costa d’Avorio
  122. Congo
  123. Zimbabwe
  124. Mauritania
  125. Nigeria
  126. Etiopia
  127. Pachistan
  128. Irak
  129. Siria
  130. Sudan
  131. Liberia
  132. Angola
  133. Guinea
  134. Sierra Leone
  135. Haiti
  136. Togo
  137. Afghanistan
  138. Yemen
  139. Burundi
  140. Congo
  141. Chad
  142. Repubblica Centrale Africana

Quanto valgono le promesse di certi politici ?

Il 15 ottobre, con Genova in ginocchio nel fango per l’alluvione di quattro giorni prima, un comunicato della Presidenza del Consiglio annuncia l’impegno del governo a chiedere al ministro dell’Economia e delle Finanze Pietro Carlo Padoan di disporre il differimento dei termini del versamento dei tributi statali nelle zone interessate da calamità alluvionali. Impegno accompagnato da tanti «non vi lasceremo soli» e dalla celebrazione consolatoria degli “angeli del fango”. E se “il governo si impegna” c’è motivo di dubitare del contrario?  

Errore. Come insegna Fabrizio De Andrè (“Don Raffae’”), «lo Stato che fa, si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità». Molti sostituti d’imposta, ossia datori di lavoro - alluvionati e no - non effettuano il versamento delle ritenute Irpef. Mal gliene incoglie. Il 20 ottobre arriva il decreto del Ministero dell’Economia e salta fuori che l’adempimento andava, invece, regolarmente effettuato. Il solito pasticcio burocratico all’italiana? Sì, ma non solo. Le associazioni di industriali, commercianti e artigiani si rivolgono alla Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate per tentare di dirimere la vicenda. Martedì 4 novembre, giornata delle Forze armate, la risposta che al danno unisce la beffa: chi non ha versato i contributi non solo dovrà subito regolarizzare la propria posizione a mezzo di «ravvedimento operoso», una sorta di autodenuncia, ma dovrà anche versare una sanzione. 

E le promesse, gli impegni, la solidarietà e la vicinanza? Niente da fare: pagare. Camera di Commercio, Confindustria Genova, Cna, Confcommercio, Confesercenti, persino l’Ordine dei consulenti del lavoro non hanno neppure la forza di ribellarsi. Restano inebetiti e sconcertati. Prendono carta e penna e scrivono una lettera aperta al premier Renzi, al governatore Claudio Burlando e al sindaco Marco Doria. «Riteniamo inaccettabile che le imprese debbano subire, oltre il danno causato dagli eventi alluvionali, anche le conseguenze di un inconveniente sorto al livello delle massime cariche di Governo».  

Chiedono un intervento presso il ministero dell’Economia e delle Finanze: «Per trovare tempestivamente una soluzione che non penalizzi ulteriormente il tessuto economico della nostra città». A proposito: «A oggi, non si è avuto ancora il riconoscimento dello stato di calamità per Genova e non sono state emanate misure specifiche da parte del Ministero del Welfare in merito agli adempimenti contributivi delle imprese alluvionate».  

Teodoro Chiarelli, Genova, dopo il fango la beffa delle tasse, "La Stampa", 6-11-14.

mercoledì 5 novembre 2014

I soldati italiani nel mondo.

Dall’Afghanistan al Corno d’Africa, passando per Libano, Kosovo, Kuwait. Senza contare l’impegno nel Mediterraneo e gli sforzi per stabilizzare la vicina Libia, dove dalla caduta di Gheddafi si fronteggiano milizie rivali (con la Cirenaica proclamata “Emirato di Barqa” e dominata dalla branca locale di Al Qaeda). In occasione della Giornata delle Forze armate, lo Stato Maggiore della Difesa fa il punto sulle operazioni italiane nel mondo. “Il contributo maggiore – dicono fonti dell’Ufficio stampa – lo diamo ancora in Libano, Kosovo e Afghanistan, dove il numero di soldati è superiore alle 500 unità, ma nuove e più pericolose minacce (prima fra tutte il terrorismo islamico) vedono gli uomini e le donne delle Forze Armate presenti in molte aree, come Medio Oriente, Corno d’Africa, Repubblica Centrafricana (territori in cui i nostri militari contribuiscono a ricostruire le forze di sicurezza locali) e, ovviamente, in Libia, un Paese di grande importanza per noi italiani, vista la vicinanza e i rapporti economici che ci legano”.  

Al 31 ottobre 2014 il totale dei militari impegnati all’estero sfiorava la quota di 5 mila: addestratori (solo in Afghanistan, dove da qualche mese i nostri soldati non fanno più operazioni “combat”, ce ne sono oltre 1000); una Task Force Air nella base aeronautica di Al Bateen, Emirati Arabi Uniti, nata per sostenere la campagna Usa “Enduring Freedom” (dopo gli attentati dell’11 settembre) e oggi impegnata nel sostegno alle operazioni in Afghanistan (Isaf) e Iraq (Nato); decine di uomini nella base logistica messa in piedi in Gibuti, sempre più strategica nella lotta alla pirateria nel Corno d’Africa (dove l’Italia è in prima linea attraverso la missione Atlanta, sotto l’egida Ue, e la Ocean Shield della Nato). Qui opera anche la nave Doria, che insieme ai droni Predator svolge attività di intelligence al largo della Somalia. Poi ci sono i 53 militari del genio attivi nella costruzione di ponti, infrastrutture e sminamento di strade in Centrafrica, e un velivolo tanker impiegato in Kuwait (rifornisce in volo i caccia della coalizione che bombardano l’Isis tra Siria e Iraq).  

“Ma il cuore di tutto – spiegano ancora dall’Ufficio stampa dello Stato Maggiore della Difesa – per noi resta il Mediterraneo. Dal 2001 assicuriamo la sicurezza alle rotte marittime a vantaggio dell’economia nazionale e mondiale e vigiliamo che non vengano infrante le leggi sulla pesca. Ora l’emergenza sono i flussi migratori e il contrasto ai mercanti di vite umane”. La Libia che brucia? “Al momento la nostra attività lì è sospesa, ma l’attenzione è altissima. I militari locali sono impegnati a combattere le milizie ribelli, e così gli addestratori italiani sono stati rimpatriati. Tuttavia, nel Paese resta un nucleo operativo permanente per mantenere aperti i canali con le autorità locali. Tripoli è comunque una priorità”.  

Sempre meno chiese cattoliche a New York.

Un terzo delle 368 parrocchie cattoliche di New York sta per chiudere i battenti o accorparsi come conseguenza del crollo del numero dei fedeli che vanno a messa, e dell’aumento dei costi per il mantenimento delle chiese di quartiere. 
Ad annunciare la storica novità nella seconda arcidiocesi romana-cattolica degli Stati Uniti dopo quella di Los Angeles, è stato lo stesso cardinale Timothy Dolan: «Questa fase di transizione per l’arcidiocesi sarà di certo dolorosa per molti fedeli che vivono dove le parrocchie chiuderanno, Anche io sarò tra coloro che soffriranno». 
In termini numerici, 112 chiese si uniranno con altre vicine, dove d’ora in avanti verranno celebrate le Messe, mentre 31 chiuderanno i battenti. 
L’arcidiocesi di New York conta oggi 2.8 milioni di fedeli e spende annualmente ben 40 milioni di dollari per mantenere o restaurare chiese in declino. 
Il cambiamento colpirà parrocchie da Staten Island a Manhattan, a quelle dell’Hudson Valley, nelle contee sopra New York City, e diventerà effettivo il primo agosto 2015.  

martedì 4 novembre 2014

Una rotativa italiana per i francobolli della Regina Elisabetta.



Sua Maestà la Regina Elisabetta, insieme con il consorte Duca di Edimburgo, ha inaugurato il nuovo stabilimento della International Security Printers, in cui è stata recentemente installata una rotativa rotocalco Cerutti di ultima generazione.
La regina ha assistito all’avvio in produzione della macchina, e si è congratulata per l’importante installazione. Questa nuovissima linea stamperà francobolli autoadesivi per il Regno Unito ed altri Paesi.
International Security Printers, che ha clienti in tutto il mondo, stampa francobolli ed altri valori bollati per oltre 180 paesi ed è considerata azienda leader nel settore.

«Noi di Cerutti  siamo orgogliosi di aver servito con la nostra tecnologia un gruppo riconosciuto come International Security Printers e ci sentiamo profondamente onorati che sua Maestà la Regina abbia inaugurato la rotativa e apprezzato la tecnologia italiana», commenta il cavaliere del Lavoro Giancarlo Ceruttii.

lunedì 3 novembre 2014

Una generazione di Neet ?

Si chiamano “Neet” e si aggirano tra noi. Neet è l’acronimo di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, cioè nullafacente, sia dal punto di vista dello studio che del lavoro. Il fenomeno riguarda secondo le statistiche soprattutto questi ultimi anni, ed è localizzato principalmente nella fascia di popolazione di età compresa tra i 20 e i 30 anni, con alcune eccezioni. Il rapporto 2014 dell’EU Social Justice Index 2014 – un progetto del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung che mette a confronto 28 paesi europei in termini di giustizia sociale (prevenzione della povertà, diritto allo studio, accesso al mercato del lavoro, coesione sociale, sanità, giustizia intergenerazionale) – ha decretato che in Italia i Neet sono il 32 per cento dei giovani, la più alta percentuale in Europa. Nel nostro paese, insomma, un ragazzo su tre attualmente non sta studiando né sta cercando lavoro. Ma è davvero così radicata questa “tendenza” tra i giovani italiani? Tempi.it lo ha chiesto a Dario Nicoli, professore di sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professor Nicoli, il dato del Social Justice Index le sembra rispecchiare la realtà?

Più che commentare la percentuale del 32 per cento, vorrei innanzitutto domandarmi, e domandarlo a chi stila questo tipo di rapporti, come si possa pretendere di calcolare esattamente quanti siano i cosiddetti Neet. Per calcolare questa percentuale di popolazione, si deve partire da una negazione. Chi non ha comunicato allo Stato di essere impegnato in studi universitari o impiegato in un lavoro viene quantificato come Neet. Ma non è detto che queste persone siano necessariamente nullafacenti. Magari lavorano in nero, o sono sottopagati, per questo sono invisibili agli occhi della società.


Quindi i Neet soffrono di esclusione sociale?

Non è detto. Nel mondo della comunicazione, per esempio, ci sono tantissimi cosiddetti Neet. Prendiamo il caso di un giornalista musicale, uno che scriva tutti i mesi su una rivista prestigiosa del settore, che vada ai concerti, che compri i dischi per recensirli. Certo, uno così non si sente socialmente escluso, anzi, si sente riconosciuto, viene lodato per il suo lavoro. Ma in quanto a compensi magari ottiene poco, viene pagato saltuariamente e in nero, e dunque per lo Stato non esiste. È un Neet, ma di fatto non lo è.


I Neet, si dice, hanno di solito alle spalle una famiglia che li sostiene. Subito il pensiero va al termine “bamboccione”.

La famiglia diventa il proprio datore di lavoro, nel senso che provvede al mantenimento in caso di disoccupazione o di retribuzione insoddisfacente. Quello che i genitori si concedono è un lusso rischioso. Non voglio dire che invece dovrebbero disinteressare dei figli, per carità, solo che il ragazzo che si trova in questa condizione di limbo potrebbe adagiarsi. E non darsi più da fare, alla lunga, crea una spirale negativa.


È possibile cercare di dare un’immagine dei Neet?

Il dato di fatto iniziale è che i Neet sono un’insieme di storie, ognuna delle quali è un caso a sé. È difficile dare un’immagine unica. Potremmo cominciare col dire che sono ragazzi che hanno sbagliato il percorso di studio, che dopo la triennale hanno fatto la biennale, e poi ancora un master, un altro master, hanno cercato di entrare nel mondo della ricerca universitaria ma non ci sono riusciti. Anno dopo anno sono arrivati a compierne 35, inseguendo qualcosa che non è mai stato troppo concreto. Poi ci sono i ragazzi meridionali, intesi come residenti al Sud, dove non c’è domanda e non c’è offerta di lavoro, tutto è immobile e nessuno riesce a trovare un impiego. Lì non si può parlare di crisi, la situazione economica è stabile da decenni, e talvolta i genitori, per riuscire a mantenere tutti i figli a carico, sono costretti a trasferirsi dalla città alla casa in campagna del nonno. Poi ancora ci sono gli studenti “persi”. Quelli che non si sono mai impegnati realmente, che si lambiccano nella propria pigrizia con la scusa che “c’è la crisi”. Li riconosco subito, questi Neet, tra i ragazzi ai quali insegno.


Lei insegna a studenti universitari, cosa cerca di spiegare loro riguardo al futuro?

Alcuni fin dalla prima lezione mi chiedono: “Prof, saremo disoccupati?”. E io rispondo, molto tranquillamente: “Ragazzi, voi dovete ancora entrare nel mondo del lavoro, per essere un disoccupato bisogna prima aver avuto un’occupazione e averla persa”. Quest’ansia della crisi che c’è al di fuori dei chiostri universitari talvolta diventa un alibi. Credo comunque che alla base per gli aspiranti lavoratori di domani debba cambiare il tipo di percorso formativo, cosa che per altro sta già avvenendo in parte.


Lei che soluzione propone?

A mio avviso, ci sarebbe bisogno di nuove figure di riferimento che facciano da “tramite” con i ragazzi, per evitare che si smarriscano. Chi sceglie giurisprudenza oggi sa già che purtroppo il settore degli avvocati è del tutto saturo. Al contrario, se un’impresa cerca operai specializzati, gli annunci rimangono senza risposta. Quando viene il momento di scegliere l’istruzione superiore, è un errore non valutare cosa chiede il mercato: non si può solo inseguire i propri sogni, bisogna che i sogni siano attaccati alla realtà. Serve un filo diretto con le imprese, per indicare ai ragazzi quali sono i mestieri più richiesti del momento. Così forse avremo meno Neet in Italia.



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Sotto, video che cercano di fare il punto sul fenomeno dei Neet in Italia:










 


Stati Uniti: elezioni di medio termine.

Che cosa sono le elezioni di medio temine?
Le elezioni di medio termine (in inglese Midterm Elections) riguardano il rinnovo del Congresso, il Parlamento degli Stati Uniti, con l’assegnazione dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di un terzo dei 100 seggi del Senato, pari a 33 o 34 membri.
Il voto è previsto ogni 4 anni, a metà del mandato del presidente in carica che non è però coinvolto nella tornata elettorale, e ha luogo il primo martedì di novembre degli anni pari. 
In contemporanea, inoltre, si svolgono anche le elezioni per le assemblee elettive dei singoli Stati e per quelle dei governatori di 36 Stati.     
Il focus di questo lavoro è sul Congresso. Attualmente i due principali schieramenti - democratici e repubblicani - si spartisono i seggi parlamentari in questo modo: i primi hanno la maggioranza al Senato (55 seggi), mentre i repubblicani controllano la Camera (233 seggi). 
Barack Obama, attuale presidente degli Stati Uniti, appartiene al partito democratico.

Perché è importante sapere che si rinnovano Camera e Senato USA?
Le elezioni di medio termine rappresentano un momento di verifica dell’operato del Governo statunitense.
Votando per il rinnovo del Congresso, i cittadini esprimono, di fatto, un giudizio su quanto fatto dall’esecutivo a metà del mandato presidenziale che dura 4 anni, condizionando spesso le scelte politiche dei due anni successivi.
Di conseguenza, anche se si tratta di politica interna, queste elezioni rappresentano un appuntamento politico importante a livello globale, dato che nel Parlamento statunitense si discutono e si votano leggi che esulano dai confini nazionali e influenzano il resto del mondo.
Temi come l'ambiente, la difesa, l'approvvigionamento energetico o i diritti dei gay raggiungono l'opinione pubblica mondiale e diventano questioni globali.

Le parole del Diritto: Habeas Corpus.

habeas corpus Rescritto (writ) del diritto inglese, emesso già nel 12° sec.: rilasciato dalla giurisdizione competente, con cui si ingiunge a chi detiene un prigioniero di dichiarare in qual giorno e per quale causa sia stato arrestato (onde il nome, in latino «abbi il [tuo] corpo», cioè, ti sia ridata la libertà fisica). Fu richiamato in vigore nella Petition of Rights del 1627, mentre nel 1679 fu promulgato l’Habeas Corpus Act, che sanciva ancora il principio dell’inviolabilità personale e ne regola tuttora le guarentigie: in virtù di questo atto, l’imputato deve conoscere la causa del suo arresto ed è tradotto davanti al magistrato competente che deve immediatamente pronunciarsi sulla sua messa in libertà, ove egli possa fornire cauzione di tornare in giudizio. L’Act del 1816 estese la garanzia dell’h. alle detenzioni per cause civili e diede ai giudici competenza sulla verità del rapporto. Per eccezionali ragioni di ordine pubblico, l’h. può essere per legge temporaneamente sospeso come avvenne, per es., nel periodo 1794-1801.
Con riferimento generico all’istituto del diritto inglese, la locuzione è usata per indicare le garanzie delle libertà personali del cittadino assicurate costituzionalmente (il principio è sancito dall’art. 13 della Costituzione italiana).

sabato 1 novembre 2014

Vivere in una dittatura.

Ancora una “svolta”. L’ennesima. Al termine del Quarto plenum del partito comunista cinese, il segretario generale e presidente della Cina Xi Jinping ha ricevuto molti applausi entusiasti da ogni parte del mondo per aver promesso di porre fine alla tortura in sede di investigazioni e di rafforzare lo «stato di diritto». Questa è una priorità per la Cina, dove il 95 per cento dei processi si conclude in pochi giorni per la confessione dell’imputato.

VECCHIE PROMESSE. Il partito comunista cinese è da sempre maestro di annunci ma non c’è da fidarsi perché il diavolo si è sempre nascosto nei dettagli. Tutti hanno esultato, ad esempio, quando alla fine del Terzo plenum Xi ha annunciato la chiusura dei “Campi di rieducazione attraverso il lavoro” (in cinese, laojiao). Peccato che i laojiao sono rimasti tali e quali a prima, solo hanno cambiato nome e oggi si chiamano “Centri di disintossicazione per drogati” e “Centri di custodia ed educazione”. Ma gli abusi sono gli stessi.

CORRUZIONE. Degli annunci, dunque, non c’è da fidarsi. Questa volta però non c’è neanche bisogno di aspettare i risultati per vedere le contraddizioni. Durante l’incontro a porte chiuse dei 205 uomini più importanti della Cina è stata annunciata l’espulsione di quattro quadri molto importanti: Xu Caihou, vicepresidente della Commissiona militare centrale della Cina, Jiang Jiemin, Li Dongsheng e Wang Yongchun. Tutti legati a Zhou Yongkang, l’ex potentissimo capo degli apparati di Pubblica sicurezza cinesi, in pensione dal 2012 e da anni nel mirino di Xi.

COSA MANCA? I quattro sono stati espulsi perché corrotti: avrebbero guadagnato milioni prendendo bustarelle. Gli ex ufficiali hanno anche confessato la loro colpevolezza, che i media hanno sbandierato come risultato della campagna anti-corruzione di Xi Jinping. C’è l’accusa, c’è la confessione, c’è l’espulsione, c’è la gogna mediatica. Cosa manca? Il processo. Così, mentre il partito annuncia grandi passi avanti verso lo stato di diritto, viola lo stato di diritto.

STATO DI DIRITTO. Del resto, il potentissimo Xi Jinping non ha mai parlato di «stato di diritto» tout court, ma di «stato di diritto con caratteristiche cinesi». E la differenza è fondamentale. Nonostante abbia sottolineato a scanso di equivoci che «la leadership del partito e lo stato di diritto socialista sono una cosa sola», qualcuno in Cina deve aver pensato che Xi intendesse modificare le priorità: non è la giustizia che deve essere agli ordini del partito ma è il partito che, come chiunque altro, deve obbedire «alla Costituzione».

IL PARTITO È LA LEGGE. Poiché qualcuno deve aver davvero frainteso e pensato che il partito fosse pronto ad abbandonare il suo dominio incontrastato, sottoponendosi a un potere più alto, l’altro giorno il Giornale del popolo, megafono del partito comunista, ha pubblicato un articolo molto chiaro a riguardo. Si legge che lo «stato di diritto in Cina» non significa che nessuno deve essere al di sopra della legge, come in Occidente, ma che il sistema legale deve sostenere ancora di più le decisioni del partito. «È sbagliato dire che lo “stato di diritto” contraddice la legge del partito unico perché la legge in Cina è la codificazione delle direttive del partito».

CARATTERISTICHE CINESI. Paradosso dei paradossi, la più grande «garanzia» del rispetto dello «stato di diritto con caratteristiche cinesi» è proprio l’essere al di sopra della legge del partito comunista. Che può, al massimo, autodisciplinarsi. Infatti, quando i cittadini cercano di denunciare la corruzione degli ufficiali, tema che tanto sta a cuore a Xi Jinping, vengono incarcerati. È lo stato di diritto, ma con caratteristiche cinesi.

Strafalcioni linguistici: black aut.

Siamo professori (con la p minuscola) e la sensibilità all’errore è connaturata alla professione.
Gli errori dei nostri studenti non ci scandalizzano, sia chiaro, anzi è dall’errore che si parte per capire quale strada percorrere nell’insegnare.
Così leggendo gli atti della deposizione del Presidente della Repubblica all’udienza del 28-10-2014, nel procedimento penale n.1/13 a carico di Bagarella Leoluca Biagio + 9 – Corte di Assise di Palermo – , atti che lo stesso Presidente Napolitano ha desiderato fossero resi pubblici, e che certo costituiscono notizia di rilevante valore anche mediatico, ci siamo un po’ stupiti che in riferimento ad un episodio riferito dal Presidente si scriva che al Quirinale a un certo giorno ci fu un “black aut” e di nuovo nella domanda del P.M. è richiamato questo “black aut”.
Si sa che le deposizioni vengono trascritte dal Cancelliere e certamente gli errori scappano al di là delle buone intenzioni.
Certo è che, considerata l’importanza della vicenda, forse, come si dice agli studenti, è sempre opportuna una rilettura, visto e considerato che per di più siamo un popolo che con la lingua inglese non “c’azzecca”, appunto.
Leggendo queste deposizioni, ci sembra che il Signor Presidente della Repubblica risponda che in qualche modo sarebbe sufficiente leggere qualche libro e gli atti parlamentari che sono tutti “digitalizzati”.
Ecco, per una questione così grave e purtroppo così attuale quale quella della Mafia, forse occorrerebbe rispolverare un po’ di inglese, tanto più che la mafia oggi è globalizzata, anziché trovarsi tutti nei salotti damascati del Quirinale.
Speriamo insomma che la Magistratura faccia piena luce sul “black aut”, perché il Paese è in pieno “black aut”, e che la politica faccia piena luce sul “black aut”, perché il Paese è in pieno “black aut”, e che ciascuno di noi faccia piena luce sul “black aut”, perché tutti noi siamo nel “black aut”.
In attesa di un bagliore per sconfiggere il black out.
P.s. A proposito di bagliore, il 1 novembre abbiamo preso parte a un pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Montallegro, che a suo tempo, diede coraggio al popolo ligure per resistere ai pirati, la cui bandiera, si sa, è black, che infestavano la costa. E che, pare, finirono out.

Esami di maturità. La farsa continua.

Qualche settimana fa vi abbiamo parlato delle dichiarazioni del Ministro Giannini, che     aveva annunciato la – quasi – certa abolizione delle commissioni miste già dai prossimi esami di maturità, in favore di commissioni composte esclusivamente da membri interni, con grande gioia degli studenti, terrorizzati da sempre dai membri esterni. Questa possibilità, tuttavia, era stata fortemente osteggiata da presidi, insegnanti e sindacati, che vedevano nell'abolizione delle commissioni miste un mero strumento di spendig review, con conseguenze negative sul lavoro dei docenti interni, che non avrebbero ottenuto nessun compenso per lo svolgimento degli esami.                                                                               
Il polverone, quello gioioso degli studenti, e quello adirato degli insegnanti, è durato molto poco. Nel Testo della Legge di Stabilità, presentato la settimana scorsa, non si fa cenno alla rivoluzione delle commissioni di maturità. Si torna indietro: bentornata commissione mista, bentornati commissari esterni. Addio sogni d'esami sereni con i professori che ci conoscono da sempre. Quindi siamo sicuri? Per gli esami di stato 2015 la commissione sarà formata da 3 docenti interni, 3 commissari esterni, e 1 presidente proveniente da un altro istituto? Ma ne siete certi?
Mettete da parte ogni certezza, perché la Giannini ha di nuovo rilanciato la sua proposta e rimanda tutto a Gennaio. Durante una dichiarazione rilasciata a Rainews24, il Ministro ha affermato che la questione commissioni di maturità va affrontata in un contesto diverso da quello della Legge di stabilità, cioè durante la discussione invernale sul decreto scuola, che conterrà tutti i dettagli e il regolamento del nuovo esame di maturità.
I maturandi del 2015 sapranno solo dopo le vacanze di natale con quale spirito affrontare gli esami di giugno. I tempi per abituarsi ai possibili cambiamenti introdotti dalla Buona scuola saranno strettissimi e poche sono ancora le certezze in merito al valore della tesina e ad un'eventuale introduzione della terza prova. Ne frattempo non resta che studiare!
Antonio Bernardi, Commissari sì, commissari no: il caos è servito, "Matematicamente", 1-11-14.

"La Buona Scuola". Solo chiacchiere ?

In un mese e mezzo sono stati organizzati più di mille dibattiti in tutt’Italia per «La Buona Scuola», il Piano presentato dal Governo Renzi. Ci sono stati più di 750mila accessi sul sito dedicato, 88mila partecipanti alla consultazione on line e 150mila persone presenti agli incontri, annuncia il Miur con orgoglio. E ancora mancano due settimane alla fine della consultazione. Alla fine un'intera città grande quanto Padova o Trieste avrà parlato dei problemi della scuola e di quello che sarebbe giusto e corretto fare per risolverli.  
Le più attive sono state le regioni del Sud Italia con il 37% dei dibattiti segnalati. La più entusiasta è l’Emilia-Romagna, con 153 incontri off line, seguita da Puglia (145), Sicilia (139) e Abruzzo (83). 
In totale sono state inviate quasi 1.400 idee e ci sono gruppi di lavoro sviluppati attorno a 16 tematiche che hanno totalizzato più di 3.800 risposte e 19.700 manifestazioni d’interesse da parte degli iscritti al portale. La stanza più gettonata (548 proposte) è quella dello “Sblocca scuola” dove ci si confronta sulle incombenze burocratiche che appesantiscono la vita degli istituti.  
Fin qui le cifre di cui il Miur va orgoglioso. Sarà interessante capire anche quante di queste richieste si trasformeranno in riforme vere.  
Flavia Amabile, Mille dibattiti sulla Buona Scuola di Renzi, "La Stampa", 31-10-14.
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Sotto, video sul progetto governativo: