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mercoledì 17 settembre 2014

Scozia-Regno Unito: aspettando i risultati del referendum.

In attesa dei risultati referendari, cerchiamo di fare il punto sulla situazione.

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Per l’élite politica britannica sarà una settimana da nervi a fior di pelle, da mangiarsi le unghie. Potremo veramente svegliarci la mattina del 19 settembre con gli elettori scozzesi che al referendum del giorno prima scelgono l’indipendenza, con la prospettiva di essere una Bretagna Meno Grande, di un Regno Unito ridotto? Fino a una settimana fa sembrava improbabile.  
Ma ora i sondaggi mostrano che il risultato elettorale è in bilico.  
Naturalmente i sondaggi possono rivelarsi fuorvianti. Il referendum si farà sull’identità nazionale, sul patriottismo, su una decisione che, se vincesse l’indipendenza, sarebbe irreversibile. Dunque, un tema emotivo e volatile: la reale prospettiva di una separazione potrebbe spaventare parte degli elettori e spingerli a votare contro. Oppure, l’idea che l’indipendenza da questione teorica stia diventando una prospettiva reale spingerà più gente ad abbracciarla e votarla. L’esito è imprevedibile. 

In qualunque modo vada il voto, esso cambierà la Gran Bretagna. Sotto la pressione dei sondaggi dell’ultima settimana i tre partiti politici nazionali – il Labour, i conservatori e i liberal-democratici – sono corsi a fare alla Scozia proposte di maggiore autonomia, soprattutto in materia fiscale e di spesa pubblica. Offerte valide anche se scegliesse di restare nel Regno Unito. Queste riforme, per quanto maturate ormai da tempo, potrebbero comunque non fermarsi alla Scozia: anche altre parti del Regno Unito chiederanno maggiore autonomia, spingendo il Paese a un futuro più federale nella forma.  
Prima del voto si tratta di rispondere a tre domande. Primo: come la Scozia è arrivata al punto di prendere in considerazione seriamente la secessione dal Regno Unito? Secondo, se secede quali saranno le conseguenze per la Bretagna? Terzo, quale sarà l’impatto sul resto dell’Unione Europea? 

La prima domanda richiede una risposta perché per tanti versi il desiderio scozzese di indipendenza è strano. Il Regno Unito non è in crisi, anzi: nei 300 anni di unione tra Inghilterra e Scozia ci sono state crisi economiche e politiche ben peggiori di quella iniziata nel 2008, e quindi non c’è nessuna spiegazione di emergenza nazionale. Né esiste alcun reale sentimento di amarezza, rimpianto o sensazione di essere stati maltrattati, a differenza di quanto potrebbero provare la minoranza cattolica in Irlanda del Nord o, per esempio, i catalani in Spagna. 
La risposta è che il movimento verso l’indipendenza è stato lungo e graduale. A cominciare dalla percezione che, con la fine della Guerra Fredda, sopravvivere come Paese piccolo con (nel caso della Scozia) appena 5,3 milioni di abitanti, appare sempre meno rischioso e più fattibile. Se la Slovenia, la Slovacchia, la Lettonia e la Lituania possono farlo, perché non la Scozia? 

Il movimento è stato alimentato anche dal cambiamento dell’economia britannica dalla manifattura verso i servizi, accelerato dalle rigide politiche anti-inflazionistiche e anti-sindacali di Margaret Thatcher. Questo cambiamento ha colpito le vecchie regioni industriali, come la Scozia, con i suoi cantieri, le sue acciaierie e miniere. La Scozia è diventata più di sinistra del resto del Regno Unito, e si allontana politicamente ancora di più ogni volta che a Londra si insedia un governo a guida conservatrice.  
Ma soprattutto la diffusione del sentimento indipendentista è da incolpare all’istituzione del Parlamento scozzese voluta dall’allora primo ministro Tony Blair nel 1999. Aveva deciso di delegare poteri alla Scozia e a Galles, riconoscendo così la rivendicazione di una identità scozzese separata, ma anche accelerandone la formazione. La conseguenza è stata la nascita di un mondo politico e mediatico scozzese separato, che ha solo accentuato le differenze tra Londra e Edimburgo.  

Passiamo alla seconda domanda: quale sarà l’impatto sul resto del Paese. La risposta aritmetica vorrebbe che fosse ridotto, in quanto la nostra popolazione scenderebbe solo da 63,3 a 58 milioni di abitanti, e la caduta del Pil sarebbe in proporzione ancora minore. Ma questo calcolo sottovaluta le conseguenze psicologiche e politiche, che invece sarebbero cospicue.  
Si tratterebbe certamente di una umiliazione nazionale. La secessione della Scozia renderebbe inevitabile la prospettiva che anche un’altra piccola nazione del Regno Unito, il Galles, cominci a contemplare l’indipendenza, e solleverebbe nuovi interrogativi sul futuro dell’Irlanda del Nord. A lungo termine una tale riduzione della nazione renderebbe meno possente la voce britannica nel mondo, e potrebbe perfino mettere a rischio il seggio del Paese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

In una prospettiva più breve, la secessione getterebbe la politica britannica nel caos. Probabilmente il primo ministro David Cameron sarebbe costretto a dimettersi, per venire sostituito da un politico più di destra e ancora più euro-scettico. Nel maggio 2015 ci saranno elezioni politiche, mentre il processo di secessione scozzese si concluderebbe nel migliore dei casi per il 2016, sollevando domande che restano senza risposta, come per esempio quella che la Scozia deve ancora votare per il parlamento nazionale. Sulla carta, l’indipendenza scozzese a Westminster dovrebbe colpire i laburisti e aiutare i conservatori, in quanto il Labour perderebbe 40 deputati e I liberal-democratici 11, mentre i conservatori solo uno. Ma l’esito elettorale sarebbe tutt’altro che scontato, perché che l’indipendenza della Scozia potrebbe cambiare il comportamento politico in modo imprevedibile.  

La maggiore imprevedibilità però riguarda la posizione britannica verso l’Ue. Gli elettori scozzesi sono leggermente più favorevoli all’Unione Europea di quelli inglesi, e la secessione della Scozia potrebbe rendere più probabile l’uscita di Londra dall’euro nel 2017. Ma per quanto queste prospettive fanno pensare a una Bretagna – o piuttosto, un Inghilterra – più piccola, meno potente, umiliata, in realtà potrebbe rivelarsi vero il contrario. Facendo sentire la Bretagna ridimensionata meno capace di stare per conto proprio questo voto potrebbe spingere gli elettori inglesi di nuovo verso l’Europa. Se fosse così, nel lungo termine la principale vittima politica dell’indipendenza scozzese potrebbe rivelarsi il UK Independence Party di Nigel Farage. 

Infine, la terza domanda: gli effetti sull’Europa. Se la Scozia secede, sarà un «divorzio di velluto», come la separazione tra Slovacchia e Repubblica Ceca all’inizio degli Anni 90. E questo certamente spingerà altre regioni a contemplare l’indipendenza, soprattutto se la Scozia diventerà in tempi rapidi membro dell’Ue. Ovviamente lo vorrà la Catalogna, ma se parlassimo della Baviera? 
Paradossalmente, questo rende ancora più importante la preservazione e la riforma dell’Unione Europea. Più ci frammentiamo, più avremo bisogno di istituzioni di governo sovranazionali che ci uniscano. Dalle divisioni potrebbe venire fuori l’unità. 
Bill Emmott, Che cosa succede se la Scozia se ne va, "La Stampa" 17-09-14.

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Elisabetta resterà regina?  
Gli indipendentisti vogliono mantenere la monarchia, e un voto favorevole non comporterebbe un decadimento della regina: l’unione delle corone risale al 1603, quella delle nazioni al 1707. Ma nel futuro potrebbe esserci un referendum per decidere se la Scozia sovrana debba essere una repubblica o una monarchia. Elisabetta, neutrale per dovere costituzionale anche se legata alla Scozia, non si pronuncia. 

La moneta sarà la sterlina?  
Gli indipendentisti si sono impegnati a mantenere la sterlina, sebbene i tre principali partiti di Londra abbiano dichiarato che una Scozia indipendente non potrebbe continuare a condividere la moneta con il resto del Regno Unito. Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha affermato che «un’unione monetaria è incompatibile con la sovranità». Altre opzioni sono l’euro o una nuova moneta. 

C’è il rischio di un crac?  
Gli economisti prevedono un periodo di incertezza e il «Financial Times» si è schierato contro l’indipendenza. La Royal Bank of Scotland e LLoyds hanno preparato piani per trasferire la sede dalla Scozia a Londra. Alcuni analisti prevedono un calo della sterlina e la banca d’affari Goldman Sachs parla di «conseguenze negative» per entrambe le economie. Ma gli indipendentisti parlano di «intimidazioni». 

Chi controllerà il petrolio?  
Secondo una stima accettata da entrambe le parti, circa il 90% del petrolio del Mare del Nord sarebbe in acque territoriali scozzesi, e dunque sotto il controllo di Edimburgo. Per i nazionalisti, il petrolio garantirà entrate fiscali pari a 57 miliardi di sterline entro il 2018 e sarà estraibile per altri 30-40 anni. Il «fracking» potrebbe aumentare la quantità di greggio recuperabile. Ma gli unionisti notano che i prezzi sono volatili. 

Cosa cambierà a Londra?  
I 59 deputati «scozzesi» dovrebbero abbandonare Westminster. Il voto scozzese è tradizionalmente laburista (attualmente solo uno dei seggi è dei Tories), e dunque i conservatori sarebbero avvantaggiati nelle future elezioni. Secondo elaborazioni della stampa inglese, alle politiche del 2010, senza il voto scozzese David Cameron avrebbe preso la maggioranza e non avrebbe dovuto creare un governo di coalizione. 

Che sarà delle armi nucleari?  
Gli indipendentisti vogliono la rimozione delle armi nucleari dalla base di Faslane, dove sono stanziati i sottomarini che compongono il deterrente nucleare britannico, e ritengono che debba essere una delle prime questioni da affrontare in una Scozia sovrana. Ma secondo Londra i costi di uno spostamento sarebbero elevatissimi e la ricollocazione in un luogo adatto richiederebbe molto tempo. 
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Bastano due passi nella brughiera di Culloden Moor, sterpi, erba secca, acquitrini fradici sotto il cielo grigio e la nebbia, per capire quanto avesse ragione, quell’alba lontana del 16 aprile 1746, il generale Murray a consigliare prudenza al romantico Bonnie Prince Charlie, pretendente Giacobita al trono di Scozia. Il principe, nato a Roma, attaccò invece sul fiume Nairn, senza criterio, il Duca di Cumberland, che lo attese con l’artiglieria, sterminò i ruvidi volontari dei clan, fece a pezzi i feriti riversi sulle pozzanghere che adesso i turisti scavalcano in silenzio con gli stivaloni di gomma. 

Il Duca si guadagnò il soprannome di Macellaio, gli 8000 inglesi ebbero 300 morti, i 7000 scozzesi 2000, il sogno di indipendenza stroncato, almeno fino a giovedì prossimo, 18 settembre 2014. 

Basta guidare per le contorte strade scozzesi, 259 chilometri fino alle mura di Edimburgo, per sentire quanto i 307 anni di unione tra Scozia e Inghilterra, la vita stessa del Regno Unito e quel che rappresenta, cultura, civiltà, economia, tradizioni, siano a rischio, oppure già spezzati per sempre, qualunque sia l’esito del voto tra «Yes» e «No» all’indipendenza, che i sondaggi danno 50-50, mentre le scommesse pagano la vittoria del «No» 1/4 e quella del «Sì» 11/4. La bozza della nuova Costituzione è già scritta, il primo articolo recita solenne «In Scozia il popolo è sovrano», sottintendendo che nel Regno Unito no. Ma se cercate di capire, come troppi fanno, la posta in gioco in questo storico giovedì guardando alla Storia, le battaglie, la sconfitta di Culloden e la vittoria scozzese di Bannockburn con Robert the Bruce, le gesta di William Wallace, il Braveheart di Mel Gibson, se credete che il voto si svolga tra cornamusa, kilt, tartan e clan, prendete un abbaglio. 

Il referendum scozzese parla del nostro futuro non del passato, un passato popolato da miti, fantasmi e invenzioni, la prima biografia «storica» di Wallace di Blind Harry data due secoli dopo la sua morte, e i colori dei tartan orgogliosi dei clan non sono ancestrali, ma disegnati a tavolino da una coppia di furbi sarti, i fratelli Sobieski Stuarts, che finsero di averli ritrovati in manoscritti antichi. Il referendum ha sulla scheda la domanda secca «Deve la Scozia essere paese indipendente?» ma cela altre verità. «Odiate ancora Lady Thatcher, la sua riforma del welfare state, la deindustrializzazione, l’economia di servizi e finanza?»; «Avete paura che la globalizzazione distrugga lo stato sociale scozzese, volete difendere il posto stabile, mutua, assicurazione sanitaria, scuola e spesa pubblica?», e infine «Volete ritirarvi dal mondo, non curarvi di Ucraina, Isis che ha ucciso un volontario scozzese, esercito, testate nucleari?».  

Fuori dal Parlamento di Edimburgo, un edificio sperimentale dell’architetto Eric Miralles, con tanto di lance simbolo icona della resistenza a Bannockburn, gli attivisti dello «Yes», tanti, e i pochi e guardinghi del «No», sanno bene cosa conta per gli elettori. Da Londra arriva il bus dei sindacati laburisti, rosso e lucente, invoca il «No», il Labour Party perderebbe con la Scozia 40 seggi a Westminster, i Conservatori del premier Cameron forse solo uno. Ma lo sgangherato camioncino del «Sì», di solito uso ai trasporti di un ferramenta, ribatte con lo slogan rudimentale «Mai più i conservatori al governo». 

La grande illusione del Partito Nazionale Scozzese di Alex Salmond, premier a Edimburgo, è tutta qui. L’indipendenza si reggerà sul petrolio del Mare del Nord, la Scozia diverrà una Norvegia che produce whisky, la ex Gran Bretagna accetterà di dividere il debito pubblico e le ricchezze, poi l’Europa aprirà le porte, mentre, rabbiosa, Londra lascerà l’Unione. L’esercito del tartan avrà 4700 soldati, di cui appena 1700 in grado di combattere. Le testate nucleari britanniche lasceranno la base sul Clyde e la nuova costituzione metterà al bando ogni ordigno atomico. La Nato obietta? Nei comizi del «Sì» non ci sono dubbi: l’Europa, secondo Salmond, aprirà le porte a Edimburgo, nonostante il no minacciato dagli spagnoli che hanno paura per l’addio della Catalogna, e altrettanto farà la Nato. Cresciuto a East Fife, cuore scozzese, l’editorialista del «Financial Times» John Lloyd, dissente amareggiato «Una serie di azzardi senza sicurezze. Salmond spiega che tutto andrà bene, ma il mondo non avrà tenerezza per una Scozia piccola e debole». 

David Greig, autore del popolare musical Charlie and the Chocolate Factory, noto in Italia per «Midsummer», tradotto da Masolino d’Amico, è la prova vivente che il passato remoto non c’entra, si vota sul futuro. Su Twitter Greig ha creato una commedia in 140 battute, @yesnoplay, in cui una moglie e un marito dibattono sul voto. Il gioco è brillante, ma ha sempre la meglio la tesi della bonomia separatista, Greig spiega che la nuova Scozia andrà d’accordo con tutti, «si leverà infine gli occhiali inglesi», animata da «una palla di energia». «Si tratta di riforme democratiche» secondo lo scrittore. E la Costituzione in scrittura echeggia i buoni sentimenti, gli scozzesi avranno «diritto a un ambiente salubre», alla «biodiversità» e il nuovo stato combatterà «i cambi climatici». Con orgoglio che brilla negli occhi i ragazzi dello «Yes» mi spiegano «Solo tre paesi hanno nella Carta Costituzionale l’impegno a battersi contro l’effetto serra» e li elencano serissimi «Ecuador, Repubblica Dominicana, Tunisia». 

La Carta sembra per ora un tema di liceo colmo di speranze, avranno diritto alla cittadinanza i cittadini britannici residenti oggi in Scozia, i residenti di origine nord-irlandese, i residenti con passaporto Ue e chi ha passaporto estero, ma genitori, o forse antenati, scozzesi. Tornerà a casa la diaspora lontana? Ho provato a ripetere l’esperimento di Greig al pub storico di Abbotsford, battezzato dalla casa di campagna cara allo scrittore scozzese Walter Scott. Grazie al barman Robert Wilson i clienti hanno detto la loro, e il sondaggio tra birra e Scotch è netto «Chi vota Sì viene con il distintivo sulla giacca o la camicetta da mesi, chi vota No è incerto, sta zitto e aspetta». Il premier Cameron, il liberale Clegg, il laburista Miliband, l’ex premier Gordon Brown, scozzese laburista che si batte come un leone per il No, contano su chi - per non litigare al bar- resta in silenzio, ma nel segreto dell’urna ascolterà il consiglio della Regina Elisabetta II e rifletterà attento. Con i cittadini scozzesi votano anche i residenti. «I ragazzi italiani che vivono qui - spiega un giovane di Potenza - sono divisi, ma onestamente ne sanno poco». Alle urne anche i sedicenni, e saranno una sorpresa. 

Perché l’astuzia populista di Salmond, la Carta delle Buone Intenzioni e la passione dei militanti come Greig non contano sulla realtà. La finanza, le banche, le aziende, le assicurazioni emigreranno a Sud, verso Londra e il clima pro business. La sterlina scozzese perderà peso. Se il divorzio con gli inglesi sarà acido Londra renderà difficile la strada dell’Europa. I supermercati aumenteranno i prezzi in un mercato più piccino come annunciano John Lewis, Asda, Marks and Spencer, i francobolli della Royal Mail costeranno di più. La finanziaria Black Rock prevede che i tassi di interesse della Scozia Nazione saranno peggiori di quelli del Regno Unito, fino a un punto e mezzo l’anno. Le minacce degli estremisti «Nazionalizzeremo la Bp e le altre aziende se si mettono di traverso», la simpatia di Salmond per Putin «con lui la Russia è rispettata» hanno già aperto una fuga di capitali che, se il «Sì» vince, diventerà rotta. Come a Culloden. 
Gianni Riotta, "Petrolio e stato sociale", Edimburgo sogna un "futuro norvegese", "La Stampa, 17-09-14.

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Scozia-Regno Unito: le due nazioni a confronto, "La Stampa", 17-09-14.

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V. anche:
Francesco Zaffarano, Ecco la mappa di tutti gli indipendentisti d'Europa, "La Stampa", 17-09-14.

"Dammi il cinque" a New York.

C’è un tipo che si aggira per le strade di New York, e appena scova qualcuno che alza la mano per chiamare un taxi, allunga il braccio e gli dà un “high five”. Se vi capitasse di incontrarlo, state tranquilli: non è un pazzo scatenato, ma un cineasta che ha deciso di lanciare questa campagna dei “cinque” volanti, per poi filmarla, metterla in rete, e regalare qualche momento di buon umore alla città che non dorme mai. 
Il tipo si chiama Meir Kalmanson e vive a Brooklyn, nel quartiere di Crown Heights. Nel luglio scorso stava camminando lungo Park Avenue, e la mano alzata di una persona che stava chiamando un taxi ha attirato la sua attenzione. E’ successo tutto in un istante: una specie di reazione emotiva ha spinto irresistibilmente Meir ha dargli un “high five”.  

La risposta non è stata negativa: la persona non lo ha rincorso, picchiato, e non ha chiamato la polizia. Ha solo sorriso. Allora Meir ha pensato che aveva un progetto tra le mani. Ha deciso di girare la città, dando il “cinque” a decine di sconosciuti che chiamavano ignari i loro taxi. Ha chiesto ad un amico di filmare le scene, e poi le ha messe insieme in un video intitolato “High Five New York” e pubblicato su You Tube. 

Gli assalti sono sempre scherzosi. Meir, che porta una lunga barba e un cappellino da baseball, si avvicina sorridente e assume pose ridicole, mentre tocca le mani dei passanti. In genere non si ferma a guardare la reazione, che viene filmata dall’amico, ma in certi casi sfrutta la cooperazione delle persone più disponibili per ripetere il gioco. Qualcuno resta sorpreso, pochi ritirano la mano, e la maggior parte si mette semplicemente a ridere. Questo era lo scopo fondamentale di Meir: regalare un sorriso alla città. Alla fine, secondo lui, il progetto è diventato quasi un esperimento sociologico sul carattere dei newyorchesi: “Lo stereotipo dice che questa è una città dura, e la gente è poco amichevole. La verità è un’altra: la maggior parte degli abitanti sono ben disposti verso gli altri, e cercano solo uno spunto, un’occasione, per ridere e socializzare”. 
Paolo Mastrolilli, Dammi il cinque a New York, "La Stampa", 17-09-14.

martedì 16 settembre 2014

Russia e paesi baltici. Prove tecniche di invasione?


Dopo quanto accaduto in Ucraina, le recenti dichiarazioni di Mosca su presunte forme di discriminazione nei confronti delle minoranze russe nei paesi baltici, non possono non suonare come allarmanti. 

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Foto Leta
La Russia non può accettare la situazione delle minoranze russofone nei baltici, in particolare in Estonia e Lettonia. E’ quanto afferma il plenipotenziario per i diritti umani del ministero degli esteri russo  Konstantīn Dolgov.

Dolgovs partecipando alla Conferenza delle comunità russofone in Lettonia, Lituania ed Estonia, ha affermato che nei paesi baltici sia in atto un vero e proprio attacco nei confronti della lingua russa e del suo uso all’interno delle comunità russofone, che in Estonia e in Lettonia contano circa il 30% della popolazione.
“Noi non  possiamo accettare – sostiene Dolgov – questo attacco strisciante nei confronti della lingua russa, a cui si assiste nei paesi baltici. Giudichiamo le misure che Lettonia ed Estonia stanno prendendo per avversare lo status della lingua russa e opprimerne l’uso, una grave violazione delle norme universalmente accettate sui diritti umani. La volontà di Riga di chiudere le scuole in lingua russa, che esistono in quei territori dal 1789, entro il 2018 è inaccettabile nel mondo civile.”
“La comunità internazionale – prosegue Dolgov – deve prendere provvedimenti per non consentire ai paesi baltici di proseguire nella violazione dei diritti delle comunità russofone, e per non lasciare che si accresca in questi territori un sentimento russofobo”.
Per l’esponente del ministero degli esteri russo “interi segmenti del mondo russo” corrono il rischio di andare incontro a grandi problemi nel godimento dei loro diritti civili. Dolgov ha anche sottolineato il problema dei “non cittadini”, che ancora Lettonia ed Estonia non hanno voluto risolvere, lasciando una parte consistente delle minoranze russofone in questi paesi, fuori dai diritti dei residenti.
Nei paesi baltici, in realtà, specie dopo la situazione venutasi a creare in Ucraina, si teme in  particolare che la Russia possa usare anche le minoranze russofone presenti in Lettonia, Estonia e in misura minore in Lituania, per estendere la propria influenza nei baltici e destabilizzare dall’interno le democrazie baltiche.

Mosca: “Non accettiamo l’attacco alla lingua russa in atto nei paesi baltici”,  "Baltica", 16-09-14.

Stati Uniti: lotta serrata contro Ebola.


Mentre in Italia le autorità sembrano ignorare la gravità della situazione, dagli Stati Uniti giungono notizie incoraggianti per contrastare l'epidemia di Ebola.

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Tremila soldati Usa in Africa Occidentale per combattere Ebola. È la strategia adottata dal presidente americano Barack Obama per cercare di contenere una delle più devastanti epidemie della storia la cui diffusione, ha detto Obama, è ormai fuori controllo. La strategia comprende anche l’invio di medici, infermieri, ingegneri e operai. E un costo totale dell’operazione, denominata `Operation United Assistance´, che potrebbe arrivare a 750 milioni di dollari. 

Finora gli Usa hanno speso 175 milioni per fronteggiare la crisi ma i nuovi fondi, riferiscono fonti della Casa Bianca, arriveranno dai 500 milioni di dollari che il Pentagono ha chiesto di ricollocare in seguito alla riduzione delle operazioni militari in Afghanistan. Mentre l’Onu, secondo cui saranno 20mila i casi di Ebola prima della fine dell’anno, ha presentato un piano da un miliardo di dollari per la lotta al virus, un netto aumento rispetto alle precedenti richieste. L’Unicef ha invece lanciato un appello perché vengano stanziati almeno 200 milioni di dollari per curare e prevenire il contagio di bambini nei Paesi dell’Africa occidentale colpiti dal virus. 

La strategia di Obama, il quale ha detto che le probabilità di un’epidemia di Ebola negli Usa sono molto basse, è stata annunciata durante la visita del presidente nel Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta. Ebola ha detto è una minaccia globale e richiede una risposta globale, aggiungendo che bisogna agire rapidamente. Nella struttura di Atlanta sono stati curati e guariti due dei quattro americani affetti dal virus mentre prestavano servizio a Monrovia, in Liberia, uno dei Paesi più colpiti da Ebola, insieme a Guinea, Sierra Leone, Nigeria e Senegal. E Obama ha incontrato uno di loro, Kent Brantly, alla Casa Bianca poco prima di partire. 

In particolare, il piano di intervento degli Usa prevede la creazione di un quartier generale a Monrovia con il dispiegamento di tremila soldati. Il personale militare non fornirà direttamente assistenza sanitaria alle migliaia di pazienti, ma aiuterà a coordinare gli sforzi degli Stati Uniti e di varie organizzazioni umanitarie internazionali per contenere l’epidemia. E inoltre: la creazione di 17 ospedali da campo in Liberia con 100 posti letto ognuno; la formazione degli operatori sanitari, almeno 500 a settimana fino a quando sarà necessario (anche se si prevede che il programma durerà sei mesi); la creazione di un ponte aereo per far arrivare al più presto gli operatori sanitari e le forniture mediche sul posto; la distribuzione di 400mila kit per sensibilizzare le famiglie alla prevenzione. «L’epidemia di ebola è una minaccia alla sicurezza globale e il mondo ha la responsabilità di agire. È necessaria una risposta globale», ha detto il presidente nel presentare il piano di intervento. 

Sono mesi che le autorità sanitarie mondiali chiedono un intervento per fermare il virus anche considerando che i Paesi colpiti non hanno le risorse o le condizioni sanitarie adeguate per fronteggiare Ebola. E la decisione di far intervenire i militari Usa, le cui risorse sono già sotto pressione a causa del conflitto in Medio Oriente, testimonia la crescente preoccupazione dei funzionari Usa secondo cui, senza una risposta globale, l’epidemia potrebbe devastare il Continente. Una preoccupazione condivisa dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, secondo il quale Ebola «non è solo una crisi sanitaria: ha gravi conseguenze economiche, umanitarie e sociali che potrebbero diffondersi ben oltre i Paesi colpiti».  

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Barack Obama lancia una nuova offensiva contro l’Ebola, attraverso una strategia in quattro punti che prevede il coinvolgimento di militari, medici, tecnologia e finanziamenti. Gli Usa invieranno tremila militari nell'Africa Occidentale nell'ambito di un piano di intervento che il presidente ha illustrato nel corso di una visita al Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, in Georgia, l’agenzia che si occupa di malattie infettive. In particolare, si apprende, gli Usa creeranno un centro di comando a Monrovia, in Liberia, uno dei paesi più colpiti dal virus insieme alla Sierra Leone e alla Guinea, che sarà di supporto alle iniziative militari e faciliterà il coordinamento degli sforzi militari americane.  

Il Pentagono, inoltre, invierà ingegneri per installare 17 centri per la cura della malattia in Liberia - ognuno con una capacità di 100 posti letto - e anche personale medico per la formazione di 500 operatori sanitari, hanno precisato alti funzionari dell'amministrazione Obama. «Per combattere l'epidemia alla fonte dobbiamo mettere a punto una vera risposta internazionale», ha detto un responsabile americano che ha voluto mantenere l'anonimato. 

Obama punta inoltre a un maggiore coinvolgimento delle istituzioni internazionali, Nazioni Unite e Organizzazione mondiale della sanità e per questo illustrerà i suoi sforzi agli altri Paesi, nel corso dei lavori della 69esima Assemblea generale Onu, in programma la prossima settimana, mentre giovedì il Consiglio di Sicurezza terrà al Palazzo di Vetro una riunione di emergenza proprio per esplorare l’ipotesi di un coordinamento.  

Il timore principale è che, all’aumentare dei contagi, il virus possa mutare divenendo più pericoloso, aggressivo e di più facile trasmissione. Sono 4.784 i casi di contagio legati alla nuova epidemia di Ebola, 2.400 circa i morti. 

Francesco Semprini, In Africa 3000 militari contro l'Ebola: più di quelli in Iraq,  "La Stampa", 16-09-14.

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Sotto, una serie di video che si aggiungono a quelli già proposti in un post di qualche settimana fa: 











 

domenica 14 settembre 2014

Ancora sull'apprendistato.

Marco, sedici anni, entra in classe con la cresta e i pantaloni a vita bassa. Non è uno schiaffo al protocollo, ma una divisa: tra poco sarà parrucchiere. Riccardo ha un paio di anni in più, e sta davanti a un barile di birra alle 5 e mezza di un venerdì mattina, eppure i genitori sono tranquilli: quello diventerà il suo lavoro.  
Torino, quartiere San Donato. Nei corridoi lunghi delle ex concerie Fiorio dal 2004 la Piazza dei Mestieri sforna super-tecnici: professionisti ragazzini pronti a entrare in azienda. Non è un’oasi, ma quasi. Il centro studi Adapt, fondato da Marco Biagi, ha messo in fila gli istituti d’eccellenza, quelli che, da anni, hanno anticipato le linee guida del patto per la scuola annunciato da Renzi a settembre: oltre al centro torinese ci sono la Fondazione scuola Vallecanonica, il Polo Formativo Legnoarredo di Lentate sul Seveso, in Brianza, la Fondazione Cometa di Como. Tutti poli che hanno stretto un patto di ferro con il mondo dell’impresa e con le famiglie.  

Una ricetta antica
La logica è antichissima, ma di questi tempi sembra rivoluzionaria: tra i banchi si impara un mestiere. Esattamente l’obiettivo che si è proposto il governo con la riforma: tra i dodici punti è previsto un rafforzamento deciso dell’alternanza scuola-lavoro. L’asticella è stata alzata fino a quota 200 ore: il tempo minimo da trascorrere in laboratorio, o direttamente in fabbrica. È un tentativo - promosso da due terzi degli studenti - di rincorrere il modello tedesco. Una mossa che può portare anche qui il sistema «duale», il mix di lezioni e pratica che, spiega il giuslavorista Michele Tiraboschi, ha consentito alla Germania «un contenimento della disoccupazione giovanile e alti livelli di competenza e produttività della forza lavoro». 

Il ritorno dell’apprendista
Una delle chiavi per sbloccare un sistema paralizzato si chiama apprendistato: il vecchio contratto, seppur con qualche acciacco, ha ricominciato a funzionare alla grande. Negli ultimi sei mesi - un periodo nerissimo in cui la disoccupazione under 29 ha sfondato il 40% - i giovani assunti con contratti di apprendistato sono aumentati del 16% rispetto allo stesso periodo del 2013. I numeri restano bassi, ma sono le storie a fare la differenza: 11.395 ragazzi, fratelli minori dei trentenni sbranati dal precariato, hanno cambiato passo e sono entrati in azienda.  

È la rivincita degli istituti professionali: a un anno dal conseguimento del titolo, dicono i dati di Almadiploma, trovano lavoro solo 31 diplomati su cento: questa percentuale però supera il 41% quando si parla di diplomati professionali, mentre tocca il minimo (21%) tra i liceali. «I risultati eccellenti raggiunti dalla formazione professionale nelle poche regioni che hanno attuato una vera programmazione parlano da soli - ragiona il presidente della Piazza dei Mestieri, Dario Odifreddi -. Diminuzione della dispersione scolastica, tassi di inserimento lavorativo migliori, minori tempi nella transizione dallo studio al lavoro, rapporto strutturato con le imprese».  

Percorsi su misura
Certo, bisogna fare un bagno di concretezza. Solo l’export riesce a trainare l’economia? Allora tocca creare figure specializzate. Al Polo Formativo del Legno Arredo da ottobre parte un percorso per creare «export manager». Qui, spiega l’ad di Poliform Giovanni Anzani, «il tema della formazione dei giovani e più in generale quello dell’educazione è quanto mai sentito». Le scuole, spiega Odifreddi, «devono riprendere la cultura del laboratorio, del lavoro manuale, che si è persa anche negli istituti tecnici». 

Il compito del governo, invece, è tirar giù gli steccati, soprattutto quelli ideologici. «Bisogna liberare l’apprendistato da costi e vincoli introdotti dalla riforma Fornero», conferma il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti. Il patto scuola-lavoro, spiega, «è l’unica strada per affrontare il dramma della disoccupazione giovanile e potenziare la qualità manifatturiera». Mica un’idea rivoluzionaria: dietro il boom economico, nascosti dai geni del design, c’erano tecnici pazzeschi. Eppure ci siamo scordati di quella ricetta. Uno sbaglio. «L’apprendistato coniuga il sapere e il saper fare - ragiona Merletti -. Ha formato generazioni di lavoratori ed è stato la palestra per migliaia di giovani che, a loro volta, hanno creato un’impresa». 

Marco Bottero, Lezioni e pratica, ecco la rivincita dell'apprendistato, "La Stampa", 14-09-14. 

Il ritorno alla terra come scelta per combattere la disoccupazione.

Si torna alla terra. I ragazzi scelgono di abbandonare le professioni «cittadine» e di puntare sul verde, iniziando dai banchi di scuola. Aumento record di iscritti negli istituti agrari, che registrano un più 12 per cento. Tendenze positive per tutti gli indirizzi legati ad ambiente, alimentazione e turismo secondo i dati dello studio presentato alla prima Summer School sul made in Italy, promossa da Coldiretti Giovani Impresa in collaborazione con l’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, con laureati provenienti da tutte le università italiane seguiti da esperti del sistema agroalimentare, professori, imprenditori, magistrati e manager.  
Nel nuovo anno scolastico 2014/2015 si sono iscritti al primo anno degli istituti tecnici e professionali della scuola secondaria di secondo grado, statali e paritarie 264.541 giovani e tra questi il 24 per cento ha optato per l’agricoltura, l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera, che complessivamente hanno registrato 63.719 nuovi iscritti contro i 60.017 dello scorso anno.  
Un boom quello delle scuole tecniche di agraria, agroalimentare e agroindustria che trascina anche le scuole professionali per i servizi per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (+ 8 per cento) e quelli che si indirizzano verso l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera (+ 5 per cento). 



Numeri che, evidenzia la Coldiretti, «testimoniano una vera rivoluzione culturale, confermata anche dai risultati di un sondaggio svolto con Ixè secondo il quale il 54 per cento dei giovani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (21 per cento) o fare l’impiegato in banca (13 per cento)». Inoltre, secondo il rapporto, il 50 per cento degli italiani ritiene che cuoco e agricoltore siano le professioni con la maggiore possibilità di lavoro mentre solo l’11 per cento ritiene che l’operaio possa avere sbocchi occupazionali.  

Scelte scolastiche che riflettono un mondo che cambia, ragazzi diventati adulti all’ombra della crisi che devono scegliere con cura i loro sogni o andare all’estero. E per chi non vuole lasciare l’Italia l’orientamento a scuole che garantiscano un alto tasso di occupazione diventa spesso una necessità più che la conseguenza naturale di una passione. 

Il preside dell’istituto agrario Strozzi di Palidano di Gonzaga, Mantova e San Benedetto, Massimo Pantiglioni, conferma il trend rilevato da Coldiretti: «Il dato è costante. Nella nostra scuola negli ultimi anni c’è una crescita tra il 10 e il 15 per cento. E non è un caso solo italiano. In Francia gli studenti del liceo agrario sono aumentati del 38 per cento. Ci sono due ragioni. La prima è l’attenzione all’ambiente, ma quella fondamentale è che in questi cinque anni di crisi economica il settore agroalimentare ha tenuto. Per cui i diplomati degli istituti agrari e i laureati hanno trovato e trovano lavoro».  

Anche se la media del reddito è decisamente più bassa rispetto a Francia, Germania e Spagna, come ha sottolineato il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. «Siamo sotto del 25 per cento in alcuni casi. E nonostante i buoni segnali di ingresso dei giovani e l’interesse rinnovato siamo sotto anche nel tasso di imprenditorialità under 35. Da noi siamo al 5 per cento mentre la media europea è dell’8 per cento». Così il ministro alle Politiche Agricole Maurizio Martina intervenuto ad un dibattito organizzato a Padova alla festa del Partito Democratico. «Noi abbiamo provato ad accelerare sul tema giovanile con una premialità dei giovani agricoltori - ha proseguito - abbiamo stanziato 80 milioni di euro l’anno a sostegno dell’imprenditorialità giovanile. Un po’ di misure le abbiamo fatte, sono sperimentali e andranno testate nei prossimi mesi per capire come migliorarle ma c’è un’attenzione nuova al mondo agricolo. Basta dire che oggi un laureato in agraria trova lavoro nel 95 per cento dei casi, un laureato in giurisprudenza se va bene arriva al 25 per cento». Più che un richiamo della terra questa ritrovata passione sembra un richiamo della sopravvivenza. Come si dice? Necessità fa virtù. 

Maria Corbi, I figlli dell'era della crisi puntano tutto sul verde, "La Stampa", 14-09-14.

Orsa Daniza. Problema nazionale o alibi ?

Il caso dell’orsa uccisa con una eccessiva dose di narcotico sta ricevendo grandissima attenzione. Si arriva a chiedere le dimissioni del ministro dell’Ambiente per l’assassinio (sic) dell’orsa. Mi viene in mente la storia di King Kong, come la dipinse Frank Zappa. Riassumo: c’era uno scimmione che viveva tranquillo e beato sulla sua isola, arrivarono degli uomini e lo presero, portandolo a casa propria, per farlo vedere a tutti. E poi lo uccisero.  
L’orsa è stata presa dalla Slovenia e portata in Italia, in modo che anche noi potessimo dire: ci sono gli orsi nei nostri boschi. Ma poi si è comportata da orsa, e questo non va bene. La natura ci piace tanto, ma deve stare al suo posto, non deve disturbare. Se disturba diventiamo letali. Lo stesso succede con i lupi. Da una parte siamo contenti che tornino, dall’altra pretendiamo che «stiano al loro posto». L’atteggiamento è identico nei confronti degli squali. Ci commuoviamo quando vediamo che vengono sterminati per prendere le pinne, ma poi esigiamo che non ce ne siano nelle acque in cui facciamo il bagno.  

Tutto questo la dice lunga sulla cultura che abbiamo sviluppato, soprattutto in Italia. Non c’è spazio per la Natura in quella che chiamiamo Cultura. La Natura trova spazio solo sotto forma di edulcorate storielle che i giornali amano pubblicare, soprattutto in estate quando si devono riempire le pagine e i commentatori di cose serie sono in vacanza. Ci sono fior di programmi sulla natura, in tutte le reti. Ma anche in questo caso, di solito, si raccontano edulcorate storielle. Non parliamo della scuola. La Natura proprio non esiste. Magari è stata messa nei programmi, ma il massimo rilievo viene dato alle discipline umanistiche e alla matematica, ritenuta sufficiente per avere un solido substrato culturale in campo scientifico. Ma la matematica non ci insegna come funziona un ecosistema, o quale è il ruolo dei predatori apicali nelle reti trofiche. Ruolo dei predatori apicali nelle reti trofiche… chissà se tutti capiscono. La matematica ci può aiutare a esprimere con rigore questi concetti, ma non ci dà i concetti.  

Un percorso educativo che dà così scarso rilievo alla Natura non può che dare questo risultato: il nostro Paese sta distruggendo il proprio patrimonio naturale senza porsi tanti problemi. Ci creiamo qualche alibi introducendo qualche specie carismatica, ma poi non siamo in grado di convivere con queste specie semplicemente perché non abbiamo la cultura per farlo.  

A livello individuale questi errori di valutazione sono diffusissimi. Gli amanti dei cani, nel nostro Paese, spesso indirizzano le proprie scelte su razze selezionate per aggredire, per difendere il territorio, per combattere. Si compra un bel cucciolotto di rottweiler e poi ci si accorge che non è molto gestibile. In Italia i cani aggressivi di solito se la prendono con i padroni, con i loro figli o con i figli dei loro amici. E ogni volta, dopo tragedie che a volte portano a esiti fatali, c’è sorpresa: era così buono. I cani abbandonati sono proprio come l’orsa uccisa. Prima si comprano, e poi ci si accorge che non fanno per noi. L’Italia è l’unico Paese europeo occidentale dove si può morire a causa dell’aggressione di branchi di cani. Per il momento di persone sbranate da lupi e orsi non se ne segnalano.  

Si parla tanto di riforma della scuola. Il problema viene affrontato da molti punti di vista, soprattutto riguardanti l’edilizia e il personale. Ma di adeguamento dei programmi non se ne parla. D’altronde, se si pensasse di modificare i programmi, nelle commissioni ministeriali non verrebbero certo chiamati i naturalisti.  

Se tutto questo avesse ripercussioni sulla gestione di una specie introdotta artificialmente (come l’orsa slovena deportata in Italia) non ci sarebbe molto da dire. Ma il nostro patrimonio naturale è stato devastato dovunque, e le conseguenze economiche di questa devastazione sono gravissime, per non parlare dei morti. L’unica grande opera veramente necessaria è la rinaturalizzazione del territorio, in modo che ricominci a funzionare per bene.  

Per farlo dobbiamo ritornare in armonia con la Natura. Ma la cultura dominante non comprende la Natura, a cui viene dato un valore eminentemente estetico mentre se ne ignora l’importanza sul nostro benessere e su quello della nostra economia. Parliamo sempre di capitale economico e non ci interessa il capitale naturale. Le decisioni sono prese dando priorità all’economia rispetto alla natura. Come se le leggi dell’economia fossero più forti delle leggi della natura. Ovviamente dopo ogni catastrofe naturale si dice che dobbiamo fare qualcosa per prevenire i disastri, ma poi non facciamo mai niente, fino all’emergenza successiva. Oppure risolviamo la questione coprendo di cemento qualche costone pericolante. Avremmo speso meno se avessimo fatto un buon uso dell’ambiente, invece spendiamo molto di più per far fronte alle emergenze causate dalla nostra ignoranza. E continuiamo a comportarci da ignoranti. 
Mi spiace per l’orsa uccisa, mi spiace per i suoi cuccioli oramai orfani. Ma non poteva essere altrimenti in un Paese che ha espulso la Natura dalla propria cultura.  

Ferdinando Boero, (Professore di Zoologia  -  Università del Salento / CoNISMa / CNR-ISMAR),  Orse e lupi, in Italia non c'è spazio per la natura,  "La Stampa", 13-09-14. 

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Di seguito, una serie di video sull'argomento:






























Che succede in Scozia ?


Tutti conoscono i simboli dell’identità scozzese: il kilt – il gonnellino in lana i cui motivi tartan rappresentano il ‘clan’ di appartenenza –  o le cornamuse, strumento musicale tipico delle Highlands. C’è poi l’elemento linguistico, quella lingua Scots, di origine germanica ma distinta dall’inglese, parlata in quasi tutta la Scozia meridionale, e la lingua “gaelico-scozzese” parlata nel nord. Questi elementi non sono tuttavia così autenticamente scozzesi come si pensa.
In The invention of tradition, raccolta di saggi curata da Eric Hobsbawn e pubblicata dalla Cambridge University press nel 1983, si trova una fondamentale analisi della tradizione scozzese, a firma di Hugh Trevor-Roper. L’autore spiega come gli elementi oggi riconosciuti quali simboli dell’identità scozzese siano una invenzione retrospettiva. La cosa non deve stupire poiché le identità culturali nascono per contrapposizione e finché la Scozia è stata una nazione indipendente non ha prodotto elementi distintivi. Esistevano certo dei “caratteri” dell’essere scozzese ma non erano assurti a simboli della nazionalità. Questi simboli cominciano a formarsi durante il Romanticismo che, con la sua re-invenzione del Medioevo, ha di fatto creato molti elementi identitari poi confluiti nei nazionalismi ottocenteschi.
Il kilt, per come lo conosciamo noi, è infatti un’invenzione di tale Thomas Rawlinson, imprenditore inglese del ‘700, proprietario di fornaci in Scozia. Durante una visita nelle Highlands vide che i poveri del luogo vestivano con una lunga coperta in lana grezza con motivi tartan che, cadendo dalle spalle, copriva l’intero corpo ed era fermata in vita da una cintura facendo così sembrare la parte inferiore una gonna. Rawlinson ebbe l’idea di realizzare un gonnellino, staccato dalla coperta, e ne inventò una tradizione a fini puramente commerciali. Il kilt è quindi un abbigliamento moderno che il movimento romantico impose come segno di “antichità”.
Una storia recente è anche quella del tartan, il motivo noto appunto come “scozzese”. Tipico nelle coperte delle genti povere delle Highlands, cominciò a diffondersi grazie all’invenzione del kilt, ma fu solo nel 1820 che il tartan divenne una vera e propria moda. A renderlo famoso fu una visita in Scozia di re Giorgio IV (1762-1830) che, per far fronte alle sommosse popolari della cosiddetta Radical War, decise di recarsi a Edimburgo come segno di vicinanza verso la popolazione. La visita fu organizzata da sir Walter Scott, autore del celebre romanzo storico Ivanhoe, il quale si impegnò affinché il percorso del sovrano fosse ricoperto con un tappeto realizzato in motivi tartan, in voga in quel periodo. La realizzazione del tappeto diede da lavorare a molti artigiani locali e la visita del sovrano riaccese l’ardore monarchico degli scozzesi disinnescando le rivolte.Quella visita è ricordata come l’atto di nascita della moderna identità scozzese, fiera della sua diversità ma fedele alla corona, che ha nei kilt e nel tartan i suoi “simboli”.
A contribuire a creare un’identità culturale scozzese fu soprattutto l’opera di James Macpherson, autore dei celebri Canti di Ossian, dati alle stampe nel 1761 e opera fondamentale della letteratura pre-romantica europea. Mecpherson affermò che quei canti erano la traduzione di un antico poema celtico del III° secolo, da lui rinvenuto nelle Highlands. L’opera, che racconta le vicende di Fingal, personaggio della mitologia celtica, per bocca del figlio Ossian, testimonierebbe l’esistenza di una remota civiltà, fiera e guerresca, antesignana dei moderni scozzesi. L’autenticità delle presunte traduzioni fu messa in discussione fin da subito da Samuel Johnson, tra i più insigni letterati inglesi del XVIII° secolo,  e oggi sappiamo che si trattava di un falso: i Canti di Ossian sono infatti il frutto della fantasia di Mecpherson. Questo nulla toglie al valore letterario di un’opera che inaugurò il Romanticismo europeo, ma gioca del tutto a sfavore della presunta identità celtica degli scozzesi, un’identità che però si affermò nel corso dell’Ottocento in modo strumentale al fine di rivendicare una irriducibile diversità rispetto agli inglesi e, quindi, poter avanzare richieste di autonomia.
La diversità è però assai ardua da dimostrare. La lingua celtica, tutt’oggi parlata da appena 60mila persone (su 5 milioni di scozzesi), rappresenta una minoranza nel quadro delle lingua parlate in Scozia dove, dopo l’inglese, la più diffusa è lo Scots, una lingua di origine germanica sviluppatasi probabilmente in epoca medievale da un dialetto inglese del nord. Parlato da quasi 2 milioni di persone è la vera lingua locale scozzese, al punto che oggi la BBC dedica un canale alla programmazione in lingua Scots, ma sono gli stessi parlanti a ritenerla un dialetto: nel 2010 il governo scozzese pubblicò una ricerca dal titolo “Public attitudes towards the Scots language” in cui si riportava come il 64% degli intervistati ritenesse lo scozzese un dialetto inglese. Insomma, la lingua Scots poco si attaglia ad essere l’elemento caratterizzante dell’identità scozzese, così vicina all’inglese: meglio – come fece Mecpherson – rivolgersi alla lingua celtica e al misterioso e suggestivo retaggio culturale delle Highlands.
Tuttavia la lingua celtica non ha molto a che fare con la Scozia. In The invention of tradition, Hugh Trevor-Roper spiega come le Highlands fossero, nell’Alto Medioevo, “etnicamente e culturalmente una colonia irlandese”. Le popolazioni celtiche dell’Irlanda – scrive Trevor-Roper – attraversarono nel V° secolo lo stretto braccio di mare che separa l’isola dalla Scozia e si stabilirono nelle “terre alte” dando origine a un regno celtico, noto con il nome di Dalriada. Considerato tradizionalmente un regno scozzese, a causa di un estensione territoriale prevalente in quella che oggi è la Scozia, il regno di Dalriada aveva in realtà la sua base in Ulster.
Fu la necessità di costruire un’identità nazionale da contrapporre a quella inglese, e su cui costruire rivendicazioni di libertà e indipendenza, a motivare l’invenzione di alcuni elementi distintivi. E occorre ribadire come essi si svilupparono solo dopo l’atto di Unione con l’Inghilterra del 1707. Prima di quella data essi esistevano in forme meno codificate ed erano visti come eredità di una cultura barbara che andavarifiutata, specie in una Edimburgo che stava diventando una delle capitali dell’Illuminismo europeo guadagnandosi l’appellativo di “Atene del nord”: qui operavano infatti Adam Smith, Thomas Reid, David Hume. Forse anche grazie all’eredità illuminista, il nazionalismo scozzese non si è mai connotato per radicalismo.
Anche oggi il dibattito ruota attorno a questioni economiche e non c’è il minimo accenno a “etnicismi” o altri radicalismi. Quello che oggi interessa a Edimburgo è scrollarsi di dosso una Londra percepita come oppressiva. La discriminazione degli stranieri non è all’ordine del giorno come invece lo è in Inghilterra, dove il governo Cameron – con le sue retoriche contro romeni, bulgari e altri immigrati europei – sembra molto più “nazionalista” dei nazionalisti scozzesi.
Quanto il discorso identitario peserà sul risultato del voto? Abbiamo visto che le ragioni degli indipendentisti sono principalmente economiche e sociali e forse sarà proprio la mancanza di un marcato carattere nazionale a giocare a sfavore dell’indipendenza. L’antropologo francese Jean-Loup Amselle scrisse, in modo illuminato, che l’identità non è un prodotto confezionato, calato dall’alto, bensì è frutto della sceltaindividuale e può mutare nel corso della vita di un individuo come nella storia di un gruppo umano. Il 18 settembre sapremo se gli scozzesi si sentono, tutto sommato, britannici, oppure no.