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lunedì 15 febbraio 2016

I pinguini della Baia del Commonwealth rischiano l'estinzione ?



pinguiniCapo Denison, il promontorio roccioso all’inizio della Baia del Commonwealth in Antartide, è uno dei posti più inospitali al mondo. Le sue coste sono battute da venti con raffiche che raggiungono regolarmente i 240 chilometri orari: è ritenuto il luogo più ventoso della Terra. Il Capo fu esplorato per la prima volta nel 1912 durante la storica spedizione Aurora, organizzata dal britannico Douglas Mawson nell’ambito di una serie di iniziative per la conquista e lo studio dell’Antartide. All’epoca fu stimato, con qualche approssimazione, che nella Baia del Commonwealth vivessero circa 200mila pinguini di Adelia (Pygoscelis adeliae), la specie di pinguino più diffusa nel continente Antartico, mentre ora la popolazione della colonia è più che decimata con la scomparsa di oltre 150mila esemplari in pochi anni in parte a causa di un gigantesco iceberg, che impedisce ai pinguini di raggiungere il mare.
Un gruppo di ricercatori della University of New South Wales, Australia, ha di recente pubblicato uno studio sulla scomparsa dei pinguini di Adelia nel quale ipotizza che entro vent’anni l’intera colonia di pinguini potrebbe sparire dalla Baia del Commonwealth, in particolar modo da Capo Denison. Un tempo fiorente e molto popolata, la colonia ha iniziato ad avere problemi di sopravvivenza nel 2010 in seguito all’arrivo sulle coste del Capo di un grande iceberg, chiamato B09B, con un’area di circa 100 chilometri quadrati. La grande massa di ghiaccio si è arenata nel mezzo della Baia del Commonwealth e, in poco tempo, ha portato alla formazione di uno strato ghiacciato nel tratto di mare compreso tra la costa e il margine dell’icerberg, allungando di chilometri il viaggio che i pinguini devono compiere per raggiungere l’acqua, dove pescano il cibo per nutrirsi e per provvedere alle loro nidiate.
capo-denison-pinguini
I pinguini di Adelia hanno bisogno di avere un accesso all’acqua entro 2-3 chilometri dal punto in cui si trova la loro colonia: se il viaggio diventa più lungo aumenta il consumo di calorie, condizionando le possibilità di sopravvivenza. A causa dell’iceberg B09B, negli ultimi anni i pinguini sono stati costretti a camminare per quasi 60 chilometri prima di arrivare a un accesso al mare: molti uccelli non ce la fanno a sostenere un viaggio di questo tipo, con conseguenze anche per la prole che resta nei nidi in attesa di cibo che non arriverà mai.
Le stime effettuate dai ricercatori australiani sono piuttosto impressionanti. A inizio Novecento le colonie nella Baia del Commonwealth erano costituite da circa 200mila pinguini di Adelia, numero che rimase più o meno stabile nei decenni successivi. Le cose sono cambiate sensibilmente a partire dal 2010 con un progressivo declino nel numero di esemplari, dovuto soprattutto al minor numero di uova deposte e al tasso più alto di mortalità. Dallo studio delle immagini satellitari e sulla base delle rilevazioni sul campo, i ricercatori hanno concluso che nella zona ci sono quasi 150mila pinguini in meno. È probabile che la maggior parte siano morti e che parte della colonia si sia trasferita in altri punti, ma la riduzione è comunque di grandi proporzioni e dimostra quali possano essere gli effetti di un repentino cambiamento dell’habitat di questi animali.
Nello studio i ricercatori scrivono che la popolazione di pinguini “a Capo Denison potrebbe essere eliminata entro 20 anni, a meno che l’icerberg B09B non si sposti o che si rompa lo strato di ghiaccio che si è formato lungo la Baia”. Lo studio non esclude che ci possano essere state altre cause nella riduzione del numero di pinguini, ma spiega comunque che una colonia situata 8 chilometri a est della Baia – dove l’accesso al mare non è precluso dall’iceberg – sta prosperando, con un numero stabile di nuove nascite.

domenica 14 febbraio 2016

Alla scoperta delle onde gravitazionali.


onde-gravitazionaliIn due conferenze stampa in contemporanea organizzate a Washington, Stati Uniti, e a Cascina (Pisa), i ricercatori degli esperimenti LIGO (Stati Uniti) e VIRGO (Europa) hanno annunciato di avere rilevato e verificato l’esistenza delle “onde gravitazionali”, una scoperta fondamentale per la fisica e che probabilmente varrà il Nobel ai suoi autori. Ipotizzate per la prima volta da Albert Einstein un secolo fa e da tempo in attesa di una osservazione diretta, le onde gravitazionali hanno la capacità di allungare e restringere lo spazio-tempo man mano che si diffondono nell’Universo. Per decenni gli scienziati hanno cercato indizi di vario tipo per dimostrarne l’esistenza direttamente, ma finora i loro tentativi erano stati viziati da interferenze di vario tipo e dalla mancanza di strumentazioni sensibili a sufficienza.
LIGO ha identificato le onde gravitazionali utilizzando alcuni osservatori fatti a “L”, costituiti da tunnel lunghi 4 chilometri che possono rilevare minuscole variazioni nella misura dello spazio causate dal passaggio delle loro perturbazioni; VIRGO ha avuto un ruolo più marginale, ma ha elaborato parte dei dati raccolti dall’esperimento statunitense. I ricercatori dicono che le onde gravitazionali osservate sono state prodotte da due buchi neri di diametro di 150 chilometri circa e con 29 e 36 volte la massa del nostro Sole: giravano l’uno intorno all’altro in una spirale che li ha portati a fondersi creando un unico buco nero 62 volte più massivo del Sole, a 1,3 miliardi di anni luce da noi (la loro collisione è quindi avvenuta 1,3 miliardi di anni fa). La massa mancante pari a circa tre soli, insomma, si è trasformata in energia ed è diventata onda gravitazionale. A settembre del 2015, gli osservatori ne hanno rilevato il passaggio e questo è il “rumore” della collisione (chirp):
Ma ora lo rispieghiamo con calma.
Cosa sono le onde gravitazionali
Un’onda gravitazionale è una increspatura nello spazio-tempo, il concetto introdotto nella relatività generale da Albert Einstein per descrivere la struttura quadridimensionale dell’universo: lunghezza, larghezza, profondità e tempo. In pratica lo spazio-tempo è sia il palcoscenico sia il coprotagonista di tutte le cose che succedono nell’Universo. Per spiegare meglio il concetto di onde gravitazionali, i fisici di solito la prendono alla lontana partendo da un’analogia piuttosto efficace: immaginate che lo spazio sia un grande trampolino elastico, uno di quelli di gomma su cui si sprofonda mentre ci si cammina o salta sopra. Se si appoggia un oggetto con massa sulla sua superficie – una palla da bowling, per esempio – questo fa cedere e deformare il tappeto verso il basso, creando una specie di cono. Nell’universo avviene più o meno la stessa cosa: più un corpo celeste ha una massa grande, più lo spazio si incurva e si deforma.

deformazione-spazio
In un sistema solare, la stella intorno cui orbitano i pianeti è di solito l’oggetto più massiccio nei paraggi: la stella crea un’enorme deformazione dello spazio che ha intorno, e di conseguenza condiziona il movimento dei pianeti che le sono vicini. L’analogia del trampolino elastico aiuta anche in questo caso: se lanciate una biglia (un pianeta) vicino a una palla da bowling (la stella) poggiata su un trampolino di gomma, noterete che la pallina non si muoverà in linea retta, ma inizierà a girare intorno alla palla da bowling seguendo una traiettoria circolare nel cono della deformazione, come fosse in orbita (in questa analogia naturalmente la pallina prima o poi raggiunge la palla da bowling a causa della forza di gravità terrestre). Su una scala planetaria molto più grande, questo ci dice che i corpi celesti orbitano intorno ad altri corpi per via della deformazione, cioè della curvatura, dello spazio.
Increspature
La biglia si muove lungo la sua orbita circolare e la sua velocità cambia direzione e intensità: accelera e produce un’increspatura variabile nel tappetino a mano a mano che lo percorre. Qualcosa di analogo avviene quando è un corpo celeste ad accelerare: crea delle deformazioni dello spazio, cioè delle onde gravitazionali. Tutti i corpi con massa (o energia) contribuiscono a creare le increspature nello spazio-tempo, ma sono infinitesimali perché la gravità non è una forza molto intensa se paragonata alle altre forze dell’Universo. Il problema è che anche un’onda molto grande causa effetti molto difficili da rilevare. Solo i corpi celesti molto massicci (ma proprio tantissimo) producono onde gravitazionali tali da potere essere rilevate e studiate dai ricercatori. Ma riuscire comunque a identificarle, e quindi a confermare nella pratica la teoria, era stato finora impossibile a causa di diverse altre complicazioni.

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Un’increspatura comporta una contrazione o una dilatazione dello spazio, ma siccome facciamo parte dello stesso spazio ci è impossibile notarla direttamente perché noi stessi siamo coinvolti nelle dilatazioni e nei restringimenti. Per aggirare il problema, i fisici fanno ricorso a una costante: la velocità della luce. Siccome la sua velocità è sempre uguale, possiamo sapere quanto tempo impiega la luce a spostarsi da un punto a un altro. Se il tempo di viaggio aumenta, vuol dire che l’onda gravitazionale ha portato a una dilatazione dello spazio, mentre se diminuisce vuol dire che lo spazio si è ristretto, e che quindi la luce ha dovuto percorrere una distanza inferiore per arrivare a destinazione.
LIGO e VIRGO
Il Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO) sfrutta questo principio per rilevare le onde gravitazionali, con due osservatori negli Stati Uniti (uno in Louisiana e uno nello stato di Washington) costituiti da un grande tunnel vuoto a forma di “L” lungo 4 chilometri per lato. A ogni estremità ci sono degli specchi sospesi: valutando il tempo impiegato dalla luce laser per percorrere il tunnel si può identificare un loro minimo movimento, causato proprio dalle onde gravitazionali.VIRGO, un altro rilevatore che si trova a Cascina (Pisa), è praticamente uguale a LIGO, ma con dimensioni più ridotte e serve sempre per identificare le onde gravitazionali. Quindi: durante gli esperimenti, è stata riscontrata una variazione del tempo impiegato dalla luce per coprire la distanza all’interno del tunnel: distanza che i ricercatori si spiegano con la deformazione dello spazio-tempo causata dalle onde gravitazionali generate dai due buchi neri.

virgo
Difficoltà e interferenze
Il problema con cui i fisici fanno i conti da anni è l’estrema difficoltà nell’effettuare misurazioni precise per rilevare un’onda gravitazionale. Le variazioni di distanza sono infinitesimali e, per farsi un’idea, sarebbe come valutare se una rotaia lunga mille miliardi di miliardi di metri si sia accorciata o espansa di 5 millimetri. Se un’onda gravitazionale di notevole portata attraversasse la Terra, per esempio, farebbe restringere e allargare il diametro del nostro pianeta di appena 10 nanometri (dieci miliardesimi di metro), se non di meno. I ricercatori devono quindi confrontare le ondulazioni misurate con i loro esperimenti con quelle che secondo la teoria fatta di complesse equazioni si dovrebbero produrre in presenza di onde gravitazionali. Per farlo è necessario conoscere il rumore di fondo e le interferenze, presenti anche nel più raffinato degli strumenti, per poterne fare la tara ed escluderli dai calcoli, cosa che finora ha complicato moltissimo le ricerche e indotto i loro responsabili a essere estremamente cauti nell’annunciare di avere rilevato o meno un’onda gravitazionale. Nel 2014 furono annunciati importanti progressi, ma ulteriori verifiche smontarono l’ipotesi di avere effettivamente registrato increspature di qualche tipo.

A cosa serve la scoperta
L’identificazione nella pratica delle onde gravitazionali non è solo un’importante conferma delle teorie di Einstein: è la via per poterle attuare e sfruttare ai fini di ricerca in una situazione nuova e finalmente completa. Gli astrofisici avranno a disposizione nuovi sistemi per studiare l’Universo, analizzando le onde gravitazionali oltre a quelle elettromagnetiche già studiate da tempo. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti per la pratica: ogni volta che abbiamo trovato nuovi strumenti e modi per osservare l’Universo, abbiamo scoperto cose che nemmeno immaginavamo.  In un certo senso, è come passare dalla semplice osservazione degli animali allo zoo a quella nel loro habitat in libertà. Le evidenze portate da LIGO e VIRGO confermano inoltre che la fisica di Newton, quella che si studia a scuola, è solo un’approssimazione di quella di Einstein, e che è valida solo per corpi con velocità piccole e campi gravitazionali da loro creati deboli.

E. Menietti, Abbiamo trovato le onde gravitazionali, "Il post", 11-02-16.

lunedì 8 febbraio 2016

Bestiario ideologico. L'abolizione del voto di condotta.

“Basta con il voto in condotta, va abolito”. A lanciare la proposta, destinata ad aprire un nuovo dibattito nel mondo della scuola, è l’onorevole Milena Santerini, ex “Montiana”, ora del gruppo “Democrazia solidale”. Da settimane la deputata sta lavorando ad un disegno di legge che ben presto sarà depositato alla Camera. L’obiettivo della Santerini è chiaro: contrastare il più possibile la dispersione scolastica alla scuola secondaria superiore e ridare legittimità all’educazione alla cittadinanza”. Così l’incipit dell’articolo di Alex Cortazzoli sul “Fatto Quotidiano” del 1° febbraio.

Com’è noto, il voto di condotta può influire in due modi sulla valutazione finale. Influisce sull’ammissione all’esame di Stato se va da 6 a 10, ma pochissimo, perché fa media con molte materie. L’obbiettivo principale di Milena Santerini è però il secondo modo, il 5 in condotta finale con il quale si ripete l’anno. Infatti afferma con sicurezza: “Non si capisce perché un giovane che ha un otto in matematica debba ripetere l’anno se ha l’insufficienza in condotta. Di fronte a dei comportamenti scorretti, dobbiamo trovare altre soluzioni, delle punizioni esemplari, dei percorsi di volontariato, ma non possiamo penalizzare con la bocciatura un ragazzo”.
La deputata di “Democrazia solidale”, tra l’altro docente di pedagogia all’università Cattolica di Milano, dimostra di conoscere poco il mondo della scuola; infatti in quasi tutti i casi di bocciatura l’insufficienza in condotta si accompagna a numerose e gravi insufficienze nelle materie. Ma anche se ci fossero casi di studenti virtuosi nello studio, responsabili però di comportamenti molto gravi, la loro mancanza di rispetto delle regole a maggior ragione dovrebbe pesare nel giudizio finale per l’esempio negativo che darebbero ai loro compagni. E comunque, quanti sono stati finora i casi di ripetenza per via del comportamento? La Santerini non ce lo dice, ma c’è da scommettere che siano una percentuale minima. È quindi assurdo pensare di combattere l’insuccesso scolastico “depenalizzando” il 5 in condotta.
Si tratta, allora, del buonismo tipico di buona parte dei pedagogisti, i quali ritengono che per far crescere la società italiana occorra creare un senso di cittadinanza, integrare le nuove generazioni, far dialogare le culture e mettere al centro del rapporto didattico gli allievi, ma poco parlano di una scuola esigente sul piano dell’apprendimento e del comportamento, svalutando così fortemente il ruolo dei docenti.
Infatti si affida alla scuola la funzione di formare l'uomo e il cittadino (possibilmente del mondo, non del proprio Paese, nei confronti del quale si è solo dei rivendicatori di diritti, liberi da ogni dovere), ma a questo scopo un voto di condotta che abbia delle conseguenze viene considerata una forma arcaica di controllo sugli individui e un’illegittima interferenza sulla valutazione del profitto. Invece la disciplina scolastica e il relativo voto di condotta non solo servono a educare alla convivenza civile, ma sono parte essenziale della formazione degli allievi e non una limitazione della loro personalità. Gli studenti sono ragazzi che crescono, che scoprono se stessi, che si misurano con gli altri e così conquistano il principio di realtà.
Ma il voto di condotta serve in modo particolare allo studente socialmente e culturalmente svantaggiato, tendenzialmente dropout, che non è certo il buon selvaggio guastato dalla società di cui parla Rousseau. È spesso un ragazzo cresciuto in un mondo senza regole, dove è frequente la prevaricazione, e ha bisogno più di altri di appoggiarsi alle certezze delle regole di una scuola in cui vige il principio di autorità e quello della responsabilità personale. Senza di che resterebbe confinato anche da adulto nel mondo di marginalità da cui proviene; e di questo dovrebbe ringraziare proprio il buonismo dei “progressisti” e dei pedagogisti. 

sabato 19 dicembre 2015

Attenti ai social network.

La scorsa settimana il cofondatore e CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato che insieme alla moglie darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni della società, che attualmente hanno un valore intorno ai 45 miliardi di dollari. Poco dopo l’annuncio sui social network moltissimi hanno scoperto di essere esperti di filantropia, e hanno litigato tra chi ha difeso la scelta di Zuckerberg e chi l’ha giudicata un’operazione opportunistica “per-pagare-meno-tasse”. All’inizio della settimana un candidato alle primarie repubblicane per le presidenziali negli Stati Uniti, Donald Trump, ha proposto di chiudere i confini per impedire ai musulmani di entrare nel paese, a suo dire l’unica soluzione per evitare altre stragi come quella di San Bernardino in California da parte di due estremisti. Su social network e blog la proposta di Trump è stata definita assurda, impraticabile o geniale a seconda dei casi, con ulteriori litigi, insulti, provocazioni e discussioni infinite e infruttuose. Gli esempi potrebbero proseguire a lungo e portano sempre alla stessa domanda: è Internet che ci rende peggiori?
Sul New York Times di oggi Farhad Manjoo prova a dare una risposta, o per lo meno prova a offrire qualche riflessione sul tema: “Non sarebbe quasi un mondo da sogno, in queste recenti settimane così sovreccitate, vivere liberi dai social media?”. Manjoo non è un vecchio editorialista conservatore e trombone: è un trentottenne giornalista esperto di tecnologia e internet, appassionato di innovazioni, che si occupa di questi temi da anni e in passato ha scritto anche su Slate e sul Wall Street Journal. I toni su Internet sono quasi sempre sopra le righe, dice Manjoo, ma quest’anno lo sono stati più del solito: estremisti di ogni tipo riescono a spiccare nel rumore di fondo e ottenere più visibilità a scapito di chi ha toni più pacati e ragionevoli, rendendo di fatto Internet un posto inospitale. Susan Benesch, docente dell’università di Harvard, spiega: “È diventato così comune incappare in spazzatura e violenza online che le persone ormai hanno accettato la cosa. Ed è diventato tutto così rumoroso da obbligarti a urlare più forte, e dicendo cose più scioccanti, per farti sentire”.
Parte della sovreccitazione online è dovuta ai tempi in cui viviamo e alle notizie che riceviamo, ormai quotidianamente, su attacchi terroristici, uccisioni di massa, sparatorie, razzismo, proteste e violenze di ogni tipo da tutto il mondo. Le informazioni su queste cose vengono condivise rapidamente sui social network e commentate ancora più velocemente, spesso senza pensarci più di tanto o avere un’idea precisa di quali siano le cause e le circostanze in cui si sono verificati determinati fatti. Manjoo scrive che i social network contribuiscono ad alimentare un circolo vizioso di azione e reazione: “La reazione di Internet a una determinata situazione diventa parte e seguito della storia, così da intrappolare i media in una escalation, in un giro infinito di 140 caratteri, di reazioni d’impulso e istantanee”.
Quando Donald Trump dice qualcosa di insulso, come “bisogna chiudere Internet”, le sue parole non vengono solo riprese da qualche giornale o televisione: “diventano un’ondata di contenuti che continuano a ripetersi e a sovrapporsi nelle tue timeline, trasformandosi nella cosa predominante”, spiega Whitney Philips, docente presso la Mercer University e autore di diverse ricerche sui troll online. Una volta che si avvia questo meccanismo si produce una spirale di “contenuti sui contenuti” che in realtà non porta avanti la conversazione ma semmai la dirotta verso battute a caldo, opinioni campate in aria e spesso prive di qualsiasi base oggettiva. Manjoo sul New York Times scrive: “In ogni argomento o sei parte di un gruppo o di un altro: più riesci a esprimere il tuo sdegno aspramente, più reazioni otterrai dall’altra parte”.
Un recente esempio, molto discusso, riguarda l’opinionista statunitense di estrema destra Erick Erickson. In seguito alla pubblicazione di un editoriale sulla prima pagina del New York Times in cui si chiedeva un maggior controllo delle armi in America, Erickson si è procurato una copia del giornale e l’ha crivellata di colpi di pistola. Poi ha scattato una fotografia del New York Times con i buchi lasciati dai proiettili e l’ha pubblicata su Twitter, dove è stata molto ripresa e commentata.
Manjoo ricorda che Internet non fu inventata “per essere così brutta: ai primi tempi, i suoi pionieri avevano in serbo grandi idee sulla capacità del Web di espandere la democrazia”. John Perry Barlow, uno dei più famosi attivisti per la libertà della rete, scrisse nel 1996 una sorta di manifesto in cui auspicava che in futuro il mondo potesse essere “più umano e giusto del mondo creato in precedenza dai governi”. Naturalmente Internet ha avuto nel complesso il merito di creare nuove opportunità economiche, di migliorare il livello di istruzione e di portare più democrazia in molte parti del mondo. Ma le discussioni che nascono online e le interazioni fra gli utenti non sono all’altezza degli ideali espressi da Barlow e da chi creò Internet nei suoi primi giorni.
Secondo Benesch, Barlow ebbe il difetto di pensare che “con maggiori capacità di comunicazione e la possibilità di raggiungere direttamente gli individui si genera un tipo di comunicazione migliore, più gentile e amichevole”. Nella pratica, conclude Manjoo, tutto questo non si è verificato: “Internet può migliorare o peggiorare il modo in cui parliamo con qualcun altro. Per ora, e forse per il futuro prossimo, stiamo andando verso il peggio”
Internet ci rende peggiori ? , "Il Post", 10-12-15.

domenica 13 dicembre 2015

Chi ha paura di dire la verità sugli alieni ?

Stephen Bassett ha 69 anni, sta diventando calvo e ha gli occhi di un colore tra il blu e il verde. Da ragazzo ha letto molti libri di fantascienza, ha costruito modellini di aeroplani e ha vissuto per molti anni in una base militare in cui lavoravano i suoi genitori. Suo padre gli parlava poco e litigava spesso con sua madre, e Basset ha sviluppato tendenze ossessivo-compulsive. Da molti anni Bassett ha un obiettivo: far sì che il governo degli Stati Uniti ammetta di aver nascosto le prove che dimostrano che gli alieni esistono e sono stati sulla Terra. Poco meno di vent’anni fa Basset ha anche capito una cosa: alle persone rapite dagli alieni serviva un lobbista, qualcuno che parlasse di loro e che difendesse i loro interessi davanti al governo degli Stati Uniti. Da circa 19 anni Basset è quindi il primo, e finora unico, lobbista delle persone che dicono di essere state rapite dagli alieni.
Prima di diventare il lobbista di chi sostiene di aver incontrato gli alieni Bassett aveva lavorato per quatto mesi per il Program for Extraordinary Experience Research (PEER), un gruppo di ricerca creato nel 1993 da John Mack, uno psichiatra e saggista vincitore di un premio Pulitzer e morto nel 2004. Il PEER era nato per ascoltare in modo neutrale «tutte le esperienze che sfidano le nostre nozioni di realtà» e, quindi, anche i rapimenti di essere umani da parte degli alieni. Mentre stava lavorando per il PEER da una piccola casa di Cambridge, in Massachusetts, Bassett ebbe un’illuminazione: avrebbe potuto continuare a collaborare con il gruppo di ricerca di Mack per il resto della sua vita, ma non sarebbe cambiato nulla. «Capii che il problema non era di tipo scientifico, era politica», ha spiegato Bassett. Anche se il PEER avesse raccolto un mucchio di prove di incontro tra umani ed extraterrestri, sulla Luna o nel prato davanti alla Casa Bianca, nessuno se ne sarebbe interessato. La “questione aliena” aveva bisogno di essere rappresentata davanti ai potenti, a chi governava.
La questione aliena era piuttosto di moda nell’estate 1996, quando uscì il film Independence Day: Basset iniziò a preoccuparsi, temendo che qualcuno avrebbe potuto avere la sua stessa idea. Smise di collaborare con il PEER, caricò tutto ciò che aveva su una Mazda malconcia e guidò fino a Washington. «Una volta arrivato ho compilato i documenti necessari a diventare un lobbista», ha raccontato.
Finora è stata una battaglia piuttosto solitaria, ma Bassett è convinto che il momento giusto per l’affermazione della sua contorta teoria – che riguarda i Clinton, il loro ex consulente John Podesta e un multi-miliardario morto qualche anno fa – sia arrivato.  Bassett ha detto di volere che il governo ammetta l’esistenza degli alieni prima che in New Hampshire si tengano le primarie delle elezioni presidenziali, il prossimo 9 febbraio: «E posso anche spiegare perché succederà», ha aggiunto.
Dopo essersi laureato al Georgia Institute of Technology Bassett ha passato circa una ventina di anni senza uno scopo preciso, giocando a tennis da professionista, facendo il consulente finanziario e mantenendosi anche grazie a un’eredità lasciatagli dal padre. Poi gli capitò di leggere un libro che cambiò la sua vita. Si intitolava Abduction: Human Encounters with Aliens (“Rapimenti: incontro tra umani e alieni”). L’autore era John Mack, che aveva iniziato a occuparsi della questione con molto scetticismo intervistando decine di persone che dicevano di essere state rapite dagli alieni, e pensando che soffrissero di qualche tipo di malattia mentale. Alla fine delle sue ricerche però non ne era più così sicuro. «Sì, prendo seriamente le storie di queste persone», spiegò nel 1994 al Chicago Tribune: «Sì, penso che stiano dicendo la verità». Bassett – l’ex appassionato di fantascienza senza un chiaro posto nel mondo – trovò finalmente qualcosa a cui dedicarsi.
Nel 1961 l’astronomo Frank Drake disse di aver trovato un’equazione per calcolare il numero di civiltà aliene che stanno cercando di comunicare con noi. Alcuni mesi fa Drake ha detto al Washington Post: «Ne possiamo individuare 10mila, ma ce ne sono molte di più». Considerando quanto è grande l’universo, non è da folli immaginare che ci sia qualcosa oltre a noi. Una teoria è che tutte le avanzate civiltà aliene finiscano distrutte dalla stessa tecnologia che hanno creato, prima di riuscire a mettersi in contatto con la Terra. È una teoria piuttosto cupa, e non c’è da stupirsi se molti esseri umani tendono a preferire un’ipotesi più ottimista: gli alieni esistono, e si sono messi in contatto con noi, ma c’è una cospirazione governativa per non farcelo sapere.
Secondo un sondaggio pubblicato nei primi mesi del 2015 dall’Huffington Post circa la metà degli americani crede nell’esistenza di un qualche tipo di forma di vita aliena, e uno su quattro pensa persino che gli alieni siano arrivati sulla Terra. Nonostante questo per Buffett non fu facile farsi ricevere a Washington dai membri del Congresso degli Stati Uniti. «Nessuno voleva averci qualcosa a che fare», ha detto Bassett.
Dal momento che non riuscì a ottenere un’udienza al Congresso, nel 2013 Basset decise di crearne uno finto: grazie a una donazione di un milione di dollari arrivata da un finanziatore canadese, Bassett pagò 20mila dollari alcuni ex membri del Congresso per passare una settimana al National Press Club di Washington, ascoltando testimonianze sugli alieni. Dalle numerose ore di testimonianze – tra cui quelle di ex ufficiali dell’aeronautica militare che dicevano di aver visto navicelle aliene, o i racconti di animali trovati dissezionati – nacquero alcune buffe storie, ma nessun vero movimento d’opinione che coinvolgesse dei membri del congresso. Poi, alcuni mesi fa, arrivò un importante tweet: lo scrisse il 13 febbraio 2015 John Podesta, che era stato consigliere di Bill Clinton alla Casa Bianca. Podesta scrisse quel tweet 11 mesi dopo essersi dimesso dall’incarico di consigliere speciale di Barack Obama. Podesta scrisse: «Il mio più grande fallimento del 2014: ancora una volta non siamo riusciti a pubblicare in modo chiaro i file sugli UFO». Il tweet era completato dall’hashtag #thetruthisstilloutthere (“la verità è ancora lì fuori”).
Il tweet fu condiviso migliaia di volte e ne parlarono i principali siti d’informazione di tutto il mondo (la maggior parte lo trattò come uno scherzo). Bassett e altri con le sue idee non lessero quel messaggio come uno scherzo. Per loro era qualcosa di grande. Podesta rappresenta infatti uno dei migliori alleati che la questione aliena possa avere: è un appassionato di X-Files che ha chiesto maggiore trasparenza sugli argomenti che hanno a che fare con gli UFO e nell’introduzione che ha scritto per un libro di successo intitolato UFOs: Generals, Pilots, and Government Officials Go on the Record  ha spiegato: «È tempo di capire la verità su quello che c’è là fuori».
Podesta è ora anche colui che si occupa di gestire la campagna presidenziale di Hillary Clinton, e la cosa è stata vista da Bassett e da chi lo segue come una grande notizia. Secondo Basset Bill e Hillary Clinton hanno un importante ruolo nella questione aliena da quando nel 1993 il miliardario Laurance Rockefeller ha iniziato a fare pressioni su di loro per rendere pubbliche tutte le informazioni a loro disposizione sugli alieni. Ci sono infatti prove che dimostrano che nel 1995 Hillary Clinton incontrò Rockfeller nel suo ranch e che un consigliere di Clinton la avvertì con una nota che Rockfefeller «le avrebbe parlato del suo interesse per le percezioni extrasensoriali, i fenomeni paranormali e gli UFO». I Clinton «si stavano occupando del “problema” su forti insistenze di un miliardari, e nessuno se ne occupava», ha detto Bassett.
Come mai tutto questo dovrebbe suggerire che il governo dirà ciò che sa sugli alieni prima delle primarie in New Hampshire? Bassett ha detto: «Penso che il team di Clinton abbia calcolato che non potrà arrivare alle elezioni senza prima aver affrontato il problema degli extraterrestri. Ma che opzioni ha Hillary Clinton? Se annuncia una conferenza stampa e le dà troppa importanza, deve anche spiegare perché lo fa ora e  non l’ha fatto negli ultimi 23 anni. L’alternativa è fare in modo che sia la stampa a farle le giuste domande… così lei può essere libera di decidere cosa e quanto dire». Secondo Bassett il tweet di Podesta è una sorta di esca per i media.
Questa teoria ha però un piccolo problema: sia Podesta che Clinton si sono rifiutati di commentare la questione. Siamo realistici: poche persone prenderanno Bassett seriamente. Bassett ha però speso molto per dedicarsi a quello che lui stesso definisce «il gruppo di pressione meno finanziato della storia» (riceve tra i 15mila e i 20mila dollari l’anno). Bassett non ha molto spazio per il tempo libero, e spesso dorme a casa di alcuni suoi “seguaci”. «Sarebbe bello avere qualcuno con cui condividere tutto questo, o un figlio che da grande potrà viaggiare nello spazio, ma ormai è troppo tardi»,  ha spiegato.
Quella di Bassett può sembrare una strana causa a cui dedicare la propria vita. Ma secondo lui le rivelazioni sugli alieni sono solo il primo passo per qualcosa di più grande: «Una volta scoperta la verità sugli alieni, vedrete che qualcosa cambierà in tutto il mondo, ci sarà un nuovo approccio in tutto. Più trasparenza, più comunicazione tra le nazioni, un periodo di riforme». Secondo lui, se solo i popoli della Terra sapessero che c’è qualcosa là fuori di più grande di noi, allora forse potremmo mettere da parte le nostre piccole differenze, che rischiano di distruggerci. Le persone che pregano per la pace nel mondo sono molte. È in fondo così strano se Basset cerca un po’ di aiuto dall’alto?
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Sotto, video su Stephen Bassett:


mercoledì 2 dicembre 2015

Ragazzi sempre più lenti ?


Gli adolescenti non sanno distinguere gli annunci pubblicitari dai risultati di ricerca di Google. Lo rivela una ricerca di Ofcom che valuta l’alfabetizzazione digitale di bambini e teenager britannici (3-15 anni) e il loro rapporto con i media.  
Stando ai dati rilevati dall’Autorità indipendente delle comunicazioni del Regno Unito, davanti ai risultati di ricerca ottenuti tramite Google, solo un terzo (31 per cento) dei ragazzi di età compresa da 12 a 15 anni, è in grado di capire la differenza tra link di annunci pubblicitari e informazioni vere e proprie. Nella fascia degli 8-11enni questa capacità di distinzione è ancora minore (16 per cento).  

Questo vuol dire che Big G non fa abbastanza per separare in modo più efficace i contenuti pubblicitari da quelli della ricerca. A questo riguardo, ad aprile 2015 negli Stati Uniti l’azienda di Mountain View è finita nel mirino delle associazioni di difesa dei consumatori, accusata di fronte alla Federal Trade Commission di mischiare, in modo scorretto e sleale, pubblicità e intrattenimento su Youtube Kids, un’app creata appositamente per i bambini. Secondo Ofcom, molti minori tendono, peraltro, anche a fidarsi troppo ciecamente dei contenuti informativi avuti grazie a Google.  

I teenager britannici, che guardano un po’ meno la tv e utilizzano maggiormente i tablet, sono sempre più spesso online. Rispetto al 2005, ora il tempo speso su Internet è più che raddoppiato. I 12-15enni ormai passano sul web in media 3 ore e mezza a settimana in più che sulla televisione. Questa maggiore consuetudine degli adolescenti di oggi con le nuove tecnologie non significa, però, più consapevolezza di come funziona il mondo online. 

«Internet consente ai ragazzi di apprendere, scoprire i diversi punti di vista e restare connessi con familiari e amici – spiega James Thickett, Direttore di ricerca di Ofcom. Ma i nativi digitali hanno sempre bisogno di sostegno per acquisire le conoscenze necessarie a navigare online». 

Carlo Lavalle, Gli adolescenti non distinguono tra pubblicità e risultati delle ricerche su Google, "La Stampa", 1-12-15.


sabato 28 novembre 2015

Sopravviverà l'Occidente agli smartphone ?


Al peggio non c'è mai fine, verrebbe da dire osservando questa foto .

Difronte a uno dei più grandi capolavori dell'arte figurativa di tutti i tempi  (La ronda di notte, di Rembrandt), questo gruppo di ragazzi e ragazze non trova di meglio da fare che smanettare con gli smartphone, ignorando completamente la tela.

Un altro segno dell'inarrestabile tramonto dell'Occidente ?




sabato 21 novembre 2015

Perché la Siria ?

La polveriera siriana spiegata attraverso una serie di video e di mappe:






(Qui per la versione esclusivamente in italiano del filmato precedente.)










domenica 20 settembre 2015

La comunicazione digitale ? Non sempre è sinonimo di partecipazione.

Una società i cui membri sono sempre più connessi fra loro grazie alla tecnologia, è anche, per forza di cose, più inclusiva? La risposta, secondo Piero Dominici, professore universitario a Perugia e Madrid, e autore del saggio “Dentro la società interconnessa ” (Franco Angeli) non è necessariamente affermativa. La colpa di quello che è un fraintendimento molto comune – più digitale uguale più partecipazione – è della confusione che spesso si fa fra i concetti di comunicazione e connessione. 

In altre parole, come l’autore sottolinea, non è detto che a un aumento delle capacità comunicative, corrisponda un incremento delle opportunità relazionali. 
Il che ha conseguenze che vanno bel al di là di quanto suggerisce, su un livello molto terra terra, il semplice buon senso: che a una quantità ingente di “amici” su Facebook non corrisponde necessariamente una vita sociale piena. Traslata su un piano più elevato, la dicotomia non risolta fra comunicazione e connessione ha effetti negativi sul rapporto, per esempio, fra cittadini e pubblica amministrazione, o fra diversi gruppi sociali. 

Senza un’adeguata opera di alfabetizzazione digitale, e un’integrazione armoniosa dell’utilizzo dei nuovi strumenti con la capacità di analisi strutturata dei problemi (capacità che precede e va oltre la semplice fruizione da consumatore di dispositivi digitali), la sovrabbondanza di informazioni oggi disponibile, invece di rendere più simmetrici e meno sbilanciati i rapporti di potere fra i diversi soggetti, rischia di aumentare ancor più il divario. 

“Una parte sempre crescente della popolazione mondiale è in Rete (circa tre miliardi di persone n.d.r.) – dice Dominici – il problema è capire quanto questo influisca effettivamente sulla capacità di produrre ed elaborare conoscenza”. 
Un classico esempio, è quello della scuola digitale. Ad una prima adesione entusiasta e acritica all’applicazione di metodologie digitali all’apprendimento, è seguita ed è ancora in corso una riflessione più matura, e scettica verso la visione della tecnologia come panacea o bacchetta magica per supplire ad altre deficienze degli studenti. 

Anche lo stesso concetto di nativi digitali , che a lungo è stato adoperato come etichetta per le nuove generazioni, viene sempre meno utilizzato ed è stato almeno parzialmente smontato da riflessioni autorevoli come quella di Roberto Casati - direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi - in “Contro il colonialismo digitale”. 

In vari Paesi, fra cui l’Italia, è in crescita il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, ossia “l’incapacità di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società ”. Colpa del digitale? No, questo Dominici non lo sostiene, rifiutando in maniera consapevole la trita dicotomia fra apocalittici ed integrati. 

La questione non è quella di essere pro o contro il digitale, ma come spiega l’autore, di non “cedere alla tentazione del determinismo tecnologico”, che spiega e giustifica tutto. Il computer, i tablet e gli smartphone sono strumenti fantastici, a patto di non delegare soltanto ad essi la formazione e l’acculturazione degli individui. Quello che conta, insomma non è solo il semplice accesso alle informazioni, ma la creazione di “teste ben fatte”, capaci di analisi critica e autocritica. 

sabato 19 settembre 2015

Una madre che sa mettere in riga il proprio figlio.



Non basta guadagnare qualche soldo per potersi considerare un adulto. Così come l'essere popolari su Internet non giustifica un comportamento arrogante. Una madre americana ha trovato un modo originale per insegnare questi due importanti concetti al figlio adolescente.
Il ragazzino si chiama Aaron e ha 13 anni. Da qualche tempo i suoi video su Youtube stanno ottenendo un certo successo e Aaron si stava montando la testa. Così, dopo essere stato rimproverato dalla madre Estella per averle mentito riguardo ai compiti, il 13enne ha scritto su Facebook che dal momento che ora sta facendo soldi sua madre non ha più il diritto di dirgli che cosa deve fare.
Cattiva idea. Estella ha visto il post del figlio e ha subito pensato a una maniera per fargli abbassare la cresta. Come ha riportato sulla sua bacheca social, la donna ha appeso sulla porta della camera del ragazzo una lettera mirata a dargli una lezione sull'essere responsabili, sul rispetto e sulla finanza. "Il bambino avrà un brusco risveglio oggi dopo quello che mi ha detto la scorsa notte", ha scritto Estella. "Non solo si ritroverà il letto senza lenzuola, ma gli confischerò anche i giocattoli e i vestiti che gli ho comprato". La mamma esordisce così:
Poiché sembra che hai dimenticato che hai solo 13 anni e che il genitore sono io e che ritieni di non dover essere controllato, penso che debba imparare una lezione sull'indipendenza. Inoltre, dal momento che mi hai rinfacciato che ora stai facendo soldi, ti sarà più facile ricomprarti tutti gli oggetti che ho acquistato per te in passato.
letter
La lettera include anche una sorta di contratto, con una lista dettagliata di tutto ciò che Aaron avrebbe dovuto pagare da quel momento in avanti. Tra cui: 430 dollari (380 euro) per l'affitto, 116 dollari (103 euro) per l'elettricità, 21 dollari (18 euro) per Internet e 150 dollari (133 euro) per il cibo.
Dovrai anche svuotare l'immondizia lunedì, mercoledì e venerdì così come spazzare per terra e passare l'aspirapolvere durante questi giorni. Dovrai pulire il bagno ogni settimana, prepararti i pasti e tenere pulita la tua roba. Se non fai quanto ti ho chiesto dovrai pagarmi 30 dollari (26 euro) ogni giorno in cui dovrò fare queste cose al posto tuo. Se invece deciderai di tornare a essere il mio bambino invece del mio coinquilino, allora possiamo rinegoziare i termini.
La donna ha poi raccontato che nei giorni successivi Aaron è diventato più rispettoso e ha iniziato a darsi da fare in casa. "Ho notato che sta provando a essere più coscienzioso... Tutto inizia con una luna di miele; quindi solo il tempo dirà se funziona davvero - Ma almeno per quanto riguarda questa settimana, le cose sono migliorate molto e ho alte aspettative".

Dormire a sufficienza per andare bene a scuola.

Dormire fa bene. Il nostro cervello ha bisogno di un certo numero di ore di sonno per essere pronto ad affrontare ogni nuova giornata. E se i ritmi della quotidianità civilizzata ci hanno portano a svegliarci presto, la scienza ha rivelato che se la scuola iniziasse dopo le 10 di mattina, gli studenti andrebbero meglio a scuola. E non è un fattore di pigrizia, semplicemente questione di chimica.

Paul Kelley è un esperto del sonno, lavora infatti allo Sleep and Circadian Neuroscience Institute at the University of Oxford ed è stato proprio lui a dichiarare che si perdono in media 10 ore di sonno a settimana. Per i ritmi a cui siamo abituati dormiamo poco o comunque non abbastanza, e nell'arco delle settimane si accumulano debiti di sonno che potrebbero essere benefici per la nostra salute mentale. Kelley, almeno per gli studenti, propone fasce d'orario differente per fare iniziare le lezioni. Se per i bambini tra gli 8 e i 10 anni l'inizio delle lezioni alle 8:30 va bene, per i ragazzi di 16 anni invece sarebbe meglio iniziare alle alle 10. L'esperto è sostenuto dalla scienza infatti, in base all'età il nostro corpo rilascia la melatonina, un ormone che stimola il sonno. Nei ragazzi di 16 anni questa continua ad essere prodotto anche nelle prime ore della mattina, quindi la stanchezza non è pigrizia ma un fattore chimico.

L'inizio delle lezioni è fissato in media alle 8 di mattina, insomma nulla di strano, bisogna solo adattarsi. Certo, alla fin fine la campanella suona presto per tutti, ma se non fosse così ci sarebbero dei vantaggi? Secondo Kelley, si. L'esperto del sonno è stato un dirigente scolastico, ha condotto uno studio pilota in cui ha dimostrato quanto sonno e rendimento scolastico siano direttamente proporzionali. L'ex dirigente per un certo periodo ha applicato nella sua scuola un orario di lezione diverso: campanella alle 10. Dopo diverso tempo con l'orario tra i banchi posticipato di un paio di ore ha registrato un rendimento migliore degli studenti coinvolti nella ricerca. Insomma, più sonno uguale voti migliori. Ma questo è stato solo un esperimento isolato.

Quindi se proprio non c'è un rimedio alla sveglia presto che probabilmente continuerà a suonare prima delle 10, almeno questa volta sapete con chi prendervela: la melatonina !

Carmine Zaccaro, Se gli studenti vanno male a scuola è tutta colpa della melatonina, "Huffington post", 15-09-15.

lunedì 8 giugno 2015

Sei cristiano ? Non puoi andare all'estero.

Basta essere cristiani in Pakistan per vedersi negato il diritto di recarsi all’estero. Anche se si è dotati di tutti i documenti e le carte necessarie per farlo. È quello che testimonia la storia di Irfan Masih e sua sorella Maria Batool, cristiani di Kasur, vicino a Lahore, che sono stati bloccati all’aeroporto per due volte e per due volte si sono visti negare il diritto a viaggiare in Sri Lanka.

IL VIAGGIO. I due cristiani, assistiti dall’avvocato Mushtaq Gill, hanno fatto causa alla Federal Investigation Agency (Fia). Dopo aver ricevuto, come previsto dalla legge, una lettera di invito da un amico di famiglia, Nalika Damayanthi, residente in Sri Lanka, e aver ottenuto regolarmente il visto, hanno comprato un biglietto aereo per la tratta Lahore-Colombo. Il 12 maggio, però, una volta arrivati all’aeroporto internazionale Allama Iqbal per imbarcarsi, sono stati bloccati da alcuni ufficiali della Fia.

«VOLETE CHIEDERE ASILO». Dopo aver controllato i loro documenti, che erano in regola, non gli hanno permesso di salire sull’aereo e li hanno rispediti indietro dopo aver visto sui documenti la dicitura “cristiano” alla voce “religione”. I fratelli hanno comprato nuovi biglietti per partire l’1 giugno ma ancora una volta sono stati bloccati all’imbarco. Gli ufficiali della Fia li hanno accusati di volersi recare in Sri Lanka per chiedere asilo, «come fanno molti cristiani viaggiando in paesi come anche Malaysia e Thailandia».

«DIRITTI VIOLATI PERCHÉ CRISTIANI». Lo stesso Gill ha dichiarato all’Express Tribune di essere stato bloccato in modo simile nel dicembre del 2014, quando è stato invitato a tenere una conferenza in Italia in difesa di Asia Bibi. «Continuavano a dire che volevo recarmi in Italia per chiedere asilo. Sono potuto salire sull’aereo solo dopo aver chiesto a dei poliziotti di intervenire». Il diritto dei miei clienti, continua Gill, «alla libertà di movimento è stato violato a causa della loro fede. Loro non hanno nessuna intenzione di chiedere asilo».

«TROPPA DISCRIMINAZIONE». La discriminazione messa in atto dalla Fia rivela un altro grave problema, oltre alla violazione della libertà di movimento. La discriminazione e persecuzione dei cristiani è così diffusa e nota a tutti, che è sufficiente un biglietto d’aereo verso l’estero a far sorgere il sospetto che i proprietari vogliano chiedere asilo. Come se fosse scontato. «Il fatto che così tanti cristiani cerchino di chiedere asilo all’estero», ha aggiunto l’avvocato, «fa capire il livello di persecuzione in questo paese. I cristiani in Pakistan subiscono discriminazioni, violenza da parte di gruppi di estremisti, abuso della legge sulla blasfemia, disuguaglianza davanti alla legge, minacce, molestie e discriminazione sul posto di lavoro». Se fossero stati musulmani, i due fratelli «sarebbero potuti salire su quell’aereo».