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mercoledì 19 febbraio 2014

Ragazzi italiani più bravi dei loro colleghi statunitensi in robotica spaziale.


Una sfida di robotica spaziale tra Europa ed Usa è stata vinta dagli studenti del liceo Scientifico 'Fermi' di Padova, alla guida di un team comprendente anche francesi e spagnoli.
La gara 'Zero Robotics' è stata promossa dalla Nasa, dal Mit di Boston e dall'Agenzia spaziale europea.
La finale è stata 'giocata' nella stazione spaziale orbitante (Iis), in collegamento con la sede dell'Esa, ad Amsterdam, dove gli studenti avevano inviato i loro modelli creati per gestire minisatelliti-robot.




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Qui ulteriore documentazione sul brillante risultato raggiunto dalla scuola veneta.

sabato 18 gennaio 2014

A scuola con il tablet.

Una scuola del piacentino da un anno ha deciso di dimezzare i costi dei libri scolastici e in cambio ha chiesto ai genitori di dotare i figli di un tablet; uno strumento versatile che impone uno stile di insegnamento diverso e anche un ripensamento degli spazi; l’importanza di un corpo insegnante affiatato e di una vera scuola di comunità. Intervista a Daniele Barca, Angelo Bardini e Giusy Vallisa.


Da­nie­le Bar­ca, di­ri­ge l’I­sti­tu­to Com­pren­si­vo U. Amal­di di Ca­deo e Pon­te­nu­re, Pia­cen­za. An­ge­lo Bar­di­ni, in­se­gnan­te, è vi­ce­pre­si­de pres­so lo stes­so isti­tu­to; Giu­sy Val­li­sa, vi­ce­pre­si­de, in­se­gna al­la scuo­la pri­ma­ria.


Da qual­che an­no nel vo­stro isti­tu­to, ol­tre ai li­bri di te­sto, i ra­gaz­zi­ni han­no in do­ta­zio­ne an­che i ta­blet. Po­te­te rac­con­ta­re?
Da­nie­le. Que­sto è un isti­tu­to com­pren­si­vo che ac­co­glie 1300 stu­den­ti e fa ca­po a due co­mu­ni, Ca­deo e Pon­te­nu­re; ogni co­mu­ne ha tre ples­si, in­fan­zia, ele­men­ta­ri e me­die. La par­ti­co­la­ri­tà del co­mu­ne di Ca­deo è che le scuo­le so­no so­stan­zial­men­te tut­te as­sie­me: dal­l’al­tra par­te del cor­ti­le c’è la pri­ma­ria, an­zi, la quin­ta ele­men­ta­re ce l’ab­bia­mo qui den­tro as­sie­me al­le me­die. Que­sto ci ha per­mes­so di al­le­sti­re de­gli spa­zi che poi usa­no tut­ti. Per di­re, vi­sto che ogni clas­se fa un’o­ra di bi­blio­te­ca al­la set­ti­ma­na, nel­l’e­di­fi­cio del­la scuo­la me­dia in de­ter­mi­na­ti ora­ri si ve­do­no i bim­bi del­l’in­fan­zia dai tre ai cin­que an­ni e an­che quel­li del­le ele­men­ta­ri.
Noi ve­nia­mo dal­l’e­spe­rien­za mi­ni­ste­ria­le del­le clas­si 2.0, che ha vi­sto coin­vol­te una clas­se ele­men­ta­re e una del­le me­die. Con quei sol­di ab­bia­mo fat­to de­gli ac­qui­sti che so­no di­ven­ta­ti pa­tri­mo­nio del­la scuo­la. Al­le ele­men­ta­ri c’e­ra­no die­ci ta­blet che ades­so ab­bia­mo man­da­to nel­l’al­tro co­mu­ne.
I li­mi­ti di que­ste spe­ri­men­ta­zio­ni so­no che se hai i sol­di del­lo Sta­to ti puoi muo­ve­re su­bi­to, pe­rò poi c’è il pro­ble­ma del­la ge­stio­ne de­gli ac­qui­sti, dei co­mo­da­ti d’u­so, e co­mun­que so­no mac­chi­ne che do­po tre an­ni de­vi but­tar via. A quel pun­to co­sa fai con le clas­si che ven­go­no do­po? La no­stra idea era in­ve­ce che il com­pu­ter, il ta­blet fos­se un po’ co­me la cal­co­la­tri­ce, la squa­dra, in­som­ma, ro­ba tua.
Da que­ste con­si­de­ra­zio­ni lo scor­so an­no è na­to il pro­get­to Li­br@, per la spe­ri­men­ta­zio­ne dei ta­blet e l’a­do­zio­ne di so­lu­zio­ni in­te­gra­te per i li­bri di te­sto.
So­stan­zial­men­te sia­mo an­da­ti dai ge­ni­to­ri e ab­bia­mo det­to: "Noi ta­glia­mo del 50% i li­bri di te­sto”. In pri­ma me­dia co­ste­reb­be­ro 300 eu­ro e sui tre an­ni par­lia­mo di 600 eu­ro. Ec­co, la no­stra pro­po­sta è sta­ta: "Se noi di­vi­dia­mo a me­tà la spe­sa dei li­bri, voi sie­te di­spo­sti a en­tra­re in que­sto pro­get­to di scuo­la com­pran­do ai vo­stri fi­gli un ta­blet?”.
In que­sto ci sia­mo fat­ti aiu­ta­re an­che dal­la no­stra Ban­ca cas­sie­ra con un fi­nan­zia­men­to di 12 ra­te a tas­so ze­ro, per cui le fa­mi­glie si so­no tro­va­te con 150 eu­ro di li­bri (me­tà del co­sto) più 350 eu­ro di stru­men­ta­zio­ne, per un to­ta­le di 500 eu­ro che stan­no pa­gan­do a 50 eu­ro al me­se.

Ge­ni­to­ri e in­se­gnan­ti co­me han­no rea­gi­to al­la vo­stra pro­po­sta?
Da­nie­le. Sul­le ele­men­ta­ri ci stia­mo an­co­ra la­vo­ran­do, ma al­le me­die for­tu­na­ta­men­te c’e­ra un buon bloc­co di in­se­gnan­ti che ave­va par­te­ci­pa­to a espe­rien­ze pre­ce­den­ti e c’e­ra an­che di­spo­ni­bi­li­tà a fa­re for­ma­zio­ne. L’an­no scor­so ab­bia­mo fat­to tren­ta ini­zia­ti­ve a li­vel­lo pro­vin­cia­le con un’i­dea di for­ma­zio­ne ju­st in ti­me, per cui io, al­l’in­con­tro, non è che sto se­du­to con lo stru­men­to in ma­no: se si fa for­ma­zio­ne sul­le map­pe mul­ti­me­dia­li, si pro­va su­bi­to e il gior­no do­po lo si può pro­por­re in clas­se. L’al­tro gior­no c’e­ra qui un’in­se­gnan­te di sto­ria ar­ri­va­ta dal­la Sar­de­gna e an­che lei ci ha fat­to ve­de­re del­le co­se che il gior­no do­po si po­te­va­no fa­re in clas­se. L’o­biet­ti­vo è sem­pre que­sto.
Per quan­to ri­guar­da i ge­ni­to­ri, ab­bia­mo pun­ta­to tan­tis­si­mo sul dia­lo­go. L’an­no scor­so li ab­bia­mo in­con­tra­ti due vol­te in due as­sem­blee se­ra­li cer­can­do di to­glie­re ogni dub­bio. Le pre­oc­cu­pa­zio­ni era­no so­prat­tut­to sul­l’i­dea che il ta­blet ser­vis­se per leg­ge­re i li­bri. In real­tà, il ta­blet non ha quel ruo­lo; qual­che in­se­gnan­te ci leg­ge una pa­gi­na, ma, aven­do an­che il car­ta­ceo, so­stan­zial­men­te la ta­vo­let­ta di­ven­ta uno stru­men­to di ac­com­pa­gna­men­to. Poi c’e­ra la pre­oc­cu­pa­zio­ne "è gran­de”, "è pic­co­lo”, "ro­vi­na la vi­sta”, "stan­no sem­pre at­tac­ca­ti...”. Al­tre pre­oc­cu­pa­zio­ni ri­guar­da­va­no la si­cu­rez­za. Noi qui ab­bia­mo una con­nes­sio­ne con la re­te re­gio­na­le Le­pi­da, che ci dan­no i due co­mu­ni con un pon­te ra­dio.
Non ho det­to che c’è il wi­fi su tut­ta la scuo­la.
I co­mu­ni la re­te ce l’han­no di sta­tu­to per­ché c’è una com­par­te­ci­pa­zio­ne del­la Re­gio­ne, poi sta al co­mu­ne ve­de­re se vuo­le pas­sar­ti la con­nes­sio­ne. Ab­bia­mo chie­sto ai no­stri co­mu­ni lo sfor­zo eco­no­mi­co di met­te­re un an­ten­no­ne, men­tre gli ac­cess point li ab­bia­mo com­pra­ti noi. Ab­bia­mo co­sì la for­tu­na di non pa­ga­re la re­te per­ché è la stes­sa del co­mu­ne, ed es­sen­do co­mu­ni pic­co­li (5.000 abi­tan­ti) non c’è mol­to traf­fi­co ne­gli uf­fi­ci, quin­di per lo­ro sa­reb­be co­mun­que so­vrab­bon­dan­te.
Se aves­si­mo chie­sto di ti­ra­re dei ca­vi, quin­di di sca­va­re, ci avreb­be­ro bloc­ca­to, per­ché si trat­ta di la­vo­ri che viag­gia­no sui 10-20.000, e poi c’è da fa­re la ga­ra, l’ap­pal­to... un de­li­rio.
È il mo­ti­vo per cui non si può fa­re in tut­ta la re­gio­ne per­ché in real­tà la re­te ar­ri­va dap­per­tut­to, an­che nei co­mu­ni di mon­ta­gna. Il pro­ble­ma è poi por­tar­la nel­le scuo­le. Gra­zie al­l’an­ten­na e al fat­to che il co­mu­ne è qui in li­nea d’a­ria non ab­bia­mo avu­to gros­si pro­ble­mi. Sen­za quel­lo non avrem­mo po­tu­to fa­re nien­te.

Di­ce­va dei ge­ni­to­ri...
Da­nie­le. Sì, i ge­ni­to­ri ave­va­no so­prat­tut­to que­sta pre­oc­cu­pa­zio­ne del­la si­cu­rez­za del­la re­te, che ab­bia­mo fu­ga­to per­ché ci ag­gan­cia­mo a Le­pi­da, che è la re­te del­le Pub­bli­che Am­mi­ni­stra­zio­ni del­l’E­mi­lia-Ro­ma­gna. È una re­te che esclu­de a prio­ri Fa­ce­book e tut­to ciò che è so­cial. Ab­bia­mo poi mes­so in pie­di del­le azio­ni for­ma­ti­ve con la Po­li­zia di Sta­to che ha fat­to in­con­tri con tut­ti i ra­gaz­zi del­la spe­ri­men­ta­zio­ne, ma an­che con i ge­ni­to­ri, per cui gli ope­ra­to­ri so­no tor­na­ti an­che di se­ra.
An­ge­lo. I ge­ni­to­ri so­no mol­to le­ga­ti a que­sto pro­get­to. Lo si ve­de dal con­tri­bu­to vo­lon­ta­rio che, pur es­sen­do al­to ri­spet­to ad al­tre scuo­le del­lo stes­so or­di­ne, vie­ne pa­ga­to nel­la mi­su­ra del 90%. Qui l’i­dea di scuo­la del­la co­mu­ni­tà è pas­sa­ta. Noi fac­cia­mo le riu­nio­ni al­le no­ve di se­ra, non al­le due del po­me­rig­gio, e c’è un 80% di pre­sen­za.
Da­nie­le. Lo Sta­to pre­ve­de che le fa­mi­glie pos­sa­no da­re un con­tri­bu­to vo­lon­ta­rio per il mi­glio­ra­men­to del­l’of­fer­ta for­ma­ti­va; c’è una di­spo­si­zio­ne nor­ma­ti­va. Ne­gli an­ni poi han­no fat­to del­le ul­te­rio­re cir­co­la­ri per spie­ga­re che -mi rac­co­man­do- non può es­se­re usa­to per la car­ta igie­ni­ca. Tra pa­ren­te­si, que­sto del­la car­ta igie­ni­ca è un mi­to che an­dreb­be sfa­ta­to, ma non ci si rie­sce. Co­mun­que, pro­prio per­ché il con­tri­bu­to è si­gni­fi­ca­ti­vo, ades­so ab­bia­mo ini­zia­to a fa­re una ge­stio­ne più tra­spa­ren­te pos­si­bi­le; ab­bia­mo pub­bli­ca­to sul si­to quel­lo che vie­ne da­to clas­se per clas­se e, al mo­men­to del­la rac­col­ta che si fa al­l’i­ni­zio del­l’an­no, fac­cia­mo ve­de­re che ab­bia­mo aper­to un nuo­vo spa­zio o il­lu­stria­mo le nuo­ve ini­zia­ti­ve. Ov­via­men­te quei sol­di ser­vo­no an­che per la ge­stio­ne com­ples­si­va. Con­si­de­ri che qui c’è una la­va­gna qua­si in ogni clas­se. Be­ne, se si bru­cia una lam­pa­da del­la Lim so­no 500 eu­ro. Ed è ma­nu­ten­zio­ne di­dat­ti­ca per­ché sen­za lam­pa­da la Lim non può es­se­re uti­liz­za­ta. Per en­tra­re nel me­ri­to, qui il con­tri­bu­to è di 30 eu­ro, di cui set­te del­l’as­si­cu­ra­zio­ne; be­ne, lo pa­ga il 90% dei ge­ni­to­ri. È un ri­sul­ta­to ec­ce­zio­na­le. Al mio pae­se, in pro­vin­cia di Mo­de­na, pa­ghia­mo 2,5 eu­ro e c’è una rac­col­ta tri­stis­si­ma.
Giu­sy. Que­sto av­vie­ne an­che per­ché c’è sem­pre sta­to un for­te coin­vol­gi­men­to dei ge­ni­to­ri nei pro­get­ti. L’an­no scor­so, ad esem­pio, sia­mo sta­ti in­vi­ta­ti al­la Fie­ra di Ge­no­va, al­l’Abcd, do­ve c’e­ra­no tut­ti gli spa­zi at­trez­za­ti per una scuo­la del fu­tu­ro, con la di­spo­si­zio­ne de­gli ar­re­di pen­sa­ti per una di­dat­ti­ca nuo­va, quin­di spa­zi col­la­bo­ra­ti­vi, spa­zi in­di­vi­dua­li e spa­zi aper­ti. Ab­bia­mo por­ta­to la clas­se e i ge­ni­to­ri ci han­no se­gui­to spon­ta­nea­men­te in que­sta usci­ta. Per noi ogni oc­ca­sio­ne è buo­na per far par­te­ci­pa­re i ge­ni­to­ri al vis­su­to del­la scuo­la, al­la di­dat­ti­ca, ma­ga­ri pro­prio as­sie­me al fi­glio. Nel­l’au­la-la­bo­ra­to­rio pre­ve­dia­mo dei mo­men­ti in cui ci so­no an­che i ge­ni­to­ri e al­lo­ra i bam­bi­ni spie­ga­no e ma­ga­ri le lo­ro mam­me e pa­pà fan­no le do­man­de o, an­co­ra, i fi­gli in­vi­ta­no i ge­ni­to­ri a fa­re lo­ro stes­si de­gli espe­ri­men­ti.
La par­te­ci­pa­zio­ne, de­vo di­re, è sem­pre for­te. È an­che per que­sto, cre­do, che quan­do è sta­ta pro­po­sta que­sta idea di ve­ni­re a scuo­la con il ta­blet c’è sta­ta un’a­de­sio­ne dif­fu­sa, per­ché il mes­sag­gio è sta­to re­ce­pi­to in un ter­re­no già fa­vo­re­vol­men­te pre­pa­ra­to.

Co­sa cam­bia nel mo­do di in­se­gna­re quan­do en­tra in gio­co la tec­no­lo­gia?
Da­nie­le. Gra­zie ad An­ge­lo, che in tut­ti que­sti an­ni ha la­vo­ra­to per met­ter­ci in con­di­zio­ne di po­ter ac­qui­si­re gli stru­men­ti ne­ces­sa­ri, al­le me­die c’è una la­va­gna in ogni clas­se e al­le ele­men­ta­ri ab­bia­mo una la­va­gna ogni 2-3 clas­si. Par­lia­mo quin­di di au­le che han­no già del­la tec­no­lo­gia. Il fat­to è che, per quan­to uno spo­sti i ban­chi, al­la fi­ne quel­le au­le spin­go­no a fa­re dei "fron­ta­lo­ni”. La Lim, al­la fi­ne, è fron­ta­le co­me stru­men­to pur es­sen­do tec­no­lo­gi­ca. Pro­prio per que­sto ab­bia­mo vo­lu­to crea­re de­gli spa­zi al­tri, co­me l’a­rea iPuff, do­ve si va a leg­ge­re, op­pu­re si fan­no del­le at­ti­vi­tà in cui i più gran­di fan­no peer edu­ca­tion, cioè in­se­gna­no del­le co­se ai più pic­co­li. Pre­ci­so che noi qui ab­bia­mo il tem­po pie­no e il tem­po pro­lun­ga­to su tut­te le clas­si. Le me­die al po­me­rig­gio la­vo­ra­no a clas­si aper­te, che vuol di­re che tu del­la 3aB ti tro­ve­rai con al­tri bim­bi di 2aA e 1aC a fa­re il cor­so di chi­tar­ra... con l’in­se­gnan­te di ita­lia­no!
Gli in­se­gnan­ti, in­fat­ti, in que­sti la­bo­ra­to­ri fan­no le co­se che san­no fa­re nel­la vi­ta, ciò che li ap­pas­sio­na. Al­lo­ra c’è l’os­ser­va­zio­ne del­le stel­le con gli astro­fi­li, il cor­so di cu­ci­na con l’in­se­gnan­te di scien­ze -per­ché poi fan­no an­che la mi­su­ra­zio­ne del­le tem­pe­ra­tu­re, del pe­so-, cor­to­me­trag­gi con l’in­se­gnan­te di mu­si­ca. E, at­ten­zio­ne, que­ste non so­no at­ti­vi­tà ex­tra-cur­ri­co­la­ri, ma cur­ri­cu­la­ri, per cui c’è va­lu­ta­zio­ne del­le com­pe­ten­ze tra­sver­sa­li al­l’in­ter­no del­la pa­gel­la. Quin­di io sto lì a far bi­scot­ti ma l’in­se­gnan­te va­lu­ta co­me la­vo­ro, co­me sto con gli al­tri, co­me or­ga­niz­zo il set­ting, ecc.
In que­sto ov­via­men­te la tec­no­lo­gia è uno stru­men­to che ac­com­pa­gna. Per esem­pio, sul­la do­cu­men­ta­zio­ne ci te­nia­mo che ci sia sem­pre un iPad per ri­pren­de­re, met­te­re in­sie­me il li­bro del­le ri­cet­te o fo­to­gra­fa­re la si­tua­zio­ne.
Giu­sy. C’è un’im­po­sta­zio­ne di­ver­sa: l’in­se­gnan­te as­su­me un ruo­lo di­ver­so an­che nel rap­por­to con i bam­bi­ni. È un in­se­gnan­te non tra­smis­si­vo, ma che so­prat­tut­to gui­da, dà de­gli sti­mo­li, pre­pa­ra il ter­re­no per. Per esem­pio, con la Lim, pos­so chia­ma­re un grup­pet­to di bam­bi­ni che ha af­fron­ta­to un eser­ci­zio di pro­blem-sol­ving e far­gli espor­re al­la clas­se la pro­pria so­lu­zio­ne usan­do im­ma­gi­ni, ecc. Io in­se­gno ma­te­ma­ti­ca e at­tra­ver­so il ta­blet e la Lim ci so­no  stru­men­ti che in­co­rag­gia­no il bam­bi­no a pen­sa­re e poi a con­fron­tar­si, a re­la­zio­nar­zi e a in­te­ra­gi­re con i com­pa­gni... È tut­to­ra in cor­so una for­ma­zio­ne per l’u­ti­liz­zo de­gli stru­men­ti tec­no­lo­gi­ci nel­l’ap­pli­ca­zio­ne scien­ti­fi­ca; per esem­pio c’è il mi­cro­sco­pio che ti per­met­te di an­da­re in gi­ro a fa­re de­gli in­gran­di­men­ti, op­pu­re al­tri sen­so­ri che ri­le­va­no la tem­pe­ra­tu­ra, l’u­mi­di­tà, ec­ce­te­ra, fa­cen­do ve­de­re i gra­fi­ci. La sfi­da è quel­la di pren­de­re ciò che of­fre la mo­der­na tec­no­lo­gia man­te­nen­do l’ap­proc­cio spe­ri­men­ta­le, la pro­va sul no­stro cor­po, ecc.
An­ge­lo. Ri­spet­to a co­me cam­bia l’in­se­gna­men­to, vo­glio fa­re l’e­sem­pio di mu­si­ca. In una scuo­la nor­ma­le hai il flau­to, il li­bro car­ta­ceo e poi i ra­gaz­zi­ni fan­no que­ste ter­ri­bi­li pro­ve a ca­sa con i vi­ci­ni che si la­men­ta­no. Be­ne, qui nel­l’au­la di mu­si­ca ci so­no ven­ti ta­stie­re, ag­geg­gi va­ri, bat­te­ria, bas­so elet­tro­ni­co, poi, gra­zie al pro­get­to Li­br@, usa­no il li­bro co­strui­to dal­l’in­se­gnan­te che in que­sto mo­do met­te in gio­co la sua pas­sio­ne e le sue mo­ti­va­zio­ni, che ven­go­no raf­for­za­te. A quel pun­to, con il ta­blet il ra­gaz­zi­no può co­strui­re la mu­si­ca col pen­ta­gram­ma e quan­do met­te la no­ta la sen­te e scor­ren­do sen­te il pro­dot­to. Non so­lo: una vol­ta che suo­na lo stru­men­to può re­gi­strar­si, fil­mar­si, ri­ve­der­si e cor­reg­ger­si.
Og­gi esi­sto­no un sac­co di ap­pli­ca­zio­ni e poi con wi­ki­link pos­so­no di­gi­ta­re da Ver­di a Bol­la­ni e tro­va­no due­cen­to vi­deo. Ti puoi pu­re crea­re il tuo re­po­si­to­ry.
Al­cu­ne ap­pli­ca­zio­ni ti per­met­to­no di es­se­re au­to­re di mu­si­ca elet­tro­ni­ca. I no­stri so­no an­co­ra pic­co­li­ni, ma tra qual­che an­no... A uno de­gli ul­ti­mi con­cer­ti, Her­bie Han­cock ha usa­to die­ci iPad, tut­ti po­si­zio­na­ti da­van­ti a lui co­me fos­se­ro gli spar­ti­ti, do­po­di­ché, muo­ven­do­si da uno al­l’al­tro, man­dan­do­li in loop, ha mes­so su un con­cer­to. In­som­ma, c’è tut­to un al­tro mon­do là fuo­ri e al­lo­ra in­se­gna­re an­co­ra col flau­to e il li­bro è to­tal­men­te fuo­ri dal tem­po.
Da­nie­le. Al sag­gio fi­na­le c’e­ra il flau­to, ma an­che il pro­iet­to­re, co­lon­ne so­no­re di film, e co­mun­que i ra­gaz­zi­ni col flau­to leg­ge­va­no lo spar­ti­to sul ta­blet. È un al­tro mo­do di la­vo­ra­re. La col­le­ga di Giu­sy, che in­se­gna ita­lia­no al­le scuo­le ele­men­ta­ri, l’an­no scor­so a pri­ma­ve­ra è usci­ta in giar­di­no con i bam­bi­ni e han­no fat­to scrit­tu­ra crea­ti­va con il ta­blet. È uno stru­men­to mol­to ver­sa­ti­le; la que­stio­ne è co­sa ne fai nel­la di­dat­ti­ca. Lì c’è an­che mol­to da in­ven­ta­re. Per di­re, ci si può fa­re an­che l’a­na­li­si del te­sto: puoi ve­ni­re in bi­blio­te­ca, fo­to­gra­fa­re una pa­gi­na, evi­den­ziar­la, ca­so­mai tra­scri­ver­la sul qua­der­no... o, an­co­ra, si può rac­con­ta­re un te­sto con una map­pa. Op­pu­re ti leg­gi il te­sto a ca­sa -la co­sid­det­ta flip­ped clas­sroom- e poi me lo vie­ni a rac­con­ta­re. È un mo­del­lo che ri­bal­ta lo sche­ma le­zio­ne-in-clas­se se­gui­ta da com­pi­ti-a-ca­sa. Qui il ra­gaz­zo, in so­stan­za, se­gue una le­zio­ne a ca­sa e poi in clas­se si fan­no le do­man­de, ci si con­fron­ta, si di­scu­te.
Il ta­blet è ot­ti­mo pro­prio per­ché puoi fa­re le­zio­ne qui, ma an­che usci­re; se an­dia­mo in gi­ta ce lo por­tia­mo, se an­dia­mo al Fe­sti­val del di­rit­to a Pia­cen­za in­ter­vi­stia­mo le per­so­ne. È chia­ro che poi per la rie­la­bo­ra­zio­ne ab­bia­mo an­che dei com­pu­ter fis­si per­ché se c’è bi­so­gno del mou­se o di di­gi­ta­re te­sti lun­ghi... An­che se de­vo di­re che que­sto è più un pro­ble­ma no­stro; lo­ro con i pol­li­ci or­mai van­no al­la gran­de!
Qual­cu­no te­me il pro­ble­ma di as­sen­za di con­trol­lo: "Che fai, tu, vai in in­ter­net?”, per­ché poi i ra­gaz­zi­ni ci pro­va­no... è il lo­ro me­stie­re.
Ci so­no del­le azien­de che ven­go­no a pro­por­ci si­ste­mi di con­trol­ler per cui tu puoi, da un’u­ni­ca mac­chi­na, con­trol­la­re co­sa suc­ce­de nei ta­blet. Quel­lo che ri­spon­do sem­pre è: "Ma, scu­sa­te, ce lo ve­de­te l’in­se­gnan­te con­cen­tra­to sul­la le­zio­ne che sta spie­gan­do co­stret­to a guar­da­re sul­la mac­chi­na per sco­pri­re se Fran­ce­sco sta fa­cen­do al­tro?”. è pro­prio im­pro­po­ni­bi­le.
L’ul­ti­ma co­sa che vo­glio ag­giun­ge­re è che il ta­blet, nel­la no­stra espe­rien­za, si sta ri­ve­lan­do an­che uno straor­di­na­rio stru­men­to in­clu­si­vo. Da noi tut­ti han­no una mac­chi­na. Non im­por­ta che sia han­di­cap­pa­to, che ab­bia di­stur­bi di ap­pren­di­men­to o al­tro. An­che lo stra­nie­ro ar­ri­va­to da po­co vie­ne do­ta­to del­la sua ta­vo­let­ta. Qui c’è un 20% di pre­sen­ze stra­nie­re, ma aven­do il com­pren­si­vo ar­ri­va­no da pic­co­li. De­vo di­re che sia­mo or­go­glio­si che ai fa­mo­si te­st In­val­si, men­tre in se­con­da ele­men­ta­re spes­so i ri­sul­ta­ti di que­sti ra­gaz­zi­ni so­no tri­sti, quan­do ar­ri­va­no in ter­za me­dia si ve­de il per­cor­so fat­to e ci so­no an­che del­le ec­cel­len­ze. Co­mun­que, quan­do en­tra in clas­se il bam­bi­no ap­pe­na ar­ri­va­to dal­l’e­ste­ro, la pri­ma co­sa che si fa è dar­gli uno stru­men­to. In­tan­to è un se­gno di fi­du­cia e poi lo si met­te su­bi­to in con­di­zio­ne di far qual­co­sa.

Ac­can­to al ta­blet, ave­te an­che i li­bri di te­sto...
Da­nie­le. Sia­mo en­tra­ti in que­sto pro­get­to na­zio­na­le che si chia­ma "Edi­to­ria di­gi­ta­le sco­la­sti­ca”. C’è un rap­por­to im­por­tan­te con gli edi­to­ri; tut­to il la­vo­ro fat­to al­le me­die con Mon­da­do­ri e Za­ni­chel­li è sta­to an­che un la­vo­ro di for­ma­zio­ne. Es­sen­do pra­ti­ca­men­te l’u­ni­ca scuo­la di ba­se che fa que­ste co­se, lo­ro so­no ve­nu­ti a for­ma­re gli in­se­gnan­ti su co­me uti­liz­za­re i lo­ro con­te­nu­ti.
Di­cia­mo che noi ab­bia­mo scel­to una ter­za via: né au­to­pro­du­zio­ne, né so­lo edi­to­ri. Tan­to sap­pia­mo che bel­li co­sì li pos­so­no fa­re so­lo lo­ro per­ché ser­ve una com­pe­ten­za no­te­vo­le. Men­tre in­fat­ti sul car­ta­ceo hai bi­so­gno di chi ti cor­reg­ge il te­sto, te lo sa ren­de­re di­vul­ga­ti­vo e di chi im­pa­gi­na, sul di­gi­ta­le, ol­tre a ciò, ser­ve an­che la ca­pa­ci­tà di ren­de­re tut­to que­sto in­te­rat­ti­vo, mo­di­fi­ca­bi­le, ecc. C’è un mon­do di com­pe­ten­ze che la scuo­la non può ave­re.
Co­mun­que noi ci sia­mo or­ga­niz­za­ti co­sì: i li­bri del­le ma­te­rie di ri­fles­sio­ne, ita­lia­no, sto­ria, ma­te­ma­ti­ca, scien­ze e lin­gue han­no il car­ta­ceo e il di­gi­ta­le (sia co­me app che co­me ac­ces­so al­la piat­ta­for­ma del­l’e­di­to­re), do­po­di­ché ab­bia­mo le au­to­pro­du­zio­ni. Sia­mo sta­ti ora a Luc­ca a pre­sen­ta­re i no­stri li­bri di geo­gra­fia e mu­si­ca. L’au­to­pro­du­zio­ne l’ab­bia­mo fat­ta so­prat­tut­to sul­le "edu­ca­zio­ni”: edu­ca­zio­ne fi­si­ca, edu­ca­zio­ne tec­ni­ca, edu­ca­zio­ne mu­si­ca­le. In un la­vo­ro di la­bo­ra­to­rio, tut­to som­ma­to, il li­bro non è cen­tra­le, pe­rò si può an­che pro­va­re a fa­re del­l’au­to­pro­du­zio­ne, co­sì in al­cu­ne di que­ste ma­te­rie ci so­no i li­bri fat­ti da­gli in­se­gnan­ti.
Per ora sia­mo al­l’i­ni­zio, è il pri­mo an­no. A gen­na­io ci so­no le iscri­zio­ni, quin­di con­vo­che­re­mo i ge­ni­to­ri del­la quin­ta ele­men­ta­re (i cui fi­gli so­no già qui; il bel­lo del com­pren­so­rio è che si cre­sce as­sie­me) e di­re­mo lo­ro: "At­ten­zio­ne, l’an­no pros­si­mo...”. Tra pa­ren­te­si, il fat­to di ave­re que­ste tec­no­lo­gie fa sì che ci sia­no de­gli ester­ni: que­st’an­no su 140 ce ne so­no 14 che ven­go­no da fuo­ri, una co­sa stra­nis­si­ma per­ché di so­li­to fi­no al­le me­die vai al­la scuo­la del pae­se. Evi­den­te­men­te stia­mo di­ven­tan­do un po­lo d’at­tra­zio­ne.

Di­ce­va che ave­te do­vu­to un po’ ri­pen­sa­re gli spa­zi...
Da­nie­le. Co­me di­ce­vo, tut­te le au­le so­no at­trez­za­te con la­va­gne. Se si gi­ra per le clas­si è fa­ci­le ve­de­re i ta­vo­li riu­ni­ti e -la co­sa più im­por­tan­te- l’in­se­gnan­te at­tac­ca­to al­lo stu­den­te.
Que­st’an­no ab­bia­mo inau­gu­ra­to un’au­la che era il vec­chio la­bo­ra­to­rio di in­for­ma­ti­ca; ab­bia­mo tol­to qua­si tut­te le mac­chi­ne fis­se e mes­so dei por­ta­ti­li. È un’au­la di­vi­sa in due zo­ne: in una si può fa­re il la­vo­ro col­la­bo­ra­ti­vo (i ta­vo­li si pos­so­no ag­gre­ga­re e di­sag­gre­ga­re), la­vo­ra­re sul car­ta­ceo, fa­re del­le map­pe, dei di­se­gni, dei pro­get­ti, ecc. Do­po­di­ché si può an­da­re al­le mac­chi­ne e la­vo­ra­re su quel­lo che si è fat­to per mo­del­la­re, mo­di­fi­ca­re, ecc. In­fi­ne si può ve­de­re tut­to in gran­de col pro­iet­to­re, op­pu­re scri­ve­re al­la la­va­gna col pen­na­rel­lo o at­tac­car­ci con dei ma­gne­ti i pro­get­ti rea­liz­za­ti. Que­sto spa­zio l’ab­bia­mo chia­ma­to Mon­drian per­ché la su­per­fi­cie del­la cat­te­dra (am­mes­so che si pos­sa chia­mar­la co­sì) sem­bra una pe­ra. È una po­sta­zio­ne un po’ di­ver­sa: è al­ta, tan­to che ser­vi­reb­be for­se uno sga­bel­lo, ma ci sem­bra­va fa­ces­se un po’ pub!
D’al­tra par­te, in un con­te­sto co­me que­sto, l’in­se­gnan­te non si sie­de da una par­te, gi­ra per i ta­vo­li. An­che que­sti mo­bi­li com­po­ni­bi­li li ab­bia­mo ac­qui­sta­ti con ri­sor­se no­stre, gra­zie al­le con­ven­zio­ni con i co­mu­ni e ai pro­get­ti a cui par­te­ci­pia­mo.

Quan­to con­ta un cor­po in­se­gnan­te af­fia­ta­to?
Da­nie­le. È de­ter­mi­nan­te, co­me pu­re lo staff. In que­ste co­se ci vuo­le chi ha del­le idee e met­te a di­spo­si­zio­ne del­le op­por­tu­ni­tà e chi ha vo­glia di sfrut­tar­le quel­le op­por­tu­ni­tà. In que­sti an­ni si è for­ma­to na­tu­ral­men­te un grup­po di per­so­ne che ha vo­glia di fa­re del­le co­se. Man ma­no che si al­lar­ga­no le com­pe­ten­ze au­men­ta la li­sta del­la gen­te di­spo­ni­bi­le.
L’o­biet­ti­vo è por­ta­re tut­ti quan­ti in que­sto mo­vi­men­to. Io la sto fa­cen­do fa­ci­le per­ché sia­mo en­tu­sia­sti, ma il la­vo­ro che ci aspet­ta, fa­ti­co­sis­si­mo, è por­ta­re so­prat­tut­to il cor­pac­cio­ne del­le ele­men­ta­ri den­tro que­sto per­cor­so.
Bi­so­gna in­ve­sti­re mol­tis­si­mo sul­la for­ma­zio­ne che ri­guar­da an­che il mo­do di sta­re in clas­se, che rap­por­ti ave­re con i ge­ni­to­ri, co­me va­lu­ta­re. Per­ché un con­to è lo scrit­to e l’o­ra­le, do­ve c’è una va­lu­ta­zio­ne che av­vie­ne con  pa­ra­me­tri con­so­li­da­ti (spes­so so­no cri­te­ri pre­dit­ti­vi per cui l’in­se­gnan­te al­la fi­ne va­lu­ta sem­pre la per­so­na, c’è l’ef­fet­to alo­ne, tut­te co­se che ab­bia­mo spe­ri­men­ta­to co­me stu­den­ti), pe­rò quan­do io scar­di­no que­ste co­se e ti chie­do non so­lo di fa­re il com­pi­to ma di met­ter­ci del­la crea­ti­vi­tà, di in­se­ri­re del­le im­ma­gi­ni... Ec­co, su co­me va­lu­to tut­to que­sto, c’è una lot­ta.
In­ten­dia­mo­ci, esi­ste del­la let­te­ra­tu­ra in me­ri­to, il pro­ble­ma è che lo de­vi vo­ler fa­re. È co­me con la tec­no­lo­gia: non è una que­stio­ne di sol­di, è aver vo­glia di fa­re del­le co­se.
C’è un col­le­ga che per co­min­cia­re ha ob­bli­ga­to tut­ti a usa­re la po­sta elet­tro­ni­ca per co­mu­ni­ca­re. Quel­la è già una pic­co­la ri­vo­lu­zio­ne di­gi­ta­le.
Qui il no­stro si­to è ge­sti­to da un in­se­gnan­te. Al­l’i­ni­zio le no­ti­zie le met­te­vo io, co­sì ho fat­to ve­de­re un po’ co­me si fa­ce­va, con che rit­mo. Ades­so se ne oc­cu­pa­no la se­gre­te­ria e un’in­se­gnan­te. Io non ho più cir­co­la­ri car­ta­cee. Ho tut­to lì: la ren­di­con­ta­zio­ne eco­no­mi­ca, i con­trat­ti, ec­ce­te­ra. Il co­di­ce di am­mi­ni­stra­zio­ne di­gi­ta­le di­ce che può va­le­re co­me al­bo pre­to­rio a tut­ti gli ef­fet­ti.

Con l’a­do­zio­ne di que­sti lin­guag­gi ave­te no­ta­to qual­che cam­bia­men­to sul pia­no del­l’ap­pren­di­men­to?
Giu­sy. I ri­sul­ta­ti si pos­so­no ve­de­re a va­ri li­vel­li. Ci ten­go a di­re che i ri­sul­ta­ti a cui noi te­nia­mo so­no so­prat­tut­to la ca­pa­ci­tà di la­vo­ra­re as­sie­me, di met­ter­si in gio­co, di ten­ta­re di da­re una ri­spo­sta, di pro­var­ci in­som­ma. Lo sco­po è quel­lo di non ave­re dei bam­bi­ni pas­si­vi, che ascol­ta­no si­len­zio­sa­men­te. Ma nean­che dei bam­bi­ni che stan­no lì e pen­sa­no ad al­tro per­ché si an­no­ia­no. Cer­chia­mo di in­co­rag­gia­re i bam­bi­ni a por­re do­man­de, a in­te­ra­gi­re con l’a­dul­to.
Da­nie­le. Se la do­man­da è se la tec­no­lo­gia mi­glio­ra l’ap­pren­di­men­to io pen­so che sia una que­stio­ne mal po­sta. Se pen­sia­mo che il so­lo uti­liz­zo quo­ti­dia­no di uno stru­men­to pos­sa cam­bia­re le co­se, al­lo­ra il li­bro ci avreb­be re­so i più gran­di let­to­ri!
Vo­glio di­re, ne­gli an­ni Cin­quan­ta e Ses­san­ta le an­to­lo­gie era­no ve­ra­men­te mi­nu­te; og­gi so­no dei vo­lu­mo­ni; que­sto ha au­men­ta­to la ca­pa­ci­tà di let­tu­ra dei ra­gaz­zi? No! Il pro­ble­ma è sem­pre co­me si la­vo­ra con gli stru­men­ti.
D’al­tra par­te la do­man­da ha un suo sen­so per­ché in ef­fet­ti sia­mo di fron­te a un pa­ra­dos­so. Chi ha a che fa­re con i bam­bi­ni pic­co­li di­ce sem­pre: "Ma so­no in­cre­di­bi­li, san­no fa­re del­le co­se paz­ze­sche...”. So­no di­scor­si che fac­cia­mo tut­ti quan­ti -ho due fi­glie pic­co­le e si­cu­ra­men­te io non ero co­me lo­ro. E al­lo­ra com’è che ap­pe­na en­tra­no in un’au­la sco­la­sti­ca di­ven­ta­no de­fi­cien­ti?
Non è det­to che la so­lu­zio­ne sia la tec­no­lo­gia, pe­rò io de­vo tro­va­re de­gli stru­men­ti con cui rie­sco a met­te­re in mo­to l’in­tel­li­gen­za, ac­cen­de­re il cer­vel­lo -che sia la car­ta, la pen­na, il com­pu­ter non ha im­por­tan­za.
Se lei va su You­tu­be, c’è "Dia­rio di un mae­stro”, uno sce­neg­gia­to Rai. Ec­co, quel mae­stro ave­va scon­vol­to il mo­do di la­vo­ra­re in clas­se. Era uno spa­zio aper­to, ave­va spo­sta­to i ban­chi, usa­va i car­tel­lo­ni, fa­ce­va la­vo­ra­re in grup­po; al po­sto dei li­bri di te­sto c’e­ra una bi­blio­te­chi­na, fa­ce­va del­le in­da­gi­ni, rac­co­glie­va da­ti. Al­lo­ra, è si­cu­ro che le tec­no­lo­gie non so­no né il pro­ble­ma, né la so­lu­zio­ne di per sé. Bi­so­gna pe­rò an­che ri­co­no­sce­re che il mon­do è cam­bia­to e che noi non pos­sia­mo vi­ve­re nel Due­mi­la e poi edu­ca­re i no­stri bam­bi­ni in una scuo­la del­l’Ot­to­cen­to!

Che pro­ble­mi sta­te in­con­tran­do?
Da­nie­le. Sul­le tec­no­lo­gie, un pro­ble­ma tec­ni­co su cui ci stia­mo con­fron­tan­do è quel­lo del­lo sto­ra­ge, cioè di do­ve te­ne­re i con­te­nu­ti. Con­si­de­ri che i li­bri dei pro­fes­so­ri, co­me app, pe­sa­no da un gi­ga in su; nel­le ta­vo­let­te ci so­no 16 gi­ga, si fa pre­sto a esau­rir­li; per ora la so­lu­zio­ne è sca­ri­ca­re un ca­pi­to­lo al­la vol­ta e man ma­no li­be­ra­re spa­zio.
E poi c’è il pro­ble­ma del­le pas­sword: c’è quel­la per en­tra­re nel­la re­te, ot­te­nu­ta dai ge­ni­to­ri con una pro­ce­du­ra ri­go­ro­sa, poi c’è quel­la per sca­ri­ca­re le ap­pli­ca­zio­ni, quel­le dei li­bri, una di­ver­sa per ogni edi­to­re e già co­sì ar­ri­via­mo a 4-5 e non so­no fi­ni­te. Per l’an­no pros­si­mo stia­mo la­vo­ran­do per ar­ri­va­re a un pa­io. Non è che i ra­gaz­zi le per­da­no, è che di­stur­ba­no la di­dat­ti­ca. Un al­tro aspet­to che stia­mo stu­dian­do è il re­go­la­men­to di uti­liz­zo del­le ta­vo­let­te. Per esem­pio ades­so sia­mo a di­cem­bre e se ne so­no già rot­te due su 120. Gra­zie a uno spon­sor ab­bia­mo ac­qui­sta­to dei "mu­let­ti”, cioè del­le mac­chi­ne che uti­liz­zia­mo in que­sti ca­si. Nel­l’as­si­cu­ra­zio­ne ob­bli­ga­to­ria per i bam­bi­ni ab­bia­mo in­se­ri­to an­che l’e­ven­tua­le rot­tu­ra del­la ta­vo­let­ta se uti­liz­za­ta per mo­ti­va­zio­ni di­dat­ti­che. C’è una pro­ce­du­ra co­di­fi­ca­ta. Il pro­ble­ma si po­ne quan­do ci im­bat­tia­mo in un po­ten­zia­le si­mu­la­to­re. So­no que­stio­ni che stia­mo af­fron­tan­do ades­so. Dei due ca­si che ho ci­ta­to, in­fat­ti, il pri­mo era si­cu­ra­men­te un ve­ro in­ci­den­te, per cui ab­bia­mo av­via­to la pro­ce­du­ra con l’as­si­cu­ra­zio­ne e in­tan­to ab­bia­mo da­to al ra­gaz­zi­no il "mu­let­to”, la mac­chi­na di ri­ser­va, per con­ti­nua­re a la­vo­ra­re.
Sul se­con­do ca­so c’e­ra­no mol­ti dub­bi e al­lo­ra ab­bia­mo co­mun­que mes­so in pie­di la pra­ti­ca con l’as­si­cu­ra­zio­ne pe­rò non ab­bia­mo da­to la mac­chi­na in co­mo­da­to per­ché non ci fi­dia­mo del tut­to. Di nuo­vo vie­ne fuo­ri il di­scor­so edu­ca­ti­vo, che è poi quel­lo cen­tra­le.
Que­ste so­no le co­se più im­pe­gna­ti­ve per­ché c’è mol­to da in­ven­ta­re. Un’al­tra dif­fi­col­tà è quel­la di al­li­nea­re tut­ti gli in­se­gnan­ti sul­le pro­ce­du­re.
Ab­bia­mo una mai­ling-li­st con cui al­ler­tia­mo tut­ti gli in­se­gnan­ti ri­spet­to al­le va­rie ini­zia­ti­ve. Ab­bia­mo co­strui­to i con­si­gli di clas­se in ma­nie­ra da ave­re sem­pre un in­se­gnan­te di quel­li mo­ti­va­ti as­sie­me a quel­li più re­cal­ci­tran­ti o con più dif­fi­col­tà...
Con­si­de­ri che per met­te­re in pie­di Li­br@ c’è vo­lu­to un an­no di la­vo­ro e 18 riu­nio­ni con tut­ti: in­se­gnan­ti, ge­ni­to­ri, con­si­glio d’i­sti­tu­to, edi­to­ri.
Di­men­ti­ca­vo la pas­sword del re­gi­stro elet­tro­ni­co: og­gi i ra­gaz­zi ac­ce­do­no al re­gi­stro e pos­so­no ve­de­re i vo­ti che han­no pre­so, le pre­sen­ze e le as­sen­ze; e an­che i ge­ni­to­ri pos­so­no ve­de­re tut­to, dai com­pi­ti, a co­sa si fa in clas­se, le so­spen­sio­ni... Non c’è più scam­po!
Il re­gi­stro elet­tro­ni­co è mol­to co­mo­do an­che per noi, so­prat­tut­to per gli scru­ti­ni: una vol­ta do­ve­vi rin­cor­re­re i pro­fes­so­ri per met­te­re i vo­ti nei ta­bel­lo­ni car­ta­cei, men­tre ades­so ve­di tut­ti i vo­ti, ad­di­rit­tu­ra con le in­suf­fi­cien­ze già in ros­so, co­sì in­di­vi­dui su­bi­to i ca­si su cui di­scu­te­re.
I ge­ni­to­ri ve­do­no an­che le pa­gel­le on­li­ne; se le vo­glio­no su car­ta se le pos­so­no stam­pa­re, so­no dei pdf. È ov­vio che se il ge­ni­to­re non è ab­bien­te o non ha il com­pu­ter, glie­la stam­pi tu.
(a cu­ra di Bar­ba­ra Ber­ton­cin)
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Barbara Bertoncin, La pagella in PDF, "Una città", dicembre 2013.



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Sotto, una serie di video sull'uso del tablet  a scuola:












lunedì 30 dicembre 2013

Impariamo a usare l'iPad.




I giovani tedeschi e la Shoah.

 L'ingresso del campo di Auschwitz
«E’ un pessimo segnale». Per il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Dieter Graumann, il calo continuo di studenti in visita dalla Germania all’ex campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, dipende in gran parte dal sempre più scarso interesse dei giovani e delle scuole per quel che i loro nonni hanno pensato e organizzato. Meno di settant’anni fa. 
E’ il tabloid Bild a dare oggi la notizia, l’ultima della serie sui giovani che “perdono la memoria”. Secondo le statistiche redatte dalla fondazione che gestisce l’ex Lager nazista, dove furono internate e uccise oltre un milione di persone, nel 2012 la Germania si è piazzata solo quinta nella classifica dei visitatori, perdendo due posizioni rispetto al 2009. Niente di drammatico, certo. Se non fosse che recenti sondaggi sulla conoscenza della shoah dei giovani tedeschi avevano già fatto scattare l’allarme. 
Stando a quanto emerso da un’indagine dello Stern del 2012, un giovane tra i 18 e i 29 anni su cinque (21%) non sapeva cosa fosse accaduto ad Auschwitz. Che sia un problema generazionale è evidente, dal momento che sul totale degli intervistati, in tutte le fasce d’età, il 90% ha saputo rispondere che ad Auschwitz la dittatura nazista aveva costruito la peggiore e più efficiente macchina di morte della storia. 
Secondo Graumann non c’è nulla in grado di dare un volto a quell’indicibile tragedia della storia meglio di una visita sui luoghi dell’orrore. «Ogni studente in Germania dovrebbe andare almeno una volta, durante il suo percorso scolastico, in visita a un campo di concentramento», ha considerato. Fa un passo in più Dieter Rossmann, incaricato per l’istruzione del partito socialdemocratico Spd, al governo federale con l’Unione di Cdu/Csu. Secondo il politico di grande coalizione «occorre confrontare le giovani generazioni con il passato della Germania, affinché tali tragedie non si ripetano. La visita ad almeno un campo di concentramento dovrebbe diventare obbligatoria».   
Matteo Alviti,  I giovani non vanno più a Auschwitz ,  "La Stampa" del 19-12-13.

sabato 28 dicembre 2013

Bambini prodigio.


Ha solo 11 anni e mentre i suoi coetanei si divertono con i videogame lui è già una matricola universitaria. È questa la storia del baby-prodigio Carson Huey, che si è appena iscritto alla facoltà di fisica quantistica della Texas Christian University.
Come racconta il New York Post, il bimbo è la mascotte del campus ed è sempre accompagnato dalla mamma che lo aiuta con lo zaino troppo pesante.
La sera, però, deve tornare a casa a dormire poiché non ha potuto fare richiesta per le residenze universitarie messe a disposizione dell’ateneo: le pratiche di registrazione non riconoscevano il suo anno di nascita.
Huley è stato un bambino prodigio fin dalla nascita: leggeva libri prima di imparare a fare pipì fuori dal pannolone, a tre anni ha iniziato con le operazioni matematiche e a cinque era già in terza media.
Ora parla il mandarino e suona il pianoforte. E non è l’unico prodigio in famiglia: il suo fratellino di 7 anni il prossimo anno si iscriverà alla scuola superiore.

Bimbo prodigio. All'università a soli 11 anni,  "La Stampa" del 30-08-13.

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Sotto, una serie di video sul ragazzo :












sabato 21 dicembre 2013

Attenti ai social network.


Se avete a cuore il lavoro, la carriera, il futuro professionale fate attenzione a quello che scrivete sui social network: chi valuta il vostro curriculum guarda sempre di più quello che scrivete su Facebook&C. Negli Stati Uniti il fenomeno è una realtà da tempo, dall’inizio dell’anno anche in Italia si va oltre il curriculum quando si cerca qualcuno da assumere, soprattutto quando si tratta di manager e dirigenti. Giovanna Brambilla, ad di Value Search: “Negli ultimi tempi stiamo ricevendo delle richieste - per lo più da multinazionali straniere- di considerare non solo la storia professionale dei nostri candidati (cosa che normalmente viene fatta sulla base di un Curriculum, di un colloquio personale di selezione e della ricostruzione della reputazione professionale), ma anche il loro profilo digitale, ossia le informazioni dei candidati o sui candidati presenti in rete e fruibili mediante una semplice interrogazione sui motori di ricerca. Queste richieste sono in netto aumento, almeno del 100% negli ultimi sei mesi, e ci appaiono fortemente correlate al tema della privacy. Per una società come Value Search, che si occupa di executive search (ossia di ricerca diretta di dirigenti), tuttavia la privacy esiste ancora e soprattutto esiste una legge (D.Lgs196/2003) alla quale attenersi nel trattare i dati (personali e sensibili) dei candidati e nel trasmetterli alle aziende clienti”.  

Ecco quindi un decalogo di consigli che Value Search ha messo a punto per chi cerca lavoro.  
1. Tenere sempre a mente che la rete non distingue tra ambito personale e professionale  

2. Dare alla nostra immagine sulla rete la stessa importanza che diamo alla nostra immagine/reputazione professionale  

3. Ricordare sempre che la rete ha una memoria da “elefante” e tiene traccia negli anni di tutto  
4. Fare attenzione a postare foto/video di cui potremmo, a distanza di anni, pentirci o in cui potremmo “non riconoscerci”  

5. Sollecitare anche i nostri amici su questi temi (anche terzi potrebbero postare foto o video in cui anche noi siamo ritratti e presenti)  

6. Includere nella nostra rete solo persone di cui “ci fidiamo” veramente (“dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”)  

7. le discussioni sui blog a volte ci spingono a risposte impulsive e giudizi affrettati: una volta immessi in rete non si cancellano ma potremmo anche pentircene  

8. alcuni temi trattati su blog o discussioni online potrebbero afferire alla nostra sfera personale e/o rivelare inconsapevolmente dati sensibili che ci riguardano: dobbiamo esserne consapevoli e prestare attenzione  

9. Aggiornare periodicamente il nostro profilo sui social network professionali (ma solo con informazioni veritiere e inconfutabili !): sono una vetrina che parla di noi e una vetrina ... deve essere sempre curata!  

10. Verificare periodicamente i parametri di accesso e visibilità da parte di terzi del nosto profilo sui social network  

Flavia Amabile, Cerchi lavoro? Attento ai social network, "La Stampa" dell'1-12-13. 

giovedì 12 dicembre 2013

"Time": Papa Francesco persona dell'anno.


Cornice rossa su fondo oro: come un ritratto ad olio di un Antico Maestro realizzato però sullo schermo Lcd di un computer. Jorge Mario Bergoglio, un "settantenne superstar maestro degli strumenti del nostro tempo per realizzare un mandato creato 21 secoli fa", ha conquistato la copertina della Persona dell'Anno di Time. Papa Francesco è il "Papa della gente", si legge nella motivazione della rivista americana. Spiega la direttrice Nancy Gibbs: "Non ha cambiato solo le parole: ha cambiato la musica".
13 marzo 2013, e sembra ieri. L'arcivescovo di Buenos Aires, primo Papa non europeo da 1.200 anni, si affaccia dal balcone su Piazza san Pietro e, anzichè benedire la folla, chiede ai fedeli di pregare per lui.
"Raramente - ha sottolineato la Gibbs - un nuovo protagonista della scena mondiale ha catturato così tanta attenzione, da vecchi e giovani, fedeli e cinici, in così poco tempo".
Bergoglio è il terzo pontefice dopo Giovanni XXIII (fu anche il primo italiano) e Giovanni Paolo II a esser scelto come Persona dell'Anno. Il fatto che nella top ten dei finalisti abbia battuto la pop star Myley Cyrus offre ai media ossessionati dalle celebrità un segnale di speranza.
La scelta di Time è stata fatta dai suoi giornalisti valutando i suggerimenti degli oltre due milioni di seguaci del settimanale su Twitter. Secondo la rivista Papa Francesco "è riuscito ad essere umile dal trono più alto della Terra" lanciando il messaggio di una chiesa di riconciliazione: "Trasformerà il Vaticano", scrive Time che ha preferito il Papa agli altri della cinquina in finale annunciata martedì sera: la talpa dell'Nsa Edward Snowden (scelto tre giorni fa come persona dell'anno dai lettori del Guardian), il presidente siriano Bashar al Assad, l'attivista gay Edith Windsor e il senatore repubblicano Ted Cruz.
È dal 1927 (Charles Lindbergh dopo la trasvolata atlantica) che il settimanale fondato da Henry Luce dedica la copertina di fine anno alla persona o l'entità che più ha influenzato, nel bene o nel male, i 12 mesi precedenti: non necessariamente un tributo in positivo (tra i "cattivi" della storia sono stati scelti anche Adolf Hitler, Stalin, l'Ayatollah Khomeini), ma in questa luce è stato certamente letto l'annuncio dal 92 per cento dei cattolici americani che applaudono al mandato del Papa. Secondo un sondaggio Abc/Washington Post, Bergoglio è popolarissimo tra correligionari e non: 69 su cento degli interpellati di ogni fede negli Stati Uniti approva come Francesco sta muovendosi per cambiare la Chiesa.
Una scelta positiva, quella di Time, ma "non certo una sorpresa", per il portavoce della Sala Stampa Vaticana Federico Lombardi, data la risonanza dell'elezione del Papa Francesco e dell'inizio del nuovo pontificato. Quanto a Bergoglio, ha aggiunto il portavoce vaticano, "non cerca fama e successo, perché fa il suo servizio per l'annuncio del Vangelo dell'amore di Dio per tutti. Se questo attrae donne e uomini e dà loro speranza, il Papa è contento. Se questa scelta dell'Uomo dell'Anno significa che molti hanno capito - almeno implicitamente - questo messaggio, egli certamente se ne rallegra".




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Qui  i motivi della scelta e gli altri finalisti.

Qui  un servizio sugli altri due papi  (Giovanni XIII, nel 1962, e Giovanni Paolo II, nel 1994)  che in precedenza avevano ricevuto lo stesso riconoscimento.

Di seguito, alcuni video sul tema.

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lunedì 2 dicembre 2013

Aperitivo a chi vuole la chiusura dei corsi serali pubblici.


Venerdì 18 ottobre 2013, presso l’ITIS “G. Marconi” di BARI, si è concluso l’esame di idoneità al quinto anno del corso di studi per il conseguimento del diploma di Perito Meccanico Capotecnico. Il candidato “speciale”, Salvatore GIRONE, fuciliere della M.M. Italiana attualmente trattenuto in INDIA in attesa di processo insieme al commilitone Massimiliano LA TORRE per le vicende che ormai tutti conoscono, ha potuto svolgere e superare brillantemente prove scritte e orali su tutte le discipline del quarto anno tramite una serie di collegamenti via SKYPE tra la sede dell’Ambasciata Italiana a Nuova Delhi e la Commissione composta dai docenti del quarta classe del Corso Serale Progetto SIRIO in cui risulta regolarmente iscritto l’alunno GIRONE.

Ciò è stato reso possibile innanzi tutto dalla volontà e dalla caparbia determinazione di Salvatore che, nonostante la grave situazione in cui tuttora si trova e l’obiettivo impedimento (indipendente dalla sua volontà) ad una normale frequenza, ha messo in atto ogni sforzo ed impegno per affermare “contro tutto” il proprio irrinunciabile DIRITTO ALLO STUDIO.

Ciò è stato reso possibile anche grazie alla grande flessibilità didattica del Corso Serale SIRIO che, oltre agli occasionali incontri di persona (che pure ci sono stati), ha consentito ai docenti di mantenere un contatto costante, via e-mail e telefono, con il proprio alunno a cui hanno potuto fornire supporto e materiale didattico oltre ad una serie di lezioni tramite collegamento SKYPE.

A questo punto, sia l’efficacia del lavoro didattico svolto sia l’innovativo protocollo messo in atto per l’esame di idoneità, dimostrano definitivamente la snellezza e la validità del Progetto SIRIO dando una chiara risposta a quanti, ingiustamente criticandolo, ne auspicano la rottamazione e la sostituzione con l’elefantiaca e inconcludente organizzazione dei CPIA.

LASCIAMO QUESTO SPUNTO DI ULTERIORE RIFLESSIONE SOPRATTUTTO AI DIRIGENTI DEL MIUR MENTRE CI CONGRATULIAMO DI CUORE CON SALVATORE GIRONE AUGURANDOGLI UN RAPIDO RIENTRO IN PATRIA CON L’AUSPICIO DI POTERLO INCONTRARE PRESTO TRA I BANCHI DI SCUOLA PER IL CONSEGUIMENTO DELL’AGOGNATO DIPLOMA.
  
IL MARÒ SALVATORE GIRONE E L’EFFICACIA DEL PROGETTO SIRIO !"Difendere e promuovere le scuole serali pubbliche", 20-10-13

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Qui il sito del corso serale dell'Istituto Marconi di Bari.