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lunedì 7 marzo 2016

Da Google libri sempre più tecnologici.


Il 4 marzo Google ha brevettato due nuove tecnologie per raccontare storie da applicare ai libri di carta: lo “Storytelling Device” o “Interactive Book” (in italiano “Dispositivo per raccontare storie” e “Libro interattivo”), e il “Media Enhanced Pop-up Book” (in italiano “Libro pop-up potenziato”). Il primo è un libro cartaceo con un sensore che capta i movimenti del lettore e attiva la proiezione di immagini e l’emissione di suoni da una piccola cassa. La cassa e il proiettore sono inseriti all’interno della costola del libro e si attivano a seconda dell’andamento della storia.

Elezioni presidenziali USA. Michael Bloomberg decide di non candidarsi.


Michael Bloomberg
Michael Bloomberg
Michael Bloomberg non scenderà in campo come candidato indipendente nelle elezioni presidenziali americane. L'ex sindaco di New York, miliardario e fondatore dell'omonimo impero dell'informazione finanziaria ha pubblicato un editoriale sul suo sito di commenti, Bloomberg View, dal titolo significativo: “La responsabilità che non mi prenderò”. Quella responsabilità è che una sua candidatura indipendente possa in qualche modo dividere il voto moderato e facilitare una elezione di Donald Trump, l'attuale frontrunner alla nomination repubblicana, alla Casa Bianca. Bloomberg, nonostante le difficoltà che un  un indipendente avrebbe incontrato nel vincere le elezioni, aveva considerato per mesi una candidatura, commissionando sondaggi e indicando che sarebbe sceso in campo soprattutto qualora i due partiti, il repubblicano e il democratico, avessero scelto candidati estremi quali Trump e il socialdemocratico Bernie Sanders. Ora, con Trump in vantaggio e Ted Cruz alle sue spalle tra i repubblicani ma Hillary Clinton indirizzata a vincere la nomination democratica, l'ex sindaco che aveva promesso una decisione entro marzo ha rotto gli indugi ritirando le proprie avance e scagliandosi piuttosto in un duro j'accuse del del controverso costruttore e personalità televisiva a sua volta di New York.

Bloomberg accusa Trump di aver condotto “la campagna più demagogica che si ricordi, facendo leva sui pregiudizi e sulle paure della gente”. Denuncia le idee di Trump di vietare l'ingresso ai musulmani nel Paese, di scatenare guerre commerciali contro la Cina e contro il Giappone. E non ultimo afferma di essere profondamente turbato dalla sua “pretesa ignoranza di David Duke”, il noto ex leader razzista e del Ku Klux Klan che Trump ha finto di non conoscere evitando di prendere subito e pubblicamente le distanze dall'appoggio che Duke gli aveva offerto. L'ex sindaco di New York sostiene che questi atteggiamenti “ci “ci dividerebbero come Paese e comprometterebbero la nostra leadership morale nel mondo”, con il risultato di “rafforzare i nostri nemici, minacciare la sicurezza dei nostri alleati e mettere a repentaglio la sicurezza di nostri uomini e donne in uniforme”. L'ex sindaco, se prende di mira Trump, non ha tenere parole neppure per Cruz, esponente della destra conservatrice e ultra-religiosa oggi emerso come principale sfidante interno repubblicano che a sua volta condanna: “Così com'è oggi la campagna _ afferma _ una mia candidatura potrebbe portare all'elezione di Trump o di Cruz. In tutta coscienza è un rischio che non posso correre".

Bloomberg, 74 anni, a dimostrazione della serietà dei preparativi per quella che probabilmente è stata la sua ultima occasione per cercare la presidenza degli Stati Uniti aveva condotto sondaggi in almeno 22 stati, ingaggiato decine di consulenti e consiglieri politici, preparato campagne pubblicitarie e aperto uffici elettorali in due stati, Texas e North Carolina. Aveva anche contattato l'ammiraglio in pensione Michael Mullen, ex capo degli Stati Maggiori riuniti delle forze armate, per la possibile creazione assieme di un ticket presidenziale.  

domenica 6 marzo 2016

Che succede alla Reggia di Caserta ?


Da due giorni sui quotidiani nazionali si parla di una polemica che riguarda la Reggia di Caserta, uno dei più famosi palazzi storici italiani, e il suo nuovo direttore Mauro Felicori. La causa della polemica è un documento scritto da tre sindacati dei dipendenti della Reggia – UIL, USB e UGL – che in sostanza rimproverano a Felicori di lavorare fino alla sera tardi, oltre l’orario di chiusura, cosa che secondo loro mette a rischio la sicurezza della struttura.

sabato 5 marzo 2016

Riflettori puntati su Donald Trump.


Donald Trump Holds Campaign Rally In Warren, Michigan
 Donald Trump durante un comizio in Michigan.
Durante la campagna elettorale per le primarie americane si è detto molto sulla carriera imprenditoriale di Donald Trump: si è parlato delle sue dichiarazioni molto teatrali, del suo successo, e anche dei duri attacchi contro di lui fatti da Marco Rubio durante il dibattito Repubblicano di giovedì 25 febbraio. Alcune domande però rimangono: Trump è davvero un gigante dell’economia americana, un modello di successo imprenditoriale e un uomo che si è fatto da solo? O è una star da reality show che si è divertita per tutta la carriera a giocare con le imprese costruite con soldi ereditati mentre continuava a rincorrere la fama? Sembra che la verità stia nel mezzo. Le sue decisioni imprenditoriali dimostrano che Trump è un mix di spacconeria, fallimenti e successo reale.

Bestiario bullista.

Per tre mesi ha vissuto un incubo ed è pure finito in depressione. Un quindicenne canavesano era perseguitato da due suoi coetanei che doveva pagare se non voleva essere picchiato. E, quando non è riuscito a sfilare di nascosto i soldi ai suoi genitori per pagare la rata, uno dei suoi persecutori lo ha minacciato: «Se non puoi pagare la rata dovrai spacciare hashish per noi».  

Ma il ragazzino non ha più retto e ha raccontato tutto ai genitori e ai carabinieri. E così, i carabinieri di Rivara, in collaborazione con i colleghi di Chivasso e del nucleo operativo di Venaria, hanno arrestato due studenti minorenni, residenti in Alto Canavese (come la vittima).  

I militari bloccato gli estorsori mentre intascavano l’ultima rata all’esterno della scuola superiore di Caluso che frequentavano i tre. Ora sono agli arresti domiciliari. Tutto è iniziato nel dicembre scorso quando i due bulli hanno avanzato le prime richieste di denaro al loro coetaneo. Prima 50, 80 euro, poi le pretese sono lievitate fino ad arrivare a 500 euro in un colpo solo.  

Il ragazzo prelevava le banconote dal nascondiglio usato dai suoi genitori per custodire in casa qualche contante in caso di emergenza. Ad un certo punto, però, la vittima non se l’è più sentita di far sparire gli euro da casa. Anche perché mamma e papà avevano subodorato che c’era qualcosa di strano in quegli ammanchi visto che, negli ultimi tre mesi il ragazzo avrebbe consegnato ai due bulli circa 2500 euro.  

Così la vittima ha provato a prendere tempo perché non sapeva più come fare per procurarsi i soldi. Ma i suoi due «amici» gli hanno infilato in tasca dei pezzi di haschish: «Se non puoi pagare vorrà dire che spaccerai per noi». Il minore, però, ha trovato la forza di raccontare tutto ed è partita la denuncia.  

Gianni Giacomini, Minacciato dai ragazzini bulli: “Se non ci paghi devi spacciare per noi” ,  "La Stampa", 5-03-16.

sabato 20 febbraio 2016

Hai pubblicato un libro ? Allora puoi uscire prima dal carcere.

Il governo di Dacian Ciolos ha deciso, come dichiarato dal ministro della Giustizia Pruna, di presentare un’ordinanza per abrogare la legge che consente a chi ha subìto una condanna di pubblicare libri e di ottenere con questi una riduzione della pena detentiva. La scelta, resa pubblica mercoledì 13 gennaio, sembra voler porre rimedio ad una situazione complessa ed in netto contrasto con il proposito  di estirpare la corruzione dalla società romena.

La norma
Risalente all’epoca comunista, la legge consente a chi ha subìto una condanna di ridurre ditrenta giorni la pena detentiva per ogni libro (scritto durante il periodo trascorso in carcere) pubblicato da riviste scientifiche o da un research body. Secondo quanto affermato da fonti governative, sarebbero trecentoquaranta i lavori pubblicati nel 2015 mentre circa novanta negli anni precedenti; cifre rilevanti che hanno portato il governo a prendere una posizione sull’argomento.
I casi
Tra i casi emblematici sembra soprattutto opportuno citare George Becali: ex imprenditore, proprietario di una squadra di calcio, politico e membro del parlamento europeo. Giudicato colpevole per tangenti ha visto la sua condanna a quarantadue mesi ridotta di cinque (è stato scarcerato lo scorso aprile) per aver pubblicato cinque libri tra i quali “Monte Athos, terra natìa della Chiesa Ortodossa”. Non solo, anche Dan Voicolescu, ex leader del partito conservatore romeno ed alleato dell’ex premier Victor Ponta, rientra tra coloro che hanno visto la loro condanna ridotta grazie alla pubblicazione di libri. Condannato a dieci anni di carcere ed arrestato nel 2014 per riciclaggio, ha visto pubblicati ben dieci suoi lavori in diciotto mesi, cifra che gli ridurrebbe di trecento giorni la pena detentiva. Anche l’ex primo ministro Adrian Nastase, condannato a due anni per aver ricevuto fondi illegali durante la campagna elettorale, è tra coloro che hanno beneficiato di una riduzione della pena detentiva per aver scritto numerosi libri sulle tematiche economiche durante i mesi passati in carcere.
Le dichiarazioni del ministro Pruna e l’iter parlamentare
Vista la situazione ormai fuori controllo, il ministro della Giustizia ha deciso di intervenire per abrogare la norma con un’ordinanza di emergenza il cui iter parlamentare dovrebbe concludersi in febbraio. Secondo quanto dichiarato dallo stesso ministro non si procederà immediatamente con la cancellazione della norma poiché sarà prima necessaria una consultazione; procedimento da seguire per ogni atto normativo.
Non solo, il ministro della Giustizia ha inoltre parlato della rimozione del capo della Amministrazione Nazionale dei Penitenziari (ANP), sottolineando come la questione sia prematura ma sia comunque necessario avviare un’ indagine amministrativa da parte dell’organismo di controllo del premier dal momento che “I fatti parlano chiaro relativamente alla competenza manageriale del direttore generale dell’ANP”.
Stando a quanto affermato dalle fonti locali e dallo stesso ministro della Giustizia, la norma che prevede la riduzione della pena detentiva per ogni libro pubblicato verrà rimossa il prossimo febbraio. Un passaggio chiave, necessario ma non sufficiente, verso l’eliminazione della corruzione chiesta dalla stessa società romena con proteste seguite all’incendio al Colectiv Club.
Camilla Filighera, ROMANIA: Sconto di pena se pubblichi un libro. Ma la legge sta per cambiare,  "East Journal", 29-01-16.

lunedì 15 febbraio 2016

La legge di Moore finirà in soffitta ?

Tra poche settimane la Semiconductor Industry Association (SIA) degli Stati Uniti e le altre associazioni in giro per il mondo che coordinano lo sviluppo e la produzione dei semiconduttori – quindi processori che fanno funzionare dispositivi di ogni tipo, compreso quello su cui state leggendo questo articolo – pubblicheranno un documento che di fatto segnerà la fine della “legge di Moore”, la regola dell’informatica più conosciuta anche tra chi ha poca dimestichezza con i computer. In un lungoarticolo pubblicato su Nature, M. Mitchell Waldrop spiega che si tratterà di un passaggio storico per i produttori di processori e che aprirà nuove opportunità per la cosiddetta “Internet delle cose” (“Internet of things”), cioè la possibilità di avere oggetti che dialogano tra loro online svolgendo compiti di vario tipo.

I pinguini della Baia del Commonwealth rischiano l'estinzione ?



pinguiniCapo Denison, il promontorio roccioso all’inizio della Baia del Commonwealth in Antartide, è uno dei posti più inospitali al mondo. Le sue coste sono battute da venti con raffiche che raggiungono regolarmente i 240 chilometri orari: è ritenuto il luogo più ventoso della Terra. Il Capo fu esplorato per la prima volta nel 1912 durante la storica spedizione Aurora, organizzata dal britannico Douglas Mawson nell’ambito di una serie di iniziative per la conquista e lo studio dell’Antartide. All’epoca fu stimato, con qualche approssimazione, che nella Baia del Commonwealth vivessero circa 200mila pinguini di Adelia (Pygoscelis adeliae), la specie di pinguino più diffusa nel continente Antartico, mentre ora la popolazione della colonia è più che decimata con la scomparsa di oltre 150mila esemplari in pochi anni in parte a causa di un gigantesco iceberg, che impedisce ai pinguini di raggiungere il mare.
Un gruppo di ricercatori della University of New South Wales, Australia, ha di recente pubblicato uno studio sulla scomparsa dei pinguini di Adelia nel quale ipotizza che entro vent’anni l’intera colonia di pinguini potrebbe sparire dalla Baia del Commonwealth, in particolar modo da Capo Denison. Un tempo fiorente e molto popolata, la colonia ha iniziato ad avere problemi di sopravvivenza nel 2010 in seguito all’arrivo sulle coste del Capo di un grande iceberg, chiamato B09B, con un’area di circa 100 chilometri quadrati. La grande massa di ghiaccio si è arenata nel mezzo della Baia del Commonwealth e, in poco tempo, ha portato alla formazione di uno strato ghiacciato nel tratto di mare compreso tra la costa e il margine dell’icerberg, allungando di chilometri il viaggio che i pinguini devono compiere per raggiungere l’acqua, dove pescano il cibo per nutrirsi e per provvedere alle loro nidiate.
capo-denison-pinguini
I pinguini di Adelia hanno bisogno di avere un accesso all’acqua entro 2-3 chilometri dal punto in cui si trova la loro colonia: se il viaggio diventa più lungo aumenta il consumo di calorie, condizionando le possibilità di sopravvivenza. A causa dell’iceberg B09B, negli ultimi anni i pinguini sono stati costretti a camminare per quasi 60 chilometri prima di arrivare a un accesso al mare: molti uccelli non ce la fanno a sostenere un viaggio di questo tipo, con conseguenze anche per la prole che resta nei nidi in attesa di cibo che non arriverà mai.
Le stime effettuate dai ricercatori australiani sono piuttosto impressionanti. A inizio Novecento le colonie nella Baia del Commonwealth erano costituite da circa 200mila pinguini di Adelia, numero che rimase più o meno stabile nei decenni successivi. Le cose sono cambiate sensibilmente a partire dal 2010 con un progressivo declino nel numero di esemplari, dovuto soprattutto al minor numero di uova deposte e al tasso più alto di mortalità. Dallo studio delle immagini satellitari e sulla base delle rilevazioni sul campo, i ricercatori hanno concluso che nella zona ci sono quasi 150mila pinguini in meno. È probabile che la maggior parte siano morti e che parte della colonia si sia trasferita in altri punti, ma la riduzione è comunque di grandi proporzioni e dimostra quali possano essere gli effetti di un repentino cambiamento dell’habitat di questi animali.
Nello studio i ricercatori scrivono che la popolazione di pinguini “a Capo Denison potrebbe essere eliminata entro 20 anni, a meno che l’icerberg B09B non si sposti o che si rompa lo strato di ghiaccio che si è formato lungo la Baia”. Lo studio non esclude che ci possano essere state altre cause nella riduzione del numero di pinguini, ma spiega comunque che una colonia situata 8 chilometri a est della Baia – dove l’accesso al mare non è precluso dall’iceberg – sta prosperando, con un numero stabile di nuove nascite.

domenica 14 febbraio 2016

Alla scoperta delle onde gravitazionali.


onde-gravitazionaliIn due conferenze stampa in contemporanea organizzate a Washington, Stati Uniti, e a Cascina (Pisa), i ricercatori degli esperimenti LIGO (Stati Uniti) e VIRGO (Europa) hanno annunciato di avere rilevato e verificato l’esistenza delle “onde gravitazionali”, una scoperta fondamentale per la fisica e che probabilmente varrà il Nobel ai suoi autori. Ipotizzate per la prima volta da Albert Einstein un secolo fa e da tempo in attesa di una osservazione diretta, le onde gravitazionali hanno la capacità di allungare e restringere lo spazio-tempo man mano che si diffondono nell’Universo. Per decenni gli scienziati hanno cercato indizi di vario tipo per dimostrarne l’esistenza direttamente, ma finora i loro tentativi erano stati viziati da interferenze di vario tipo e dalla mancanza di strumentazioni sensibili a sufficienza.
LIGO ha identificato le onde gravitazionali utilizzando alcuni osservatori fatti a “L”, costituiti da tunnel lunghi 4 chilometri che possono rilevare minuscole variazioni nella misura dello spazio causate dal passaggio delle loro perturbazioni; VIRGO ha avuto un ruolo più marginale, ma ha elaborato parte dei dati raccolti dall’esperimento statunitense. I ricercatori dicono che le onde gravitazionali osservate sono state prodotte da due buchi neri di diametro di 150 chilometri circa e con 29 e 36 volte la massa del nostro Sole: giravano l’uno intorno all’altro in una spirale che li ha portati a fondersi creando un unico buco nero 62 volte più massivo del Sole, a 1,3 miliardi di anni luce da noi (la loro collisione è quindi avvenuta 1,3 miliardi di anni fa). La massa mancante pari a circa tre soli, insomma, si è trasformata in energia ed è diventata onda gravitazionale. A settembre del 2015, gli osservatori ne hanno rilevato il passaggio e questo è il “rumore” della collisione (chirp):
Ma ora lo rispieghiamo con calma.
Cosa sono le onde gravitazionali
Un’onda gravitazionale è una increspatura nello spazio-tempo, il concetto introdotto nella relatività generale da Albert Einstein per descrivere la struttura quadridimensionale dell’universo: lunghezza, larghezza, profondità e tempo. In pratica lo spazio-tempo è sia il palcoscenico sia il coprotagonista di tutte le cose che succedono nell’Universo. Per spiegare meglio il concetto di onde gravitazionali, i fisici di solito la prendono alla lontana partendo da un’analogia piuttosto efficace: immaginate che lo spazio sia un grande trampolino elastico, uno di quelli di gomma su cui si sprofonda mentre ci si cammina o salta sopra. Se si appoggia un oggetto con massa sulla sua superficie – una palla da bowling, per esempio – questo fa cedere e deformare il tappeto verso il basso, creando una specie di cono. Nell’universo avviene più o meno la stessa cosa: più un corpo celeste ha una massa grande, più lo spazio si incurva e si deforma.

deformazione-spazio
In un sistema solare, la stella intorno cui orbitano i pianeti è di solito l’oggetto più massiccio nei paraggi: la stella crea un’enorme deformazione dello spazio che ha intorno, e di conseguenza condiziona il movimento dei pianeti che le sono vicini. L’analogia del trampolino elastico aiuta anche in questo caso: se lanciate una biglia (un pianeta) vicino a una palla da bowling (la stella) poggiata su un trampolino di gomma, noterete che la pallina non si muoverà in linea retta, ma inizierà a girare intorno alla palla da bowling seguendo una traiettoria circolare nel cono della deformazione, come fosse in orbita (in questa analogia naturalmente la pallina prima o poi raggiunge la palla da bowling a causa della forza di gravità terrestre). Su una scala planetaria molto più grande, questo ci dice che i corpi celesti orbitano intorno ad altri corpi per via della deformazione, cioè della curvatura, dello spazio.
Increspature
La biglia si muove lungo la sua orbita circolare e la sua velocità cambia direzione e intensità: accelera e produce un’increspatura variabile nel tappetino a mano a mano che lo percorre. Qualcosa di analogo avviene quando è un corpo celeste ad accelerare: crea delle deformazioni dello spazio, cioè delle onde gravitazionali. Tutti i corpi con massa (o energia) contribuiscono a creare le increspature nello spazio-tempo, ma sono infinitesimali perché la gravità non è una forza molto intensa se paragonata alle altre forze dell’Universo. Il problema è che anche un’onda molto grande causa effetti molto difficili da rilevare. Solo i corpi celesti molto massicci (ma proprio tantissimo) producono onde gravitazionali tali da potere essere rilevate e studiate dai ricercatori. Ma riuscire comunque a identificarle, e quindi a confermare nella pratica la teoria, era stato finora impossibile a causa di diverse altre complicazioni.

onde-gravitazionali
Un’increspatura comporta una contrazione o una dilatazione dello spazio, ma siccome facciamo parte dello stesso spazio ci è impossibile notarla direttamente perché noi stessi siamo coinvolti nelle dilatazioni e nei restringimenti. Per aggirare il problema, i fisici fanno ricorso a una costante: la velocità della luce. Siccome la sua velocità è sempre uguale, possiamo sapere quanto tempo impiega la luce a spostarsi da un punto a un altro. Se il tempo di viaggio aumenta, vuol dire che l’onda gravitazionale ha portato a una dilatazione dello spazio, mentre se diminuisce vuol dire che lo spazio si è ristretto, e che quindi la luce ha dovuto percorrere una distanza inferiore per arrivare a destinazione.
LIGO e VIRGO
Il Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO) sfrutta questo principio per rilevare le onde gravitazionali, con due osservatori negli Stati Uniti (uno in Louisiana e uno nello stato di Washington) costituiti da un grande tunnel vuoto a forma di “L” lungo 4 chilometri per lato. A ogni estremità ci sono degli specchi sospesi: valutando il tempo impiegato dalla luce laser per percorrere il tunnel si può identificare un loro minimo movimento, causato proprio dalle onde gravitazionali.VIRGO, un altro rilevatore che si trova a Cascina (Pisa), è praticamente uguale a LIGO, ma con dimensioni più ridotte e serve sempre per identificare le onde gravitazionali. Quindi: durante gli esperimenti, è stata riscontrata una variazione del tempo impiegato dalla luce per coprire la distanza all’interno del tunnel: distanza che i ricercatori si spiegano con la deformazione dello spazio-tempo causata dalle onde gravitazionali generate dai due buchi neri.

virgo
Difficoltà e interferenze
Il problema con cui i fisici fanno i conti da anni è l’estrema difficoltà nell’effettuare misurazioni precise per rilevare un’onda gravitazionale. Le variazioni di distanza sono infinitesimali e, per farsi un’idea, sarebbe come valutare se una rotaia lunga mille miliardi di miliardi di metri si sia accorciata o espansa di 5 millimetri. Se un’onda gravitazionale di notevole portata attraversasse la Terra, per esempio, farebbe restringere e allargare il diametro del nostro pianeta di appena 10 nanometri (dieci miliardesimi di metro), se non di meno. I ricercatori devono quindi confrontare le ondulazioni misurate con i loro esperimenti con quelle che secondo la teoria fatta di complesse equazioni si dovrebbero produrre in presenza di onde gravitazionali. Per farlo è necessario conoscere il rumore di fondo e le interferenze, presenti anche nel più raffinato degli strumenti, per poterne fare la tara ed escluderli dai calcoli, cosa che finora ha complicato moltissimo le ricerche e indotto i loro responsabili a essere estremamente cauti nell’annunciare di avere rilevato o meno un’onda gravitazionale. Nel 2014 furono annunciati importanti progressi, ma ulteriori verifiche smontarono l’ipotesi di avere effettivamente registrato increspature di qualche tipo.

A cosa serve la scoperta
L’identificazione nella pratica delle onde gravitazionali non è solo un’importante conferma delle teorie di Einstein: è la via per poterle attuare e sfruttare ai fini di ricerca in una situazione nuova e finalmente completa. Gli astrofisici avranno a disposizione nuovi sistemi per studiare l’Universo, analizzando le onde gravitazionali oltre a quelle elettromagnetiche già studiate da tempo. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti per la pratica: ogni volta che abbiamo trovato nuovi strumenti e modi per osservare l’Universo, abbiamo scoperto cose che nemmeno immaginavamo.  In un certo senso, è come passare dalla semplice osservazione degli animali allo zoo a quella nel loro habitat in libertà. Le evidenze portate da LIGO e VIRGO confermano inoltre che la fisica di Newton, quella che si studia a scuola, è solo un’approssimazione di quella di Einstein, e che è valida solo per corpi con velocità piccole e campi gravitazionali da loro creati deboli.

E. Menietti, Abbiamo trovato le onde gravitazionali, "Il post", 11-02-16.

lunedì 8 febbraio 2016

Bestiario ideologico. L'abolizione del voto di condotta.

“Basta con il voto in condotta, va abolito”. A lanciare la proposta, destinata ad aprire un nuovo dibattito nel mondo della scuola, è l’onorevole Milena Santerini, ex “Montiana”, ora del gruppo “Democrazia solidale”. Da settimane la deputata sta lavorando ad un disegno di legge che ben presto sarà depositato alla Camera. L’obiettivo della Santerini è chiaro: contrastare il più possibile la dispersione scolastica alla scuola secondaria superiore e ridare legittimità all’educazione alla cittadinanza”. Così l’incipit dell’articolo di Alex Cortazzoli sul “Fatto Quotidiano” del 1° febbraio.

Com’è noto, il voto di condotta può influire in due modi sulla valutazione finale. Influisce sull’ammissione all’esame di Stato se va da 6 a 10, ma pochissimo, perché fa media con molte materie. L’obbiettivo principale di Milena Santerini è però il secondo modo, il 5 in condotta finale con il quale si ripete l’anno. Infatti afferma con sicurezza: “Non si capisce perché un giovane che ha un otto in matematica debba ripetere l’anno se ha l’insufficienza in condotta. Di fronte a dei comportamenti scorretti, dobbiamo trovare altre soluzioni, delle punizioni esemplari, dei percorsi di volontariato, ma non possiamo penalizzare con la bocciatura un ragazzo”.
La deputata di “Democrazia solidale”, tra l’altro docente di pedagogia all’università Cattolica di Milano, dimostra di conoscere poco il mondo della scuola; infatti in quasi tutti i casi di bocciatura l’insufficienza in condotta si accompagna a numerose e gravi insufficienze nelle materie. Ma anche se ci fossero casi di studenti virtuosi nello studio, responsabili però di comportamenti molto gravi, la loro mancanza di rispetto delle regole a maggior ragione dovrebbe pesare nel giudizio finale per l’esempio negativo che darebbero ai loro compagni. E comunque, quanti sono stati finora i casi di ripetenza per via del comportamento? La Santerini non ce lo dice, ma c’è da scommettere che siano una percentuale minima. È quindi assurdo pensare di combattere l’insuccesso scolastico “depenalizzando” il 5 in condotta.
Si tratta, allora, del buonismo tipico di buona parte dei pedagogisti, i quali ritengono che per far crescere la società italiana occorra creare un senso di cittadinanza, integrare le nuove generazioni, far dialogare le culture e mettere al centro del rapporto didattico gli allievi, ma poco parlano di una scuola esigente sul piano dell’apprendimento e del comportamento, svalutando così fortemente il ruolo dei docenti.
Infatti si affida alla scuola la funzione di formare l'uomo e il cittadino (possibilmente del mondo, non del proprio Paese, nei confronti del quale si è solo dei rivendicatori di diritti, liberi da ogni dovere), ma a questo scopo un voto di condotta che abbia delle conseguenze viene considerata una forma arcaica di controllo sugli individui e un’illegittima interferenza sulla valutazione del profitto. Invece la disciplina scolastica e il relativo voto di condotta non solo servono a educare alla convivenza civile, ma sono parte essenziale della formazione degli allievi e non una limitazione della loro personalità. Gli studenti sono ragazzi che crescono, che scoprono se stessi, che si misurano con gli altri e così conquistano il principio di realtà.
Ma il voto di condotta serve in modo particolare allo studente socialmente e culturalmente svantaggiato, tendenzialmente dropout, che non è certo il buon selvaggio guastato dalla società di cui parla Rousseau. È spesso un ragazzo cresciuto in un mondo senza regole, dove è frequente la prevaricazione, e ha bisogno più di altri di appoggiarsi alle certezze delle regole di una scuola in cui vige il principio di autorità e quello della responsabilità personale. Senza di che resterebbe confinato anche da adulto nel mondo di marginalità da cui proviene; e di questo dovrebbe ringraziare proprio il buonismo dei “progressisti” e dei pedagogisti. 

sabato 19 dicembre 2015

Attenti ai social network.

La scorsa settimana il cofondatore e CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato che insieme alla moglie darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni della società, che attualmente hanno un valore intorno ai 45 miliardi di dollari. Poco dopo l’annuncio sui social network moltissimi hanno scoperto di essere esperti di filantropia, e hanno litigato tra chi ha difeso la scelta di Zuckerberg e chi l’ha giudicata un’operazione opportunistica “per-pagare-meno-tasse”. All’inizio della settimana un candidato alle primarie repubblicane per le presidenziali negli Stati Uniti, Donald Trump, ha proposto di chiudere i confini per impedire ai musulmani di entrare nel paese, a suo dire l’unica soluzione per evitare altre stragi come quella di San Bernardino in California da parte di due estremisti. Su social network e blog la proposta di Trump è stata definita assurda, impraticabile o geniale a seconda dei casi, con ulteriori litigi, insulti, provocazioni e discussioni infinite e infruttuose. Gli esempi potrebbero proseguire a lungo e portano sempre alla stessa domanda: è Internet che ci rende peggiori?
Sul New York Times di oggi Farhad Manjoo prova a dare una risposta, o per lo meno prova a offrire qualche riflessione sul tema: “Non sarebbe quasi un mondo da sogno, in queste recenti settimane così sovreccitate, vivere liberi dai social media?”. Manjoo non è un vecchio editorialista conservatore e trombone: è un trentottenne giornalista esperto di tecnologia e internet, appassionato di innovazioni, che si occupa di questi temi da anni e in passato ha scritto anche su Slate e sul Wall Street Journal. I toni su Internet sono quasi sempre sopra le righe, dice Manjoo, ma quest’anno lo sono stati più del solito: estremisti di ogni tipo riescono a spiccare nel rumore di fondo e ottenere più visibilità a scapito di chi ha toni più pacati e ragionevoli, rendendo di fatto Internet un posto inospitale. Susan Benesch, docente dell’università di Harvard, spiega: “È diventato così comune incappare in spazzatura e violenza online che le persone ormai hanno accettato la cosa. Ed è diventato tutto così rumoroso da obbligarti a urlare più forte, e dicendo cose più scioccanti, per farti sentire”.
Parte della sovreccitazione online è dovuta ai tempi in cui viviamo e alle notizie che riceviamo, ormai quotidianamente, su attacchi terroristici, uccisioni di massa, sparatorie, razzismo, proteste e violenze di ogni tipo da tutto il mondo. Le informazioni su queste cose vengono condivise rapidamente sui social network e commentate ancora più velocemente, spesso senza pensarci più di tanto o avere un’idea precisa di quali siano le cause e le circostanze in cui si sono verificati determinati fatti. Manjoo scrive che i social network contribuiscono ad alimentare un circolo vizioso di azione e reazione: “La reazione di Internet a una determinata situazione diventa parte e seguito della storia, così da intrappolare i media in una escalation, in un giro infinito di 140 caratteri, di reazioni d’impulso e istantanee”.
Quando Donald Trump dice qualcosa di insulso, come “bisogna chiudere Internet”, le sue parole non vengono solo riprese da qualche giornale o televisione: “diventano un’ondata di contenuti che continuano a ripetersi e a sovrapporsi nelle tue timeline, trasformandosi nella cosa predominante”, spiega Whitney Philips, docente presso la Mercer University e autore di diverse ricerche sui troll online. Una volta che si avvia questo meccanismo si produce una spirale di “contenuti sui contenuti” che in realtà non porta avanti la conversazione ma semmai la dirotta verso battute a caldo, opinioni campate in aria e spesso prive di qualsiasi base oggettiva. Manjoo sul New York Times scrive: “In ogni argomento o sei parte di un gruppo o di un altro: più riesci a esprimere il tuo sdegno aspramente, più reazioni otterrai dall’altra parte”.
Un recente esempio, molto discusso, riguarda l’opinionista statunitense di estrema destra Erick Erickson. In seguito alla pubblicazione di un editoriale sulla prima pagina del New York Times in cui si chiedeva un maggior controllo delle armi in America, Erickson si è procurato una copia del giornale e l’ha crivellata di colpi di pistola. Poi ha scattato una fotografia del New York Times con i buchi lasciati dai proiettili e l’ha pubblicata su Twitter, dove è stata molto ripresa e commentata.
Manjoo ricorda che Internet non fu inventata “per essere così brutta: ai primi tempi, i suoi pionieri avevano in serbo grandi idee sulla capacità del Web di espandere la democrazia”. John Perry Barlow, uno dei più famosi attivisti per la libertà della rete, scrisse nel 1996 una sorta di manifesto in cui auspicava che in futuro il mondo potesse essere “più umano e giusto del mondo creato in precedenza dai governi”. Naturalmente Internet ha avuto nel complesso il merito di creare nuove opportunità economiche, di migliorare il livello di istruzione e di portare più democrazia in molte parti del mondo. Ma le discussioni che nascono online e le interazioni fra gli utenti non sono all’altezza degli ideali espressi da Barlow e da chi creò Internet nei suoi primi giorni.
Secondo Benesch, Barlow ebbe il difetto di pensare che “con maggiori capacità di comunicazione e la possibilità di raggiungere direttamente gli individui si genera un tipo di comunicazione migliore, più gentile e amichevole”. Nella pratica, conclude Manjoo, tutto questo non si è verificato: “Internet può migliorare o peggiorare il modo in cui parliamo con qualcun altro. Per ora, e forse per il futuro prossimo, stiamo andando verso il peggio”
Internet ci rende peggiori ? , "Il Post", 10-12-15.

domenica 13 dicembre 2015

Chi ha paura di dire la verità sugli alieni ?

Stephen Bassett ha 69 anni, sta diventando calvo e ha gli occhi di un colore tra il blu e il verde. Da ragazzo ha letto molti libri di fantascienza, ha costruito modellini di aeroplani e ha vissuto per molti anni in una base militare in cui lavoravano i suoi genitori. Suo padre gli parlava poco e litigava spesso con sua madre, e Basset ha sviluppato tendenze ossessivo-compulsive. Da molti anni Bassett ha un obiettivo: far sì che il governo degli Stati Uniti ammetta di aver nascosto le prove che dimostrano che gli alieni esistono e sono stati sulla Terra. Poco meno di vent’anni fa Basset ha anche capito una cosa: alle persone rapite dagli alieni serviva un lobbista, qualcuno che parlasse di loro e che difendesse i loro interessi davanti al governo degli Stati Uniti. Da circa 19 anni Basset è quindi il primo, e finora unico, lobbista delle persone che dicono di essere state rapite dagli alieni.
Prima di diventare il lobbista di chi sostiene di aver incontrato gli alieni Bassett aveva lavorato per quatto mesi per il Program for Extraordinary Experience Research (PEER), un gruppo di ricerca creato nel 1993 da John Mack, uno psichiatra e saggista vincitore di un premio Pulitzer e morto nel 2004. Il PEER era nato per ascoltare in modo neutrale «tutte le esperienze che sfidano le nostre nozioni di realtà» e, quindi, anche i rapimenti di essere umani da parte degli alieni. Mentre stava lavorando per il PEER da una piccola casa di Cambridge, in Massachusetts, Bassett ebbe un’illuminazione: avrebbe potuto continuare a collaborare con il gruppo di ricerca di Mack per il resto della sua vita, ma non sarebbe cambiato nulla. «Capii che il problema non era di tipo scientifico, era politica», ha spiegato Bassett. Anche se il PEER avesse raccolto un mucchio di prove di incontro tra umani ed extraterrestri, sulla Luna o nel prato davanti alla Casa Bianca, nessuno se ne sarebbe interessato. La “questione aliena” aveva bisogno di essere rappresentata davanti ai potenti, a chi governava.
La questione aliena era piuttosto di moda nell’estate 1996, quando uscì il film Independence Day: Basset iniziò a preoccuparsi, temendo che qualcuno avrebbe potuto avere la sua stessa idea. Smise di collaborare con il PEER, caricò tutto ciò che aveva su una Mazda malconcia e guidò fino a Washington. «Una volta arrivato ho compilato i documenti necessari a diventare un lobbista», ha raccontato.
Finora è stata una battaglia piuttosto solitaria, ma Bassett è convinto che il momento giusto per l’affermazione della sua contorta teoria – che riguarda i Clinton, il loro ex consulente John Podesta e un multi-miliardario morto qualche anno fa – sia arrivato.  Bassett ha detto di volere che il governo ammetta l’esistenza degli alieni prima che in New Hampshire si tengano le primarie delle elezioni presidenziali, il prossimo 9 febbraio: «E posso anche spiegare perché succederà», ha aggiunto.
Dopo essersi laureato al Georgia Institute of Technology Bassett ha passato circa una ventina di anni senza uno scopo preciso, giocando a tennis da professionista, facendo il consulente finanziario e mantenendosi anche grazie a un’eredità lasciatagli dal padre. Poi gli capitò di leggere un libro che cambiò la sua vita. Si intitolava Abduction: Human Encounters with Aliens (“Rapimenti: incontro tra umani e alieni”). L’autore era John Mack, che aveva iniziato a occuparsi della questione con molto scetticismo intervistando decine di persone che dicevano di essere state rapite dagli alieni, e pensando che soffrissero di qualche tipo di malattia mentale. Alla fine delle sue ricerche però non ne era più così sicuro. «Sì, prendo seriamente le storie di queste persone», spiegò nel 1994 al Chicago Tribune: «Sì, penso che stiano dicendo la verità». Bassett – l’ex appassionato di fantascienza senza un chiaro posto nel mondo – trovò finalmente qualcosa a cui dedicarsi.
Nel 1961 l’astronomo Frank Drake disse di aver trovato un’equazione per calcolare il numero di civiltà aliene che stanno cercando di comunicare con noi. Alcuni mesi fa Drake ha detto al Washington Post: «Ne possiamo individuare 10mila, ma ce ne sono molte di più». Considerando quanto è grande l’universo, non è da folli immaginare che ci sia qualcosa oltre a noi. Una teoria è che tutte le avanzate civiltà aliene finiscano distrutte dalla stessa tecnologia che hanno creato, prima di riuscire a mettersi in contatto con la Terra. È una teoria piuttosto cupa, e non c’è da stupirsi se molti esseri umani tendono a preferire un’ipotesi più ottimista: gli alieni esistono, e si sono messi in contatto con noi, ma c’è una cospirazione governativa per non farcelo sapere.
Secondo un sondaggio pubblicato nei primi mesi del 2015 dall’Huffington Post circa la metà degli americani crede nell’esistenza di un qualche tipo di forma di vita aliena, e uno su quattro pensa persino che gli alieni siano arrivati sulla Terra. Nonostante questo per Buffett non fu facile farsi ricevere a Washington dai membri del Congresso degli Stati Uniti. «Nessuno voleva averci qualcosa a che fare», ha detto Bassett.
Dal momento che non riuscì a ottenere un’udienza al Congresso, nel 2013 Basset decise di crearne uno finto: grazie a una donazione di un milione di dollari arrivata da un finanziatore canadese, Bassett pagò 20mila dollari alcuni ex membri del Congresso per passare una settimana al National Press Club di Washington, ascoltando testimonianze sugli alieni. Dalle numerose ore di testimonianze – tra cui quelle di ex ufficiali dell’aeronautica militare che dicevano di aver visto navicelle aliene, o i racconti di animali trovati dissezionati – nacquero alcune buffe storie, ma nessun vero movimento d’opinione che coinvolgesse dei membri del congresso. Poi, alcuni mesi fa, arrivò un importante tweet: lo scrisse il 13 febbraio 2015 John Podesta, che era stato consigliere di Bill Clinton alla Casa Bianca. Podesta scrisse quel tweet 11 mesi dopo essersi dimesso dall’incarico di consigliere speciale di Barack Obama. Podesta scrisse: «Il mio più grande fallimento del 2014: ancora una volta non siamo riusciti a pubblicare in modo chiaro i file sugli UFO». Il tweet era completato dall’hashtag #thetruthisstilloutthere (“la verità è ancora lì fuori”).
Il tweet fu condiviso migliaia di volte e ne parlarono i principali siti d’informazione di tutto il mondo (la maggior parte lo trattò come uno scherzo). Bassett e altri con le sue idee non lessero quel messaggio come uno scherzo. Per loro era qualcosa di grande. Podesta rappresenta infatti uno dei migliori alleati che la questione aliena possa avere: è un appassionato di X-Files che ha chiesto maggiore trasparenza sugli argomenti che hanno a che fare con gli UFO e nell’introduzione che ha scritto per un libro di successo intitolato UFOs: Generals, Pilots, and Government Officials Go on the Record  ha spiegato: «È tempo di capire la verità su quello che c’è là fuori».
Podesta è ora anche colui che si occupa di gestire la campagna presidenziale di Hillary Clinton, e la cosa è stata vista da Bassett e da chi lo segue come una grande notizia. Secondo Basset Bill e Hillary Clinton hanno un importante ruolo nella questione aliena da quando nel 1993 il miliardario Laurance Rockefeller ha iniziato a fare pressioni su di loro per rendere pubbliche tutte le informazioni a loro disposizione sugli alieni. Ci sono infatti prove che dimostrano che nel 1995 Hillary Clinton incontrò Rockfeller nel suo ranch e che un consigliere di Clinton la avvertì con una nota che Rockfefeller «le avrebbe parlato del suo interesse per le percezioni extrasensoriali, i fenomeni paranormali e gli UFO». I Clinton «si stavano occupando del “problema” su forti insistenze di un miliardari, e nessuno se ne occupava», ha detto Bassett.
Come mai tutto questo dovrebbe suggerire che il governo dirà ciò che sa sugli alieni prima delle primarie in New Hampshire? Bassett ha detto: «Penso che il team di Clinton abbia calcolato che non potrà arrivare alle elezioni senza prima aver affrontato il problema degli extraterrestri. Ma che opzioni ha Hillary Clinton? Se annuncia una conferenza stampa e le dà troppa importanza, deve anche spiegare perché lo fa ora e  non l’ha fatto negli ultimi 23 anni. L’alternativa è fare in modo che sia la stampa a farle le giuste domande… così lei può essere libera di decidere cosa e quanto dire». Secondo Bassett il tweet di Podesta è una sorta di esca per i media.
Questa teoria ha però un piccolo problema: sia Podesta che Clinton si sono rifiutati di commentare la questione. Siamo realistici: poche persone prenderanno Bassett seriamente. Bassett ha però speso molto per dedicarsi a quello che lui stesso definisce «il gruppo di pressione meno finanziato della storia» (riceve tra i 15mila e i 20mila dollari l’anno). Bassett non ha molto spazio per il tempo libero, e spesso dorme a casa di alcuni suoi “seguaci”. «Sarebbe bello avere qualcuno con cui condividere tutto questo, o un figlio che da grande potrà viaggiare nello spazio, ma ormai è troppo tardi»,  ha spiegato.
Quella di Bassett può sembrare una strana causa a cui dedicare la propria vita. Ma secondo lui le rivelazioni sugli alieni sono solo il primo passo per qualcosa di più grande: «Una volta scoperta la verità sugli alieni, vedrete che qualcosa cambierà in tutto il mondo, ci sarà un nuovo approccio in tutto. Più trasparenza, più comunicazione tra le nazioni, un periodo di riforme». Secondo lui, se solo i popoli della Terra sapessero che c’è qualcosa là fuori di più grande di noi, allora forse potremmo mettere da parte le nostre piccole differenze, che rischiano di distruggerci. Le persone che pregano per la pace nel mondo sono molte. È in fondo così strano se Basset cerca un po’ di aiuto dall’alto?
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Sotto, video su Stephen Bassett:


mercoledì 2 dicembre 2015

Ragazzi sempre più lenti ?


Gli adolescenti non sanno distinguere gli annunci pubblicitari dai risultati di ricerca di Google. Lo rivela una ricerca di Ofcom che valuta l’alfabetizzazione digitale di bambini e teenager britannici (3-15 anni) e il loro rapporto con i media.  
Stando ai dati rilevati dall’Autorità indipendente delle comunicazioni del Regno Unito, davanti ai risultati di ricerca ottenuti tramite Google, solo un terzo (31 per cento) dei ragazzi di età compresa da 12 a 15 anni, è in grado di capire la differenza tra link di annunci pubblicitari e informazioni vere e proprie. Nella fascia degli 8-11enni questa capacità di distinzione è ancora minore (16 per cento).  

Questo vuol dire che Big G non fa abbastanza per separare in modo più efficace i contenuti pubblicitari da quelli della ricerca. A questo riguardo, ad aprile 2015 negli Stati Uniti l’azienda di Mountain View è finita nel mirino delle associazioni di difesa dei consumatori, accusata di fronte alla Federal Trade Commission di mischiare, in modo scorretto e sleale, pubblicità e intrattenimento su Youtube Kids, un’app creata appositamente per i bambini. Secondo Ofcom, molti minori tendono, peraltro, anche a fidarsi troppo ciecamente dei contenuti informativi avuti grazie a Google.  

I teenager britannici, che guardano un po’ meno la tv e utilizzano maggiormente i tablet, sono sempre più spesso online. Rispetto al 2005, ora il tempo speso su Internet è più che raddoppiato. I 12-15enni ormai passano sul web in media 3 ore e mezza a settimana in più che sulla televisione. Questa maggiore consuetudine degli adolescenti di oggi con le nuove tecnologie non significa, però, più consapevolezza di come funziona il mondo online. 

«Internet consente ai ragazzi di apprendere, scoprire i diversi punti di vista e restare connessi con familiari e amici – spiega James Thickett, Direttore di ricerca di Ofcom. Ma i nativi digitali hanno sempre bisogno di sostegno per acquisire le conoscenze necessarie a navigare online». 

Carlo Lavalle, Gli adolescenti non distinguono tra pubblicità e risultati delle ricerche su Google, "La Stampa", 1-12-15.


sabato 28 novembre 2015

Sopravviverà l'Occidente agli smartphone ?


Al peggio non c'è mai fine, verrebbe da dire osservando questa foto .

Difronte a uno dei più grandi capolavori dell'arte figurativa di tutti i tempi  (La ronda di notte, di Rembrandt), questo gruppo di ragazzi e ragazze non trova di meglio da fare che smanettare con gli smartphone, ignorando completamente la tela.

Un altro segno dell'inarrestabile tramonto dell'Occidente ?




sabato 21 novembre 2015

Perché la Siria ?

La polveriera siriana spiegata attraverso una serie di video e di mappe:






(Qui per la versione esclusivamente in italiano del filmato precedente.)