Cerca nel blog

mercoledì 24 settembre 2014

Invictus games: vivere malgrado le disabilità.

Su iniziativa del principe Harry, una manifestazione che ha permesso ai soldati feriti in combattimento di dimostrare la loro tenacia e il loro amore per la vita.



















 












lunedì 22 settembre 2014

La guerra fa bene ?


La guerra ci ha resi tutti più ricchi e più sicuri. E se questa vi pare una provocazione, andate a leggere “War, What is Good For?”, il nuovo libro di Ian Morris, professore di studi classici all’università di Stanford, che spiega nel dettaglio perché invece è un dato di fatto scientifico.  
Un elemento su tutti. All’epoca dell’Età della pietra, nonostante la popolazione mondiale fosse molto inferiore a quella attuale e le armi molto meno sofisticate, tra il 10 e il 20% di tutti gli esseri umani moriva di cause violente. Nel secolo scorso, nonostante le terribili stragi provocate dalle due guerre mondiali e le bombe atomiche, questa percentuale è scesa al 2%, e secondo l’Onu è calata ancora allo 0,7% dal Duemila in poi. In cambio, durante l’Età della pietra si viveva in media 30 anni, con un reddito equivalente a circa 2 dollari al giorno, mentre oggi i 7 miliardi di esseri umani che popolano la Terra vivono in media 67 anni, con un reddito medio di 25 dollari al giorno. Il motivo? Lo sviluppo della nostra società dovuto alla guerra. 

L’analisi di Morris è radicata nell’evoluzione della storia. I conflitti, fin dall’alba della civiltà umana, hanno avuto alla lunga effetti benefici. La violenza ha prodotto molte vittime, ma ha anche costretto i vincitori a migliorare le strutture di governo della società, proprio per evitare di diventare vittime a loro volta. Questa stabilità relativa, ma sempre crescente, ha favorito anche la crescita economica. Per quasi sedici secoli i nomadi a cavallo che imperversavano in Europa, in altre parole i barbari, hanno sconvolto il mondo, fino a quando l’invenzione delle armi da fuoco ha consentito di bloccarli una volta per tutte. Da quel momento in poi gli Europei hanno cominciato ad esportare in tutto il globo la loro legge, basata sulla forza, ma anche la loro civiltà. L’umanità ne ha beneficiato, pagando un prezzo in vite umane sempre minore in termini percentuali, ma incassando benefici economici, tecnologici e culturali sempre crescenti.  

L’Ottocento, dopo la sconfitta di Napoleone, ha rappresentato l’apice di questa tendenza. L’Inghilterra, unica potenza industriale, è diventata l’arbitro del mondo. Grazie alla forza si è imposta dall’India alla Cina, ma per poter commerciare ha aiutato anche lo sviluppo industriale di altre nazioni, come gli Stati Uniti e la Germania, che alla lunga hanno preso il suo posto o quanto meno l’hanno raggiunta in termini di ricchezza e influenza globale. Poi sono arrivate le due guerre mondiali, che hanno fatto milioni di vittime, ma sempre meno di quanto era accaduto nel passato, in termini percentuali. La società globale ne ha beneficiato ancora, continuando la sua corsa verso lo sviluppo e la ricchezza. Nel frattempo il numero delle persone che morivano per cause violente diminuiva, sempre in percentuale. 

La Guerra Fredda ha accelerato ancora di più la crescita mondiale, in pratica senza fare vittime, e ha lasciato in eredità il dominio dell’unica superpotenza rimasta, gli Usa. Ora quindi siamo arrivati ad un punto di svolta decisivo. Gli Stati Uniti si trovano nelle stesse condizioni della Gran Bretagna alla fine dell’Ottocento, quando per commerciare aiutò molti altri paesi a crescere, ma poi non ebbe più la forza di fare il poliziotto del mondo, che con la sua forza garantiva la sicurezza di tutti. Se Washington seguirà l’esempio di Londra, si condannerà al declino e ad essere superato da qualche concorrente, tipo la Cina. Se invece avrà la volontà di continuare ad usare la forza, e in qualche caso la guerra, per imporre l’ordine che consente lo sviluppo, il mondo continuerà a crescere in termini economici, e a perdere meno vite in percentuale a causa della violenza innata tra gli uomini. 
Paolo Mastrolilli, Così la guerra ha cambiato il mondo  (in meglio), "La Stampa", 29-04-14.

domenica 21 settembre 2014

Scuola: la realtà dietro le slide e gli annunci demagogici.

Certo sembra quasi beffardo quello slogan esposto su un enorme cartello all’esterno del Liceo di Scienze Umane “Alessandro Manzoni”: «L’arte di costruirsi il futuro». Perchè, appena entri e imbocchi il corridoio della presidenza, l’immagine che ti si para davanti sembra fare a pugni con quelle parole: l’aula magna trasformata in una classe, nella terza sezione «Au»: 42 studenti (40 ragazze e due ragazzi), quattro sono disabili, tutti sedicenni che lì dovrebbero studiare ma senza nemmeno un banco dove poggiare libri e quaderni, che cercano di ascoltare le spiegazioni di prof che, per forza di cose, devono urlare per farsi sentire da una parte all’altra dello stanzone e che provano a mettere in funzione una moderna “Lin”, la lavagna elettronica installata in fretta e furia tre giorni fa in un ambiente che, per sua funzione, è destinato ad altro.  

Eccola la classe più affollata d’Italia che non sembra nemmeno una classe, con le due uscite di sicurezza e le finestre spalancate, perchè qui è ancora estate e un caldo sciroccoso non se ne vuole proprio andare, ma anche «per ragioni di sicurezza» perchè 42 ragazzi sono, oggettivamente, troppi. Giuseppina Mannino, la preside di questo storico liceo che ebbe tra i suoi alunni Leonardo Sciascia e che solo in questo edificio ha 450 ragazzi divisi in due corsi di studio diversi, Scienze umane ed Economico-sociale, non aveva però scelta: o spostare la popolosa terza «Au» nell’aula magna dedicata ad un’altra delle glorie dell’istituto, Vitaliano Brancati che qui insegnò, oppure...  
Oppure nulla, perchè quella classe da 42 studenti non si può sdoppiare nonostante il buonsenso suggerisca altro: «E’ da luglio che scriviamo per chiedere una soluzione: ci hanno sempre risposto che il Dpr 81 non lo consente». Il Dpr 81 è una roba che il Ministero dell’Istruzione ha varato cinque anni fa e che, per formare le classi, stabilisce che bisogna tenere conto del «numero complessivo degli alunni iscritti indipendentemente dai diversi indirizzi e corsi di studio».  

Il problema è che gli alunni della terza «Au», che l’anno scorso erano in due diverse seconde, sono tutti di un unico indirizzo, quello di Scienze umane che una volta era il vecchio Magistrale: «Non potevo certo dirottare gli alunni nell’altro corso - dice la preside - perchè non avrei rispettato il diritto di scelta delle famiglie, già esercitato quando erano in prima». La scuola quest’anno ha perso tre classi, una prima, una seconda e una terza.  
Ma mentre in ognuna delle altre ci sono una trentina di studenti, nella terza è scoppiato il bubbone e, dunque, tutti nell’aula magna, seduti sulle poltroncine da conferenza con il mini-tavolino ribaltabile, e via alle lezioni: «Siamo disorientati - dice Angelo, uno dei due maschi della classe -. Spero proprio che ci dividano: non è una bella situazione». «Lei la definisce una lezione questa? - domanda Manuela che fa parte della Rete degli studenti medi -. E’ stressante, abbiamo difficoltà a sentire i professori. Il diritto allo studio ci spetta e lo vogliamo».  

Interviene la prof di matematica, Concetta Terrazzino: «E’ un incubo lavorare così. In un’ora siamo riusciti a fare solo un sistema di equazioni, immagino quando bisognerà correggere sul momento 42 compiti». Alla terza ora ecco arrivare il docente di scienze, uno dei pochi che padroneggia la “Lin”: «Qui non siamo all’università - dice il prof Antonino Laneri -. Dobbiamo poter fare lezione stabilendo con i ragazzi un rapporto personale, siamo educatori, così non è possibile seguirli uno per uno come dovrebbe essere». «Mi chiedo cosa vogliano fare della scuola pubblica - lamenta la prof di storia, Silvia Scoto -. Ogni governo che arriva dice che vuol cambiare tutto ma poi non cambia mai nulla. Anzi, le cose peggiorano».  

La preside, il presidente del Consiglio d’istituto, il consiglio di classe e un comitato spontaneo di genitori ieri hanno mandato una lettera-petizione al ministro dell’istruzione, alla Regione Siciliana, al prefetto e al sindaco di Caltanissetta, ai dirigenti dell’Ufficio scolastico regionale e di quello provinciale, per sollecitare una soluzione. Ma c’è scetticismo. Lo vedi negli occhi e nelle parole di Pia, sveglia alunna dagli occhi a mandorla anche se «io però sono nata qui»: «Anche noi alunni abbiamo scritto al provveditorato, ma nessuno ci ha mai risposto. Resteremo qui tutti insieme, purtroppo».  

Fabio Albanese, “Noi, stipati in 42 nell’aula magna senza sentire la voce del prof”, "La Stampa", 21-09-14.

giovedì 18 settembre 2014

"Garanzia giovani": ennesimo bluff ?

Un labirinto, in cui i conti non tornano e le occasioni - quelle vere, in grado di svoltare una vita - scarseggiano. La Garanzia Giovani, partita sotto i migliori auspici, non riesce a decollare. Il centro studi Adapt, fondato nel 200 da Marco Biagi e coordinato da Michele Tiraboschi ha preso l’ultimo monitoraggio del governo e fatto qualche conto. Risultato: le opportunità pubblicate sul portale, all’8 settembre, erano poco più di 3600 e al 15 sfioravano le 5300. Attenzione: sono numeri, spiega Adapt, che terrebbero conto pure delle offerte già scadute. Insomma, dicono i ricercatori, il periodo estivo non è servito a cambiare marcia, per lo meno sul sito, «che sarebbe dovuto essere la prima e più importante interfaccia tra i giovani alla ricerca di una occasione di lavoro e le aziende alla ricerca di giovani da inserire al loro interno. 
Il gap tecnologico  
Allo stato attuale, spiega Adapt, nella maggior parte dei casi il sito ministeriale non fa altro che «rimbalzare» annunci delle Agenzie per il lavoro senza un vero e proprio controllo su quanto inserito. Quasi il 90% delle offerte pubblicate, infatti, è stato caricato da queste e si riferisce a posizioni del tutto indifferenti rispetto al programma europeo. Nel portale nazionale si ritrovano così gli stessi annunci pubblicati in qualunque altro motore di ricerca presente sul web senza alcun filtro: da Monster a Indeed, fino a Cliclavoro, di cui - dice il centro studi - in buona sostanza il portale nazionale non costituisce altro che una duplicazione. 

I profili  
Uno dei problemi, denuncia Adapt, è rappresentato dalla qualità delle offerte: la figure ricercate riguardano tendenzialmente profili medio-bassi. Analizzando il database si scopre che nelle prime dieci posizioni più richieste appaiono profili professionali legati al mondo industriale e manifatturiero. Si va dai più generici addetti, operai e impiegati - che ricoprono vari ruoli - a figure più specializzate come i manutentori o i saldatori. Non mancano però richieste per gli ingegneri e i programmatori informatici. Il rischio beffa è dietro l’angolo: spesso, troppo spesso, si cercano ragazzi con anni di esperienza.  
«E’ evidente - spiegano i ricercatori - che tale richiesta si pone in contraddizione con i pilastri della Garanzia Giovani, che invece vuole intercettare chi ha appena terminato un percorso di studio oppure è in una situazione di mancanza di formazione e lavoro».  

I contratti  
Se dal profilo professionale ricercato, si passa ad analizzare la modalità con cui le aziende intendono inserire i ragazzi nel mondo del lavoro, il contratto a tempo determinato risulta essere la formula preferita dalle imprese. Quasi il 76% delle «vacancies» propone, infatti, un contratto a termine, mentre il contratto a tempo indeterminato riguarda quasi il 14% delle offerte. Pochi i tirocini, ancora meno le occasioni di apprendistato: e dire che dovrebbero essere il cuore della Garanzia Giovani. Attenzione: alcune Regioni, su questo tipo di inserimento, hanno puntato forte. Il problema, spiegano gli autori del rapporto, è che le«opportunità di tirocinio non vengono veicolate, o per lo meno non a sufficienza, attraverso il portale, ma lasciate ad altre forme di intermediazione».  


Ebola: primi test del vaccino sui volontari.


A Oxford, sono iniziati i primi test su sessanta volontari.sani del vaccino contro Ebola:




Sotto, altri video sulla corsa per scoprire il vaccino più efficace:









Standing ovation al Congresso americano per il Presidente ucraino.


Il Presidente dell'Ucraina, Poroshenko, in visita ufficiale negli Stati Uniti, è stato accolto dal Congresso e dal Presidente Obama con una simpatia e un calore che rappresentano la migliore risposta alle continue provocazioni di Mosca nei confronti di Kiev e di altri paesi che si sono liberati dal giogo sovietico.

-----------------------------------------







-------------------------------------------------

È la volta dei paesi baltici. Due settimane fa Putin, in una telefonata con il Presidente della Commissione Europea Barroso, avrebbe detto che, se solo volesse, non ci metterebbe messo molto a occupare Kiev.
Ora il giornale tedesco «Suddeutsche Zeitung” riporta di una simile minaccia rivolta al Presidente ucraino Petro Poroshenko: “se volessi, in due giorni occuperei i baltici”. Un elemento in più, purtroppo, per quei lettoni, lituani ed estoni che avevano qualche problema a convincere i colleghi dell’europa occidentale circa la fondatezza delle loro preoccupazioni rispetto agli avvenimenti ucraini.
Ma Putin non si ferma qui, e aggiunge all’elenco delle possibili capitali da occupare anche Varsavia e Bucarest.
La notizia, riportata anche da Der Spiegel, viene letta dai più come la “reazione emotiva” dei russi alle nuove disposizioni del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) – il soggetto che coadiuva l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza – tra cui le maggiori restrizioni all’accesso russo ai mercati finanziari, il divieto alle compagnie europee a concedere prestiti alle 5 maggiori banche russe, e accresciute limitazioni a singole persone fisiche in termini di spostamento di liquidi e di attraversamento di frontiere.
Il Cremlino nel frattempo ha smentito le dichiarazioni attribuite a Putin.

Putin: “Potrei occupare Riga, Vilnius e Tallinn in due giorni, se volessi”,  "Baltica", 18-09-14.

Siti web: superato il miliardo.

La fantasia degli utenti di Internet, a 25 anni dal primo sito web della storia, non conosce ancora tregua. Il traguardo del miliardesimo sito, “certificato” dal portale “Live Stats”, è stato toccato da poche ore, e il contatore è già vicino al miliardo e cento milioni. Un proliferare di portali e pagine salutato anche dal “papà” del World Wide Web, Tim Berners-Lee, ovviamente con un tweet. Il boom dei siti Internet va ovviamente di pari passo con il numero degli utenti connessi, prossimo ai tre miliardi.  
La progressione dei numeri del web è impressionante, molto più veloce ovviamente di quella della popolazione mondiale, che per fare un paragone ci ha messo 1750 anni per passare da 70 milioni, nel 750 Dopo Cristo, a 700 milioni. Il primo sito della storia è stato messo online al Cern di Ginevra il 6 agosto 1991, dopo che Berners-Lee nel marzo del 1989 deposito’ un documento con la sua idea della Rete, idea che ha rivoluzionato il modo di vivere e comunicare. 
Nel 1995 i siti erano meno di 25mila ma già nel 1996 erano cresciuti di 10 volte. Mentre il primo milione è stato toccato nel 1999. Un vero e proprio boom, conferma Live Stats, c’è stato tra il 2011 e il 2012, quando il numero dei siti è passato da circa 350mila a quasi 700mila. A far vivere una `seconda giovinezza´ alla Rete è stato l’avvento del mobile, a cui secondo gli ultimi dati Itu, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Ict, saranno connesse a fine anno circa 2 miliardi di persone. Mentre - sempre secondo le stime Itu - entro il 2014 saranno tre miliardi al mondo le persone connesse al web. 

«Possiamo immaginare Internet come un’autostrada e i siti come i caselli - spiega Domenico Laforenza, direttore dell’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr -. È stato calcolato che anche a questo tasso di crescita ci sarà spazio per nuovi `caselli´ anche nei prossimi 40 anni. Il grosso problema del web è invece che l’autostrada ha sempre più macchine che la percorrono, e ne servono quindi di più larghe e veloci per evitare ingorghi». 

Il discorso, sottolinea l’esperto, vale in particolare per l’Italia, dove per il sito registro.it a metà del 2014 erano registrati circa 3 milioni di domini `.it´, ma dove la banda larga è un miraggio in molte zone. «Per uscire dalla crisi un 'autostrada’ veloce e capiente è indispensabile - spiega Laforenza -, ma nel nostro paese non c’è, e ci sono alcune zone dove operazioni che riteniamo ormai scontate come fare commercio elettronico o parlare con nostra nonna via internet non si possono fare. Non a caso nelle `pagelle´ dell’Agenda Digitale europea siamo indietro in tutti gli indicatori». 

Superato il miliardo di siti web nel mondo, "La Stampa", 17-09-14.

mercoledì 17 settembre 2014

Scozia-Regno Unito: aspettando i risultati del referendum.

In attesa dei risultati referendari, cerchiamo di fare il punto sulla situazione.

--------------------------------------

Per l’élite politica britannica sarà una settimana da nervi a fior di pelle, da mangiarsi le unghie. Potremo veramente svegliarci la mattina del 19 settembre con gli elettori scozzesi che al referendum del giorno prima scelgono l’indipendenza, con la prospettiva di essere una Bretagna Meno Grande, di un Regno Unito ridotto? Fino a una settimana fa sembrava improbabile.  
Ma ora i sondaggi mostrano che il risultato elettorale è in bilico.  
Naturalmente i sondaggi possono rivelarsi fuorvianti. Il referendum si farà sull’identità nazionale, sul patriottismo, su una decisione che, se vincesse l’indipendenza, sarebbe irreversibile. Dunque, un tema emotivo e volatile: la reale prospettiva di una separazione potrebbe spaventare parte degli elettori e spingerli a votare contro. Oppure, l’idea che l’indipendenza da questione teorica stia diventando una prospettiva reale spingerà più gente ad abbracciarla e votarla. L’esito è imprevedibile. 

In qualunque modo vada il voto, esso cambierà la Gran Bretagna. Sotto la pressione dei sondaggi dell’ultima settimana i tre partiti politici nazionali – il Labour, i conservatori e i liberal-democratici – sono corsi a fare alla Scozia proposte di maggiore autonomia, soprattutto in materia fiscale e di spesa pubblica. Offerte valide anche se scegliesse di restare nel Regno Unito. Queste riforme, per quanto maturate ormai da tempo, potrebbero comunque non fermarsi alla Scozia: anche altre parti del Regno Unito chiederanno maggiore autonomia, spingendo il Paese a un futuro più federale nella forma.  
Prima del voto si tratta di rispondere a tre domande. Primo: come la Scozia è arrivata al punto di prendere in considerazione seriamente la secessione dal Regno Unito? Secondo, se secede quali saranno le conseguenze per la Bretagna? Terzo, quale sarà l’impatto sul resto dell’Unione Europea? 

La prima domanda richiede una risposta perché per tanti versi il desiderio scozzese di indipendenza è strano. Il Regno Unito non è in crisi, anzi: nei 300 anni di unione tra Inghilterra e Scozia ci sono state crisi economiche e politiche ben peggiori di quella iniziata nel 2008, e quindi non c’è nessuna spiegazione di emergenza nazionale. Né esiste alcun reale sentimento di amarezza, rimpianto o sensazione di essere stati maltrattati, a differenza di quanto potrebbero provare la minoranza cattolica in Irlanda del Nord o, per esempio, i catalani in Spagna. 
La risposta è che il movimento verso l’indipendenza è stato lungo e graduale. A cominciare dalla percezione che, con la fine della Guerra Fredda, sopravvivere come Paese piccolo con (nel caso della Scozia) appena 5,3 milioni di abitanti, appare sempre meno rischioso e più fattibile. Se la Slovenia, la Slovacchia, la Lettonia e la Lituania possono farlo, perché non la Scozia? 

Il movimento è stato alimentato anche dal cambiamento dell’economia britannica dalla manifattura verso i servizi, accelerato dalle rigide politiche anti-inflazionistiche e anti-sindacali di Margaret Thatcher. Questo cambiamento ha colpito le vecchie regioni industriali, come la Scozia, con i suoi cantieri, le sue acciaierie e miniere. La Scozia è diventata più di sinistra del resto del Regno Unito, e si allontana politicamente ancora di più ogni volta che a Londra si insedia un governo a guida conservatrice.  
Ma soprattutto la diffusione del sentimento indipendentista è da incolpare all’istituzione del Parlamento scozzese voluta dall’allora primo ministro Tony Blair nel 1999. Aveva deciso di delegare poteri alla Scozia e a Galles, riconoscendo così la rivendicazione di una identità scozzese separata, ma anche accelerandone la formazione. La conseguenza è stata la nascita di un mondo politico e mediatico scozzese separato, che ha solo accentuato le differenze tra Londra e Edimburgo.  

Passiamo alla seconda domanda: quale sarà l’impatto sul resto del Paese. La risposta aritmetica vorrebbe che fosse ridotto, in quanto la nostra popolazione scenderebbe solo da 63,3 a 58 milioni di abitanti, e la caduta del Pil sarebbe in proporzione ancora minore. Ma questo calcolo sottovaluta le conseguenze psicologiche e politiche, che invece sarebbero cospicue.  
Si tratterebbe certamente di una umiliazione nazionale. La secessione della Scozia renderebbe inevitabile la prospettiva che anche un’altra piccola nazione del Regno Unito, il Galles, cominci a contemplare l’indipendenza, e solleverebbe nuovi interrogativi sul futuro dell’Irlanda del Nord. A lungo termine una tale riduzione della nazione renderebbe meno possente la voce britannica nel mondo, e potrebbe perfino mettere a rischio il seggio del Paese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

In una prospettiva più breve, la secessione getterebbe la politica britannica nel caos. Probabilmente il primo ministro David Cameron sarebbe costretto a dimettersi, per venire sostituito da un politico più di destra e ancora più euro-scettico. Nel maggio 2015 ci saranno elezioni politiche, mentre il processo di secessione scozzese si concluderebbe nel migliore dei casi per il 2016, sollevando domande che restano senza risposta, come per esempio quella che la Scozia deve ancora votare per il parlamento nazionale. Sulla carta, l’indipendenza scozzese a Westminster dovrebbe colpire i laburisti e aiutare i conservatori, in quanto il Labour perderebbe 40 deputati e I liberal-democratici 11, mentre i conservatori solo uno. Ma l’esito elettorale sarebbe tutt’altro che scontato, perché che l’indipendenza della Scozia potrebbe cambiare il comportamento politico in modo imprevedibile.  

La maggiore imprevedibilità però riguarda la posizione britannica verso l’Ue. Gli elettori scozzesi sono leggermente più favorevoli all’Unione Europea di quelli inglesi, e la secessione della Scozia potrebbe rendere più probabile l’uscita di Londra dall’euro nel 2017. Ma per quanto queste prospettive fanno pensare a una Bretagna – o piuttosto, un Inghilterra – più piccola, meno potente, umiliata, in realtà potrebbe rivelarsi vero il contrario. Facendo sentire la Bretagna ridimensionata meno capace di stare per conto proprio questo voto potrebbe spingere gli elettori inglesi di nuovo verso l’Europa. Se fosse così, nel lungo termine la principale vittima politica dell’indipendenza scozzese potrebbe rivelarsi il UK Independence Party di Nigel Farage. 

Infine, la terza domanda: gli effetti sull’Europa. Se la Scozia secede, sarà un «divorzio di velluto», come la separazione tra Slovacchia e Repubblica Ceca all’inizio degli Anni 90. E questo certamente spingerà altre regioni a contemplare l’indipendenza, soprattutto se la Scozia diventerà in tempi rapidi membro dell’Ue. Ovviamente lo vorrà la Catalogna, ma se parlassimo della Baviera? 
Paradossalmente, questo rende ancora più importante la preservazione e la riforma dell’Unione Europea. Più ci frammentiamo, più avremo bisogno di istituzioni di governo sovranazionali che ci uniscano. Dalle divisioni potrebbe venire fuori l’unità. 
Bill Emmott, Che cosa succede se la Scozia se ne va, "La Stampa" 17-09-14.

------------------------------

Elisabetta resterà regina?  
Gli indipendentisti vogliono mantenere la monarchia, e un voto favorevole non comporterebbe un decadimento della regina: l’unione delle corone risale al 1603, quella delle nazioni al 1707. Ma nel futuro potrebbe esserci un referendum per decidere se la Scozia sovrana debba essere una repubblica o una monarchia. Elisabetta, neutrale per dovere costituzionale anche se legata alla Scozia, non si pronuncia. 

La moneta sarà la sterlina?  
Gli indipendentisti si sono impegnati a mantenere la sterlina, sebbene i tre principali partiti di Londra abbiano dichiarato che una Scozia indipendente non potrebbe continuare a condividere la moneta con il resto del Regno Unito. Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha affermato che «un’unione monetaria è incompatibile con la sovranità». Altre opzioni sono l’euro o una nuova moneta. 

C’è il rischio di un crac?  
Gli economisti prevedono un periodo di incertezza e il «Financial Times» si è schierato contro l’indipendenza. La Royal Bank of Scotland e LLoyds hanno preparato piani per trasferire la sede dalla Scozia a Londra. Alcuni analisti prevedono un calo della sterlina e la banca d’affari Goldman Sachs parla di «conseguenze negative» per entrambe le economie. Ma gli indipendentisti parlano di «intimidazioni». 

Chi controllerà il petrolio?  
Secondo una stima accettata da entrambe le parti, circa il 90% del petrolio del Mare del Nord sarebbe in acque territoriali scozzesi, e dunque sotto il controllo di Edimburgo. Per i nazionalisti, il petrolio garantirà entrate fiscali pari a 57 miliardi di sterline entro il 2018 e sarà estraibile per altri 30-40 anni. Il «fracking» potrebbe aumentare la quantità di greggio recuperabile. Ma gli unionisti notano che i prezzi sono volatili. 

Cosa cambierà a Londra?  
I 59 deputati «scozzesi» dovrebbero abbandonare Westminster. Il voto scozzese è tradizionalmente laburista (attualmente solo uno dei seggi è dei Tories), e dunque i conservatori sarebbero avvantaggiati nelle future elezioni. Secondo elaborazioni della stampa inglese, alle politiche del 2010, senza il voto scozzese David Cameron avrebbe preso la maggioranza e non avrebbe dovuto creare un governo di coalizione. 

Che sarà delle armi nucleari?  
Gli indipendentisti vogliono la rimozione delle armi nucleari dalla base di Faslane, dove sono stanziati i sottomarini che compongono il deterrente nucleare britannico, e ritengono che debba essere una delle prime questioni da affrontare in una Scozia sovrana. Ma secondo Londra i costi di uno spostamento sarebbero elevatissimi e la ricollocazione in un luogo adatto richiederebbe molto tempo. 
 ------------------------------


Bastano due passi nella brughiera di Culloden Moor, sterpi, erba secca, acquitrini fradici sotto il cielo grigio e la nebbia, per capire quanto avesse ragione, quell’alba lontana del 16 aprile 1746, il generale Murray a consigliare prudenza al romantico Bonnie Prince Charlie, pretendente Giacobita al trono di Scozia. Il principe, nato a Roma, attaccò invece sul fiume Nairn, senza criterio, il Duca di Cumberland, che lo attese con l’artiglieria, sterminò i ruvidi volontari dei clan, fece a pezzi i feriti riversi sulle pozzanghere che adesso i turisti scavalcano in silenzio con gli stivaloni di gomma. 

Il Duca si guadagnò il soprannome di Macellaio, gli 8000 inglesi ebbero 300 morti, i 7000 scozzesi 2000, il sogno di indipendenza stroncato, almeno fino a giovedì prossimo, 18 settembre 2014. 

Basta guidare per le contorte strade scozzesi, 259 chilometri fino alle mura di Edimburgo, per sentire quanto i 307 anni di unione tra Scozia e Inghilterra, la vita stessa del Regno Unito e quel che rappresenta, cultura, civiltà, economia, tradizioni, siano a rischio, oppure già spezzati per sempre, qualunque sia l’esito del voto tra «Yes» e «No» all’indipendenza, che i sondaggi danno 50-50, mentre le scommesse pagano la vittoria del «No» 1/4 e quella del «Sì» 11/4. La bozza della nuova Costituzione è già scritta, il primo articolo recita solenne «In Scozia il popolo è sovrano», sottintendendo che nel Regno Unito no. Ma se cercate di capire, come troppi fanno, la posta in gioco in questo storico giovedì guardando alla Storia, le battaglie, la sconfitta di Culloden e la vittoria scozzese di Bannockburn con Robert the Bruce, le gesta di William Wallace, il Braveheart di Mel Gibson, se credete che il voto si svolga tra cornamusa, kilt, tartan e clan, prendete un abbaglio. 

Il referendum scozzese parla del nostro futuro non del passato, un passato popolato da miti, fantasmi e invenzioni, la prima biografia «storica» di Wallace di Blind Harry data due secoli dopo la sua morte, e i colori dei tartan orgogliosi dei clan non sono ancestrali, ma disegnati a tavolino da una coppia di furbi sarti, i fratelli Sobieski Stuarts, che finsero di averli ritrovati in manoscritti antichi. Il referendum ha sulla scheda la domanda secca «Deve la Scozia essere paese indipendente?» ma cela altre verità. «Odiate ancora Lady Thatcher, la sua riforma del welfare state, la deindustrializzazione, l’economia di servizi e finanza?»; «Avete paura che la globalizzazione distrugga lo stato sociale scozzese, volete difendere il posto stabile, mutua, assicurazione sanitaria, scuola e spesa pubblica?», e infine «Volete ritirarvi dal mondo, non curarvi di Ucraina, Isis che ha ucciso un volontario scozzese, esercito, testate nucleari?».  

Fuori dal Parlamento di Edimburgo, un edificio sperimentale dell’architetto Eric Miralles, con tanto di lance simbolo icona della resistenza a Bannockburn, gli attivisti dello «Yes», tanti, e i pochi e guardinghi del «No», sanno bene cosa conta per gli elettori. Da Londra arriva il bus dei sindacati laburisti, rosso e lucente, invoca il «No», il Labour Party perderebbe con la Scozia 40 seggi a Westminster, i Conservatori del premier Cameron forse solo uno. Ma lo sgangherato camioncino del «Sì», di solito uso ai trasporti di un ferramenta, ribatte con lo slogan rudimentale «Mai più i conservatori al governo». 

La grande illusione del Partito Nazionale Scozzese di Alex Salmond, premier a Edimburgo, è tutta qui. L’indipendenza si reggerà sul petrolio del Mare del Nord, la Scozia diverrà una Norvegia che produce whisky, la ex Gran Bretagna accetterà di dividere il debito pubblico e le ricchezze, poi l’Europa aprirà le porte, mentre, rabbiosa, Londra lascerà l’Unione. L’esercito del tartan avrà 4700 soldati, di cui appena 1700 in grado di combattere. Le testate nucleari britanniche lasceranno la base sul Clyde e la nuova costituzione metterà al bando ogni ordigno atomico. La Nato obietta? Nei comizi del «Sì» non ci sono dubbi: l’Europa, secondo Salmond, aprirà le porte a Edimburgo, nonostante il no minacciato dagli spagnoli che hanno paura per l’addio della Catalogna, e altrettanto farà la Nato. Cresciuto a East Fife, cuore scozzese, l’editorialista del «Financial Times» John Lloyd, dissente amareggiato «Una serie di azzardi senza sicurezze. Salmond spiega che tutto andrà bene, ma il mondo non avrà tenerezza per una Scozia piccola e debole». 

David Greig, autore del popolare musical Charlie and the Chocolate Factory, noto in Italia per «Midsummer», tradotto da Masolino d’Amico, è la prova vivente che il passato remoto non c’entra, si vota sul futuro. Su Twitter Greig ha creato una commedia in 140 battute, @yesnoplay, in cui una moglie e un marito dibattono sul voto. Il gioco è brillante, ma ha sempre la meglio la tesi della bonomia separatista, Greig spiega che la nuova Scozia andrà d’accordo con tutti, «si leverà infine gli occhiali inglesi», animata da «una palla di energia». «Si tratta di riforme democratiche» secondo lo scrittore. E la Costituzione in scrittura echeggia i buoni sentimenti, gli scozzesi avranno «diritto a un ambiente salubre», alla «biodiversità» e il nuovo stato combatterà «i cambi climatici». Con orgoglio che brilla negli occhi i ragazzi dello «Yes» mi spiegano «Solo tre paesi hanno nella Carta Costituzionale l’impegno a battersi contro l’effetto serra» e li elencano serissimi «Ecuador, Repubblica Dominicana, Tunisia». 

La Carta sembra per ora un tema di liceo colmo di speranze, avranno diritto alla cittadinanza i cittadini britannici residenti oggi in Scozia, i residenti di origine nord-irlandese, i residenti con passaporto Ue e chi ha passaporto estero, ma genitori, o forse antenati, scozzesi. Tornerà a casa la diaspora lontana? Ho provato a ripetere l’esperimento di Greig al pub storico di Abbotsford, battezzato dalla casa di campagna cara allo scrittore scozzese Walter Scott. Grazie al barman Robert Wilson i clienti hanno detto la loro, e il sondaggio tra birra e Scotch è netto «Chi vota Sì viene con il distintivo sulla giacca o la camicetta da mesi, chi vota No è incerto, sta zitto e aspetta». Il premier Cameron, il liberale Clegg, il laburista Miliband, l’ex premier Gordon Brown, scozzese laburista che si batte come un leone per il No, contano su chi - per non litigare al bar- resta in silenzio, ma nel segreto dell’urna ascolterà il consiglio della Regina Elisabetta II e rifletterà attento. Con i cittadini scozzesi votano anche i residenti. «I ragazzi italiani che vivono qui - spiega un giovane di Potenza - sono divisi, ma onestamente ne sanno poco». Alle urne anche i sedicenni, e saranno una sorpresa. 

Perché l’astuzia populista di Salmond, la Carta delle Buone Intenzioni e la passione dei militanti come Greig non contano sulla realtà. La finanza, le banche, le aziende, le assicurazioni emigreranno a Sud, verso Londra e il clima pro business. La sterlina scozzese perderà peso. Se il divorzio con gli inglesi sarà acido Londra renderà difficile la strada dell’Europa. I supermercati aumenteranno i prezzi in un mercato più piccino come annunciano John Lewis, Asda, Marks and Spencer, i francobolli della Royal Mail costeranno di più. La finanziaria Black Rock prevede che i tassi di interesse della Scozia Nazione saranno peggiori di quelli del Regno Unito, fino a un punto e mezzo l’anno. Le minacce degli estremisti «Nazionalizzeremo la Bp e le altre aziende se si mettono di traverso», la simpatia di Salmond per Putin «con lui la Russia è rispettata» hanno già aperto una fuga di capitali che, se il «Sì» vince, diventerà rotta. Come a Culloden. 
Gianni Riotta, "Petrolio e stato sociale", Edimburgo sogna un "futuro norvegese", "La Stampa, 17-09-14.

----------------------------------------------



Scozia-Regno Unito: le due nazioni a confronto, "La Stampa", 17-09-14.

----------------------------------------------

V. anche:
Francesco Zaffarano, Ecco la mappa di tutti gli indipendentisti d'Europa, "La Stampa", 17-09-14.

"Dammi il cinque" a New York.

C’è un tipo che si aggira per le strade di New York, e appena scova qualcuno che alza la mano per chiamare un taxi, allunga il braccio e gli dà un “high five”. Se vi capitasse di incontrarlo, state tranquilli: non è un pazzo scatenato, ma un cineasta che ha deciso di lanciare questa campagna dei “cinque” volanti, per poi filmarla, metterla in rete, e regalare qualche momento di buon umore alla città che non dorme mai. 
Il tipo si chiama Meir Kalmanson e vive a Brooklyn, nel quartiere di Crown Heights. Nel luglio scorso stava camminando lungo Park Avenue, e la mano alzata di una persona che stava chiamando un taxi ha attirato la sua attenzione. E’ successo tutto in un istante: una specie di reazione emotiva ha spinto irresistibilmente Meir ha dargli un “high five”.  

La risposta non è stata negativa: la persona non lo ha rincorso, picchiato, e non ha chiamato la polizia. Ha solo sorriso. Allora Meir ha pensato che aveva un progetto tra le mani. Ha deciso di girare la città, dando il “cinque” a decine di sconosciuti che chiamavano ignari i loro taxi. Ha chiesto ad un amico di filmare le scene, e poi le ha messe insieme in un video intitolato “High Five New York” e pubblicato su You Tube. 

Gli assalti sono sempre scherzosi. Meir, che porta una lunga barba e un cappellino da baseball, si avvicina sorridente e assume pose ridicole, mentre tocca le mani dei passanti. In genere non si ferma a guardare la reazione, che viene filmata dall’amico, ma in certi casi sfrutta la cooperazione delle persone più disponibili per ripetere il gioco. Qualcuno resta sorpreso, pochi ritirano la mano, e la maggior parte si mette semplicemente a ridere. Questo era lo scopo fondamentale di Meir: regalare un sorriso alla città. Alla fine, secondo lui, il progetto è diventato quasi un esperimento sociologico sul carattere dei newyorchesi: “Lo stereotipo dice che questa è una città dura, e la gente è poco amichevole. La verità è un’altra: la maggior parte degli abitanti sono ben disposti verso gli altri, e cercano solo uno spunto, un’occasione, per ridere e socializzare”. 
Paolo Mastrolilli, Dammi il cinque a New York, "La Stampa", 17-09-14.

martedì 16 settembre 2014

Russia e paesi baltici. Prove tecniche di invasione?


Dopo quanto accaduto in Ucraina, le recenti dichiarazioni di Mosca su presunte forme di discriminazione nei confronti delle minoranze russe nei paesi baltici, non possono non suonare come allarmanti. 

-------------------------------------

Foto Leta
La Russia non può accettare la situazione delle minoranze russofone nei baltici, in particolare in Estonia e Lettonia. E’ quanto afferma il plenipotenziario per i diritti umani del ministero degli esteri russo  Konstantīn Dolgov.

Dolgovs partecipando alla Conferenza delle comunità russofone in Lettonia, Lituania ed Estonia, ha affermato che nei paesi baltici sia in atto un vero e proprio attacco nei confronti della lingua russa e del suo uso all’interno delle comunità russofone, che in Estonia e in Lettonia contano circa il 30% della popolazione.
“Noi non  possiamo accettare – sostiene Dolgov – questo attacco strisciante nei confronti della lingua russa, a cui si assiste nei paesi baltici. Giudichiamo le misure che Lettonia ed Estonia stanno prendendo per avversare lo status della lingua russa e opprimerne l’uso, una grave violazione delle norme universalmente accettate sui diritti umani. La volontà di Riga di chiudere le scuole in lingua russa, che esistono in quei territori dal 1789, entro il 2018 è inaccettabile nel mondo civile.”
“La comunità internazionale – prosegue Dolgov – deve prendere provvedimenti per non consentire ai paesi baltici di proseguire nella violazione dei diritti delle comunità russofone, e per non lasciare che si accresca in questi territori un sentimento russofobo”.
Per l’esponente del ministero degli esteri russo “interi segmenti del mondo russo” corrono il rischio di andare incontro a grandi problemi nel godimento dei loro diritti civili. Dolgov ha anche sottolineato il problema dei “non cittadini”, che ancora Lettonia ed Estonia non hanno voluto risolvere, lasciando una parte consistente delle minoranze russofone in questi paesi, fuori dai diritti dei residenti.
Nei paesi baltici, in realtà, specie dopo la situazione venutasi a creare in Ucraina, si teme in  particolare che la Russia possa usare anche le minoranze russofone presenti in Lettonia, Estonia e in misura minore in Lituania, per estendere la propria influenza nei baltici e destabilizzare dall’interno le democrazie baltiche.

Mosca: “Non accettiamo l’attacco alla lingua russa in atto nei paesi baltici”,  "Baltica", 16-09-14.

Stati Uniti: lotta serrata contro Ebola.


Mentre in Italia le autorità sembrano ignorare la gravità della situazione, dagli Stati Uniti giungono notizie incoraggianti per contrastare l'epidemia di Ebola.

---------------------------------

Tremila soldati Usa in Africa Occidentale per combattere Ebola. È la strategia adottata dal presidente americano Barack Obama per cercare di contenere una delle più devastanti epidemie della storia la cui diffusione, ha detto Obama, è ormai fuori controllo. La strategia comprende anche l’invio di medici, infermieri, ingegneri e operai. E un costo totale dell’operazione, denominata `Operation United Assistance´, che potrebbe arrivare a 750 milioni di dollari. 

Finora gli Usa hanno speso 175 milioni per fronteggiare la crisi ma i nuovi fondi, riferiscono fonti della Casa Bianca, arriveranno dai 500 milioni di dollari che il Pentagono ha chiesto di ricollocare in seguito alla riduzione delle operazioni militari in Afghanistan. Mentre l’Onu, secondo cui saranno 20mila i casi di Ebola prima della fine dell’anno, ha presentato un piano da un miliardo di dollari per la lotta al virus, un netto aumento rispetto alle precedenti richieste. L’Unicef ha invece lanciato un appello perché vengano stanziati almeno 200 milioni di dollari per curare e prevenire il contagio di bambini nei Paesi dell’Africa occidentale colpiti dal virus. 

La strategia di Obama, il quale ha detto che le probabilità di un’epidemia di Ebola negli Usa sono molto basse, è stata annunciata durante la visita del presidente nel Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta. Ebola ha detto è una minaccia globale e richiede una risposta globale, aggiungendo che bisogna agire rapidamente. Nella struttura di Atlanta sono stati curati e guariti due dei quattro americani affetti dal virus mentre prestavano servizio a Monrovia, in Liberia, uno dei Paesi più colpiti da Ebola, insieme a Guinea, Sierra Leone, Nigeria e Senegal. E Obama ha incontrato uno di loro, Kent Brantly, alla Casa Bianca poco prima di partire. 

In particolare, il piano di intervento degli Usa prevede la creazione di un quartier generale a Monrovia con il dispiegamento di tremila soldati. Il personale militare non fornirà direttamente assistenza sanitaria alle migliaia di pazienti, ma aiuterà a coordinare gli sforzi degli Stati Uniti e di varie organizzazioni umanitarie internazionali per contenere l’epidemia. E inoltre: la creazione di 17 ospedali da campo in Liberia con 100 posti letto ognuno; la formazione degli operatori sanitari, almeno 500 a settimana fino a quando sarà necessario (anche se si prevede che il programma durerà sei mesi); la creazione di un ponte aereo per far arrivare al più presto gli operatori sanitari e le forniture mediche sul posto; la distribuzione di 400mila kit per sensibilizzare le famiglie alla prevenzione. «L’epidemia di ebola è una minaccia alla sicurezza globale e il mondo ha la responsabilità di agire. È necessaria una risposta globale», ha detto il presidente nel presentare il piano di intervento. 

Sono mesi che le autorità sanitarie mondiali chiedono un intervento per fermare il virus anche considerando che i Paesi colpiti non hanno le risorse o le condizioni sanitarie adeguate per fronteggiare Ebola. E la decisione di far intervenire i militari Usa, le cui risorse sono già sotto pressione a causa del conflitto in Medio Oriente, testimonia la crescente preoccupazione dei funzionari Usa secondo cui, senza una risposta globale, l’epidemia potrebbe devastare il Continente. Una preoccupazione condivisa dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki moon, secondo il quale Ebola «non è solo una crisi sanitaria: ha gravi conseguenze economiche, umanitarie e sociali che potrebbero diffondersi ben oltre i Paesi colpiti».  

-----------------------------

Barack Obama lancia una nuova offensiva contro l’Ebola, attraverso una strategia in quattro punti che prevede il coinvolgimento di militari, medici, tecnologia e finanziamenti. Gli Usa invieranno tremila militari nell'Africa Occidentale nell'ambito di un piano di intervento che il presidente ha illustrato nel corso di una visita al Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, in Georgia, l’agenzia che si occupa di malattie infettive. In particolare, si apprende, gli Usa creeranno un centro di comando a Monrovia, in Liberia, uno dei paesi più colpiti dal virus insieme alla Sierra Leone e alla Guinea, che sarà di supporto alle iniziative militari e faciliterà il coordinamento degli sforzi militari americane.  

Il Pentagono, inoltre, invierà ingegneri per installare 17 centri per la cura della malattia in Liberia - ognuno con una capacità di 100 posti letto - e anche personale medico per la formazione di 500 operatori sanitari, hanno precisato alti funzionari dell'amministrazione Obama. «Per combattere l'epidemia alla fonte dobbiamo mettere a punto una vera risposta internazionale», ha detto un responsabile americano che ha voluto mantenere l'anonimato. 

Obama punta inoltre a un maggiore coinvolgimento delle istituzioni internazionali, Nazioni Unite e Organizzazione mondiale della sanità e per questo illustrerà i suoi sforzi agli altri Paesi, nel corso dei lavori della 69esima Assemblea generale Onu, in programma la prossima settimana, mentre giovedì il Consiglio di Sicurezza terrà al Palazzo di Vetro una riunione di emergenza proprio per esplorare l’ipotesi di un coordinamento.  

Il timore principale è che, all’aumentare dei contagi, il virus possa mutare divenendo più pericoloso, aggressivo e di più facile trasmissione. Sono 4.784 i casi di contagio legati alla nuova epidemia di Ebola, 2.400 circa i morti. 

Francesco Semprini, In Africa 3000 militari contro l'Ebola: più di quelli in Iraq,  "La Stampa", 16-09-14.

------------------------------------------

Sotto, una serie di video che si aggiungono a quelli già proposti in un post di qualche settimana fa: