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lunedì 19 gennaio 2015

Quali limiti alla libertà di espressione ?

Nella società occidentale di oggi è avvertibile uno squilibrio fra la libertà di fare il bene e la libertà di fare il male. Un uomo politico che voglia realizzare, nell’interesse del suo paese, una qualche opera importante, si trova costretto a procedere a passi prudenti e perfino timidi, assillato da migliaia di critiche affrettate (e irresponsabili) e bersagliato com’è dalla stampa e dal Parlamento. Deve giustificare ogni passo che fa e dimostrarne l’assoluta rettitudine. Di fatto è escluso che un uomo fuori dall’ordinario, un grande uomo che si riprometta di prendere delle iniziative insolite e inattese, possa mai dimostrare ciò di cui è capace: riceverebbe tanti di quegli sgambetti da doverci rinunciare fin dall’inizio. Ed è così che col pretesto di controllo democratico si assicura il trionfo della mediocrità.

Per contro è cosa facilissima scalzare l’autorità dell’Amministrazione, e in tutti i paesi occidentali i poteri pubblici sono considerevolmente indeboliti. la difesa dei diritti del singolo giunge a tali eccessi che la stessa società si trova disarmata davanti a certi suoi membri: è giunto decisamente il momento per l’Occidente di affermare non tanto i diritti della gente, quanto i suoi doveri.
Al contrario la libertà di fare il bene, la libertà di distruggere, la libertà dell’irresponsabilità, ha visto aprirsi davanti a sé vasti campi d’azione. La società si è rivelata scarsamente difesa contro gli abissi del decadimento umano, per esempio contro ‘utilizzazione della libertà per esercitare una violenza morale sulla gioventù: si pretende che il fatto di poter proporre film pieni di pornografia, di crimini o di satanismo costituisca anch’esso una libertà, il cui contrappeso teorico è la libertà per i giovani di non andarli a vedere. Così la vita basata sul giuridismo si rivela incapace di difendere perfino se stessa contro il male e se ne lascia poco a poco divorare.
E che dire degli oscuri spazi in cui si muove la criminalità vera e propria? L’ampiezza dei limiti giuridici (specialmente in America) costituisce per l’individuo non solo un incoraggiamento a esercitare la sua libertà ma anche un incoraggiamento a commettere certi crimini, poiché offre al criminale la possibilità di sfuggire al castigo o di beneficiare di un’immeritata indulgenza, grazie magari al sostegno di un migliaio di voci che si leveranno in suo favore. E quando in un paese i poteri pubblici affrontano con durezza il terrorismo e si prefiggono di sradicarlo, l’opinione pubblica li accusa immediatamente di aver calpestato i diritti civili dei banditi. Ci sono al riguardo numerosi esempi.
La libertà non ha così deviato verso il male in un colpo solo, c’è stata un’evoluzione graduale, ma credo si possa affermare che il punto di partenza sia stato la filantropica concezione umanistica per la quale l’uomo, padrone del mondo, non porta in sé alcun germe del male, e tutto ciò che vi è di viziato nella nostra esistenza deriva unicamente da sistemi sociali erronei che è importante appunto correggere. Che strano però:l’Occidente, dove le condizioni sociali sono le migliori, presenta una criminalità indiscutibilmente elevata e decisamente più forte nel nell’Unione Sovietica, con tutta la sua miseria e il disprezzo della legge. (Da noi, nei campi di lavoro, ci sono moltissimi detenuti definiti comuni, che in realtà, nella stragrande maggioranza, non sono affatto criminali, ma gente che ha cercato di difendersi con mezzi non giuridici contro uno Stato senza legge)
Anche la stampa (uso il termine “stampa” per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà. ma come la usa?
Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni. Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia? Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa? No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite. In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne esce sempre pulito. Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima.
La necessità di dare una informazione immediata e che insieme appaia autorevole costringe a riempire le lacune con delle congetture, a riportare voci e supposizioni che in seguito non verranno mai smentite e si sedimenteranno nella memoria delle masse. Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori e vi si fissano! la stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla. Così, la vediamo coronare i terroristi del lauro di Erostato, svelare perfino i segreti della difesa del proprio paese, violare impunemente la vita privata delle celebrità al grido «Tutti hanno il diritto di sapere tutto» (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affato bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti).
È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo. Penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.
E, con tutto questo, la stampa è diventata la forza più importante degli Stati occidentali, essa supera per potenza i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Ma chiediamoci un momento: in virtù di quale legge è stata eletta e a chi rende conto del suo operato? Se nell’Est comunista un giornalista viene apertamente designato dall’alto come ogni altro funzionario statale, chi sono gli elettori cui i giornalisti occidentali devono invece la posizione di potere che occupano? E per quanto tempo la occupano? E con quale mandato?
E infine c’è un altro tratto inatteso per un uomo che proviene dall’Est totalitario, dove la stampa è rigidamente unificata: se si considera la stampa occidentale nel suo insieme, si scopre che anch’essa presenta degli orientamenti uniformi, nella stessa direzione (quella del vento del secolo), dei giudizi mantenuti entro determinati limiti accettati da tutti e forse anche degli interessi corporativi comuni, e tutto ciò ha per risultato non la concorrenza ma una certa unificazione. E se la stampa gode di una libertà senza freno, non si può dire altrettanto dei suoi lettori: infatti i giornali danno rilievo risonanza soltanto a quelle opinioni che non sono troppo in contraddizione con quelle dei giornali stessi e della tendenza generale della stampa di cui si è detto.
In Occidente, anche senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono, e benché queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non hanno la possibilità di esprimersi veramente né nella stampa periodica, né in un libro, né da alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori è si libero, giuridicamente, ma in realtà impedito dagli idoli del pensiero alla moda. senza che ci sia, come all’Est, un’aperta violenza, quella selezione operata dalla mode, questa necessità di conformare ogni cosa a dei modelli standardizzati, impediscono ai pensatori più originali e indipendenti di apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che è di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno di questo nome. Da quando sono in America, ho ricevuto lettere da persone straordinariamente intelligenti, ad esempio da un certo professore di un college sperduto in una remota provincia, che potrebbe davvero fare molto per rinnovare e salvare il suo paese: ma il paese non potrà mai sentirlo perché i media non lo appoggiano. Ed è così che i pregiudizi si radicano nelle masse, che la cecità colpisce un intero paese, con conseguenze che nel nostro secolo dinamico possono risultare assai pericolose.
Prendiamo ad esempio l’illusoria rappresentazione che si ha dell’attuale situazione del mondo: essa forma attorno alle teste una corazza così dura che nessuna delle voci che ci provengono da 17 paesi dell’Europa dell’Est e dell’Asia orientale riesce ad attraversarla, in attesa che l’implacabile maglio degli eventi la faccia volare in mille pezzi.

giovedì 15 gennaio 2015

Libri di testo usati ? Adesso si comprano e si vendono in rete.

L’idea è semplice: far diventare telematica la vendita dei libri di testo usati. Quelle pagine lette e rilette e alla fine pure un po’ odiate, a volte perfette o quasi, nonostante l’usura, altre sottolineate, scarabocchiate nei momenti di noia, con scritte che a rileggerle anni dopo fanno sorridere o di cui non si riesce più a ricordare il significato. Qualcuno non penserebbe mai di separarsi dai volumi della scuola, nemmeno sapendo che non li riaprirà mai più. Altri sì, un po’ per svuotare la libreria un po’ per mettere insieme due soldi che quando sei uno studente non guastano mai.  

Arianna Cortese, 19 anni, di Torino, ha pensato a loro. E a tutti quei ragazzi che, acquistando di seconda mano, provano a far risparmiare mamma e papà. «Stavo preparando l’esame di maturità. La mia camera era piena di testi di tante materie che non avrei più utilizzato. Ma per venderli devi fare ore e ore di coda davanti alle librerie che magari poi non li ritirano nemmeno oppure ti danno il 25 per cento del prezzo di copertina. Una miseria. E così mi sono detta: perché non lanciare una piattaforma online per velocizzare le cose e guadagnarci un po’ di più?».  

Facile, appunto. Ma almeno all’inizio il progetto sembrava destinato a rimanere soltanto un sogno. «Poi ne ho parlato a dei miei compagni di classe e tutti erano molto interessati all’idea. Allora mi sono messa al lavoro». 
Mentre stava completando le pratiche per iscriversi a Giurisprudenza, Arianna ha chiesto aiuto a due amici informatici che hanno curato la parte tecnica del sito e ha trovato anche il sostegno di un paio di finanziatori privati. Così, a settembre è nato il portale «Pick my book». Meno di un mese dopo il gruppo ha lanciato le app per iOS e Android. In qualche settimana sono stati caricati sul suo database 10mila volumi: libri di testo ma non solo. Il sito funziona per qualsiasi tipo di pubblicazione. E già si contano quasi 5mila iscritti al servizio. «Per poter mettere in vendita i propri volumi occorre registrarsi indicando lo stato del libro. Se buono, usato o molto usato. Chiediamo anche di scattare delle fotografie di tre pagine a campione per dimostrare che non ci siano pagine rovinate, scritte e orecchie. E poi, ovviamente il prezzo». 

Quando un utente è interessato, Pick my book gli permette di mettersi in contatto con il venditore - geolocalizzato con indicazione della distanza - via chat per definire l’affare. Ma niente carte di credito e possibilità di spedizione direttamente a domicilio. Lo scambio avviene di persona. «Vogliamo avere anche una finalità sociale. E cioè dare la possibilità a chi acquista un libro di conoscere chi glielo ha venduto. Spesso si tratta di ragazzi quasi coetanei, con gli stessi interessi e problemi. È un modo per fare amicizia». Della serie: dalla realtà virtuale a quella concreta.  

Ma, visto che gli iscritti al portale provengono da tutta Italia, il team di Pick my book non esclude di lanciare un sistema di spedizione. Così come di studiare un business plan, per fare diventare il servizio una impresa vera. Per il momento, infatti, la compravendita è gratuita. Percentuali sull’incasso da destinare al sito? Non ce ne sono. «Vedremo se il servizio funziona. Per il momento siamo soddisfatti, ma la decisione di richiedere una quota sul venduto è ancora molto lontana da venire» assicura Cortese. Così come l’idea di diventare una business woman a tempo pieno. «L’obiettivo è portare avanti gli studi ma visto che oggi tutto è incerto e precario è importante avere un piano B. E il mio si chiama Pick my book».  

Lorenza Castagneri, Pick my Book, la seconda vita dei libri, "La Stampa", 12-01-15. 

mercoledì 14 gennaio 2015

Una Preside saggia.

Con tutta l'apertura di credito nei confronti dello studente (presentato da molti come un bravo ragazzo), è ragionevole accogliere la decisione della Preside non soltanto come opportuna, ma addirittura doverosa.  
I giovani hanno il diritto di essere stravaganti (nei limiti consentiti) , ma le istituzioni hanno l'obbligo di far rispettare quelle norme senza le quali ogni società è destinata a sfasciarsi.

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“O si taglia i capelli rasta, o non può entrare a scuola”. Ha “violato” il regolamento scolastico presentandosi all’ingresso del suo istituto, l’istituto alberghiero di Riccione, al ritorno dalle vacanze di Natale, con i cosiddetti dreadlocks e perciò non è stato ammesso alle lezioni. Massimiliano, 16 anni, è stato così costretto a rimanere a casa per via della sua pettinatura: “Una discriminazione” dice la famiglia. “I rasta – spiega la preside della scuola Daniela Casadei, che ha deciso il provvedimento – sono contrari alle norme igienico sanitarie della scuola. Perciò Massimiliano non potrà riprendere a frequentare né la cucina, né i laboratori finché non si taglierà i capelli”. Cucina e laboratori rappresentano la gran parte delle lezioni dell’alberghiero romagnolo.
Secondo Casadei, infatti, a bandire i rasta dalla scuola sarebbe l’articolo 26 del regolamento interno, “firmato – precisa – da tutti i genitori degli studenti a inizio anno scolastico”: “Nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e delle abitudini dei diversi settori gli allievi sono tenuti a indossare un abbigliamento decoroso, curato e ordinato. Sono quindi da evitare abbigliamenti, acconciature, accessori e trucchi particolari che possano contravvenire a queste norme”. Di dreadlocks come quelli di Massimiliano, iscritto al corso di operatore della ristorazione finanziato dalla Regione Emilia Romagna, nel regolamento non si parla esplicitamente, tuttavia, per la dirigente scolastica, “non sono decorosi, né tantomeno igienici. Mi dicono che si possano lavare, ma a mio parere rimangono sporchi e sono sempre arruffati. Prima di Natale Massimiliano portava i capelli lunghi, però li teneva sempre in ordine, ora invece sono ingestibili”. In più, critica la preside dello Ial, “è anche una questione di estetica: immaginatevi un ragazzo in giacca e cravatta, ma con i rasta. E’ indecoroso”.

sabato 10 gennaio 2015

Gli studenti conoscono i loro veri diritti ?

Gira sul web una vignetta del disegnatore Emmanuel Chaunu che illustra in modo ironico – ma efficace - come siano cambiate le relazioni nella scuola. Due scene: nella prima, datata 1969, i genitori strigliano il figlio, terrorizzato, davanti all’insegnante che sogghigna; nella seconda, anno 2009, la scena è analoga, ma è l’allievo che gongola mentre i genitori si scagliano contro l’insegnante. I tempi cambiano e, per molti, peggiorano. Ma, vista dagli studenti, l’ironia sulla presunta degenerazione dei costumi si presta a un’altra lettura.  

«La fiducia nell’istituzione scolastica è andata calando, e se prima si credeva senza il beneficio del dubbio negli insegnanti, ora si è molto diffidenti»: ad affermarlo è Alex Menietti, che sedeva sui banchi fino a pochi anni fa e ora è autore di un libro scaricabile gratuitamente on line, «I diritti degli studenti della scuola superiore». E’ una guida che spiega e analizza i regolamenti, gli statuti, e le leggi con cui, sempre più spesso, è intervenuto lo Stato a mettere ordine in una realtà fatta di relazioni sempre più complesse. E anche per questo il volume è firmato con la giurista Elena Lauretti, esperta di diritto scolastico, con una prefazione a cura del professore Luca Piergiovanni, autore del progetto di podcast educativi Chocolat 3b - premiato con la medaglia d’argento del Presidente della Repubblica. 

Autotutela?  
Alex, 26 anni, nel 2004 era rappresentante degli studenti all’istituto per geometri Cena di Ivrea (To). Il suo nome finì nelle cronache nazionali perché difese una quarantina di ragazzi che rivendicava il diritto ad avere il crocifisso in classe, sfidando l’insegnante di italiano che l’aveva staccato dalla parete. Da quella prima battaglia, non ha mai smesso di occuparsi di diritti e doveri degli studenti, nemmeno dopo le superiori, quando ha iniziato a collaborare con il sitowww.skuola.net offrendo consulenza agli ex colleghi.  

Nessun dubbio che il giovane Alex sia animato da senso di giustizia e autentica passione civile; viene semmai da chiedersi se lo siano anche gli studenti che a lui si rivolgono. Davvero sono sempre più informati sui loro diritti solo per autotutela? Questa nuova consapevolezza non nasce forse anche dalla ricerca di un’arma in più per la caccia ad alibi e scorciatoie? Menietti assicura il contrario: «I ragazzi che si interessano di diritti sono quasi sempre gli studenti più volenterosi e impegnati». Ma la migliore testimonianza sull’esigenza reale a cui il testo risponde arriva dalla domanda più frequente che Menietti si sente rivolgere: il contributo scolastico (la sovrattassa che quasi tutti i licei applicano agli studenti a inizio anno, soprattutto per finanziare le attività aggiuntive) è obbligatorio? «Non è obbligatorio - spiega Menietti - si tratta di una donazione liberale, diversa dalla tassa di iscrizione, il ministero lo ha già ribadito con due circolari. Nonostante questo, c’è chi continua a esigerlo come tassa: l’ultimo caso che mi è stato segnalato riguarda una scuola in Toscana dove il preside non consente di andare in gita scolastica agli studenti che non l’hanno versato. A Monza, era successo che a due ragazzi non volessero mostrare i voti in pagella finché non avessero pagato il contributo». 

Leggende scolastiche  
Non mancano risposte a questioni più pratiche su cui circolano strane leggende: no, ahimè, nessuna legge prevede che una verifica in cui tutta la classe ha avuto l’insufficienza possa essere annullata e ripetuta. Il libro non si ferma alle questioni di diritto ma fornisce strumenti perché la classe studentesca sia meno credulona e manipolabile, più «sgamata», come direbbero i ragazzi: un prezioso capitolo sulle bufale on line insegna a riconoscerle e smascherarle prima di indire manifestazioni e occupazioni: l’ex ministro dell’istruzione Gelmini non ha mai voluto abolire le vacanze scolastiche, né l’attuale ministro Giannini ha mai annunciato che abolirà l’educazione fisica.  

E che cosa dice oggi la legge sul crocifisso, da cui è nato tutto il percorso che ha portato al libro? «L’ultima parola - spiega Menietti - l’ha detta nel 2011 la Corte Europea, che si è espressa a favore della “possibilità” di affissione del crocifisso, che “non esprime soltanto un significato religioso, ma anche identitario, [...], frutto e simbolo dell’evoluzione storica della comunità italiana”».  

Paola Italiano, Anche per gli studenti c'è un codice dei diritti, "La Stampa", 5-01-15.

giovedì 8 gennaio 2015

La vera 'buona scuola'.

Studenti che danno gratuitamente lezioni ad altri studenti, per aiutarli a recuperare le lezioni di latino e matematica e impedire che vengano bocciati: è stata questa la ricetta di successo del liceo statale di scienze umane “Pertini” di Genova. Un progetto di tutoraggio svolto al pomeriggio, dopo le regolari lezioni, ribattezzato “Materie all’opera”, che ha permesso a 311 studenti su 774 non solo di superare interrogazioni e compiti in classe, ma soprattutto «di ritrovare passione per lo studio e per la scuola» spiega a tempi.it Elisabetta Battista, docente di Scienze umane dell’istituto ligure e artefice del progetto. La professoressa e le persone coinvolte nel progetto hanno svolto uno studio che permette di capire meglio il senso di “Materie all’opera”: fino al 2013, l’anno precedente all’istituzione del “tutoraggio autogestito” degli studenti, il 51 per cento degli iscritti al liceo prendeva lezioni private (la maggioranza almeno due ore alla settimana), con una spesa complessiva, che ricadeva sulle famiglie, di 322 mila euro. Le 1.017 ore di recupero svolte con “Materie all’opera” hanno permesso di risparmiare gran parte di quella somma.

IL “PRIMINO” FAN DI SPINOZA. Al progetto hanno collaborato 24 studenti come tutor, 91 come “tutee” (i destinatari delle lezioni) e altri 72 ragazzi che hanno fatto sia da “insegnanti” che da studenti: alunni di tutte le età, dal primo al quinto anno di liceo. «Le materie più richieste sono state matematica, latino, storia e inglese. Si sono ridotte dell’8 per cento le bocciature e dell’11 per cento i debiti formativi: un risultato inaspettato dato che la scuola era in crescita» racconta ancora Battista. «Non necessariamente i più grandi davano le lezioni ai più piccoli. Si è lavorato molto anche attraverso la capacità e le passioni di chi si proponeva come tutor. E sono successi vari fatti che hanno colpito molto noi stessi insegnanti». La professoressa cita l’esempio di «Moreno, 14 anni, appassionato di filosofia, in particolare di Spinoza, che ha dato lezioni a una compagna di quinta, Noemi, che aveva chiesto aiuto per prepararsi alle interrogazioni. Lei è uscita dal laboratorio di tutoraggio felice: “Ho capito finalmente Spinoza”. In effetti l’interrogazione poi è andata bene».

LA RISCOPERTA DELLA SCUOLA. Battista sottolinea che con questo progetto di tutoraggio, uno dei primi se non l’unico nella scuola statale italiana, «abbiamo dato una chance a ragazzi che non erano nella possibilità economica di pagarsi delle lezioni private, e che rischiavano di essere bocciati. Ma è servito soprattutto per riscoprire la scuola come un luogo di riferimento. Sono stati diversi gli studenti pronti ad abbandonare gli studi, nel cosiddetto fenomeno della “dispersione scolastica” che segue a varie bocciature. Invece il fatto di ritrovarsi ad imparare, e di farlo insieme ad altri coetanei, è servito a creare una piccola comunità».

PROFESSORI GELOSI. Non da tutti però il progetto è stato compreso, nemmeno da molti degli stessi docenti del liceo Pertini. Racconta Battista: «Abbiamo dovuto tenere anonimi i ragazzi che si erano prestati a fare da tutor. A volte, addirittura, se passava qualche collega nei dintorni, li abbiamo dovuti nascondere in biblioteca, perché non fossero visti. Se i loro professori scoprivano che venivano a studiare a scuola e davano lezioni ad altri alunni, l’indomani li interrogavano spremendoli. Spesso ho sentito colleghi borbottare contro i tutor, che per alcuni miei colleghi venivano a scuola solo a “pascolare”». La professoressa lo chiama «il paradosso della scuola»: alcuni colleghi, spiega, «si sentivano defraudati del loro ruolo. Non comprendevano che i ragazzi che partecipano al progetto non si sostituiscono affatto agli insegnanti. Aiutano semplicemente i coetanei a ritrovare un metodo di studio personale, facendo leva su una “lingua comune” degli adolescenti, fatta anche di passione. Ecco cos’è “Materie all’opera”».
Quest’anno il progetto si ripete. Si chiama Di.sco.lo, e finalmente altri docenti si sono voluti avvicinare: è stato creato uno “sportello” per i tutor, che avranno a loro disposizione anche insegnanti di tutte le materie, disponibili a dare consigli.


IL MAESTRO E GLI “SCARTI”. «È stata un’esperienza didattica e umana affascinante», racconta Battista. E tutto è nato da un’idea, prosegue, che le è venuta in mente tra i banchi di scuola. «L’anno scorso quattro alunni di quinta hanno improvvisamente deciso di mollare. Io allora ho raccontato loro due storie realmente accadute a Bari, la mia città di provenzienza. Una era quella di un maestro elementare. Dopo 50 anni i suoi vecchi studenti lo avevano cercato perché sentivano il desiderio di rivederlo. Ne abbiamo parlato in classe, i ragazzi si sono molto interrogati sul perché quegli alunni dopo mezzo secolo cercassero il loro maestro di prima elementare. Così ho iniziato a lavorare con i miei quattro alunni, abbiamo fatto una ricerca storica tra materiali d’archivio e interviste. I ragazzi hanno intervistato questi ex studenti, che hanno spiegato che la loro classe, nel 1959, era considerata quella degli “scarti”, perché tutti loro erano bambini di famiglie povere destinati a lavorare nei campi. Quel maestro era stato l’unico, nella loro vita, a trattarli con dignità, anche se per un solo anno, perché poi era stato trasferito. Ecco perché lo avevano cercato. I miei alunni hanno proseguito gli studi, ma hanno anche voluto approfondire il lavoro insieme a me, hanno steso un romanzo storico. Poi quel testo è diventato un musical in cui hanno recitato anche altri studenti. Due settimane fa lo abbiamo messo in scena per la prima volta al carcere Marassi di Genova. Volevo che i miei alunni vivessero l’esperienza di andare oltre i pregiudizi: così hanno incontrato il direttore del carcere, si sono trovati a fare le prove generali a Marassi. Hanno conosciuto persone andando al di là di quello che avevano fatto e del perché fossero detenute. Una di quei primi quattro studenti, Giulia, anche se iscritta all’università ha voluto aiutarmi nel progetto di tutoraggio. Lo fa con passione».

«IN DEBITO CON I MIEI STUDENTI». Lo stesso amore per la scuola che Battista vive in prima persona. «Svolgere delle attività extrascolastiche del genere succhia molte energie. Spesso ho dovuto mettere in secondo piano anche la mia famiglia. Perché lo faccio? Anche io come Giulia, quando ero adolescente, ho vissuto un momento di crisi. Un’insegnante illuminata mi ha preso per mano e mi ha fatto scoprire quanto sia bella la scuola, o almeno un certo modo di fare scuola. È come se avessi un debito perenne nei suoi confronti. Inoltre ho avuto un grosso problema di salute, qualche anno fa. Non camminavo più. Chi mi ha presa letteralmente in braccio tra le corsie di un ospedale e mi ha fatto tornare a camminare sono stati alcuni miei ex alunni: questo è un altro grande debito che vorrei colmare».


sabato 3 gennaio 2015

Sentenza esemplare contro i bulli.

Barga (Lucca), 2 gennaio 2015 - Insulti a sfondo sessuale e razziale, spintoni e intimidazioni. Cinque bulli contro un loro compagno. Ma ora per la baby-gang c'è una pena: "condannati" dal tribunale dei Minori a studiare, ad avere buoni voti e a rincasare entro le 20, all'ora di cena. Saranno i servizi sociali a seguire il loro "ravvedimento". È accaduto tra Lucca, Barga, Capannori e Porcari all'inizio dell'anno scolastico.
Teatro degli atti di bullismo l'autobus che portava tutti i giorni i ragazzi a scuola, all'istituto alberghiero di Barga. I cinque - tra i 15 e i 17 anni, residenti a Capannori e a Porcari - avevano preso di mira un loro coetaneo, un sedicenne albanese che vive con la famiglia alla periferia di Lucca. Una volta saliti, costringevano il ragazzino a stare in piedi, lo offendevano. E, ancora, spinte, insulti, anche nei confronti dei genitori. I maltrattamenti andavano avanti da un po'. Tra i compagni si era diffuso il timore di finire bersaglio della gang: così nessuno interveniva e chi aveva tentato di farlo era stato minacciato.
Il sedicenne soffriva in silenzio, come fanno spesso i ragazzi, vergognandosi di non riuscire a reagire. Pare che il suo rendimento scolastico fosse calato e lui fosse sul punto di interrompere gli studi pur di sottrarsi alla violenza del gruppetto. Ma i genitori si sono accorti che qualcosa non andava e sono riusciti a farlo parlare. Da lì è scattata la segnalazione ai carabinieri che hanno denunciato i cinque ragazzi per stalking.
A metà dicembre il tribunale dei Minori di Firenze, su richiesta della Procura, aveva disposto la "permanenza in casa", una misura simile agli arresti domiciliari utilizzata nei confronti dei maggiorenni. Ora, il nuovo provvedimento: se i ragazzini non rispetteranno le indicazioni del tribunale potrebbero essere nuovamente messi ai "domiciliari".
Non è la prima volta che in Italia si sperimentano misure con scopo rieducativo per combattere il bullismo. Tra i più curiosi, il caso di due studenti bulli di un istituto professionale di Alba (Cuneo), costretti a restare in mutande per quasi un'ora nell'ufficio del preside. O quello dei due ragazzini di 15 e 16 anni di Bassano del Grappa, accusati di rapina ed estorsione nei confronti di alcuni coetanei, che sono stati condannati dal tribunale dei Minori di Mestre a fare volontariato, ad andare a messa tutte le domeniche, ad ottenere ottimi voti a scuola oltre a scusarsi con le vittime.

Bulli condannati a studiare, avere buoni voti e tornare presto a casa, "La Nazione", 2-01-15.


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Questa sentenza è particolarmente importante perché conferma ancora una volta che la scuola ha il diritto-dovere di stroncare nel modo più rigoroso anche quei comportamenti delinquenziali  -e comunque illeciti-  che si verificano al di fuori dell'istituto.

mercoledì 31 dicembre 2014

OCSE: l'Italia spende poco e male per l'istruzione.

A fine anno è ora di bilanci e ringraziamenti. L’Italia è scesa all’ultimo posto in Europa per percentuale di laureati, è penultima per spesa per l’università in rapporto al PIL ed anche ultima nell’OCSE per spesa pubblica destinata all’istruzione. Sono traguardi che non si raggiungono in un giorno, ma che sono il frutto di politiche mirate e perseveranti. In questi ultimi anni, la via ci è stata indicata, giorno dopo giorno, da una piccola schiera di editorialisti, giornalisti, economisti, opinionisti, politici e manager. Sono i maître à penser de noantri, di cui offriamo una breve antologia. A loro si addice la frase di Churchill:
«Mai così tanto fu dovuto da tanti a così pochi»

lunedì 15 dicembre 2014

Sopravviverà la scuola italiana fino al 2024 ? 2.

A scuola si passa gran parte della giornata e, purtroppo, in molti devono fare i conti non solo con prof, compiti e interrogazioni, ma anche con un clima da incubo. Oggi il governo presenta nuove proposte nate dalle consultazioni online su La Buona Scuola: tra queste ci saranno soluzioni a problemi strutturali che richiedono interventi immediati? Non è una novità infatti che nelle scuole ogni tanto i termosifoni si rompano o siano regolati male, ma secondo una ricerca di Skuola.net sta accadendo fin troppo spesso: su ben 6mila studenti solo il 30% sostiene che a scuola ci sia la giusta temperatura. Ben 1 ragazzo su 2 studia al freddo a scuola. Uno su 6, invece, lamenta il problema opposto: cioè che i termosifoni sono settati male, e quindi sono troppo caldi. Altre storie di termosifoni da incubo arrivano dagli stessi ragazzi che hanno partecipato al sondaggio: ecco cosa succede nelle classi quando il termosifone funziona male.
 
 
CLASSI AL POLO NORD... - Il 56% degli studenti denuncia: a scuola fa freddo. Infatti, per quasi il 29% i termosifoni sono regolati su una temperatura troppo bassa, mentre per un altro 27% non funzionano: o sono rotti (11%) o non vengono accesi perché costerebbe troppo (16%). Così, via libera a giacconi, sciarpe, coperte e stufe. Uno su due per combattere il freddo sta tutto il giorno con il cappotto, il 37% si veste molto pesante. Quasi il 4% si organizza con stufette e altri apparecchi, mentre il 7% porta le coperte.
 
...O AI TROPICI - Il 14% degli studenti ha il problema opposto: temperature troppo alte. La soluzione più comune, in questo caso, è aprire le finestre: lo sostiene ben il 67% dei ragazzi. Chi ci va di mezzo sono gli studenti che si trovano vicino al termosifone, che per combattere l'eccessivo calore sono costretti ad aprire le finestre ammalandosi di continuo. Il 27%, invece, ha ripescato dall'armadio le magliette a maniche corte. 

STORIE DA INCUBO SUI TERMOSIFONI - Ma cosa succede nelle classi, davvero tante, in cui è presente questo problema? Lo abbiamo chiesto agli stessi studenti durante la nostra indagine. Tra malanni, sprechi e sbalzi di temperatura, ecco le loro testimonianze sulla scuola vissuta ogni giorno.  
Barricati in classe con il giaccone - Alcuni giorni spesso indossiamo tutti il giaccone in classe, oppure teniamo sempre la porta e finestre chiuse per far scaldare l'ambiente anche se l'aria diventa molto pesante. Ma questo non ci importa, almeno si sta un pochino al caldo. 
Nessun patteggiamento - Nella nostra scuola il freddo è un problema comune a tutte le classi e, dopo averlo fatto presente alla preside, ci è stato risposto che il termosifone è regolato con la temperatura esterna quindi non si può alzare. (Padova) 
Tubi incrostati, classi al freddo - Ci dicono sempre che i tubi del riscaldamento non vengono puliti da anni e che c'è troppa polvere all'interno! E' una situazione che va avanti così da generazioni...le uniche aule riscaldate sono la presidenza la vicepresidenza e gli uffici vari, da anni ormai andiamo avanti con scaldini plaid e cappotti.
Termosifoni solo fino alla 4° ora - I termosifoni non sono sufficientemente caldi e vengono spenti in quarta ora, e per le volte che bisogna stare a scuola fino alle 14.30 fa freddino.
Spenti - Siamo a dicembre e non hanno ancora acceso i termosifoni.
Troppa spesa, portatevi le coperte - Nella mia scuola non vogliono accendere i riscaldamenti perché dicono consuma troppa luce e noi siamo costretti a stare con i cappotti e a portarci le coperte.
Un'ora sola ti vorrei - In classe i termosifoni vengono accesi solo dalle 7:30 fino alle 8:30 (all'incirca) fatto sta che dalla seconda ora in poi si muore di freddo soprattutto ai piani superiori che dovrebbero essere più riscaldati ed invece siamo costretti a mettere giacche o altro.
16 gradi in classe e niente da fare - Nella mia scuola abbiamo seri problemi di riscaldamento solo in un lato della scuola, il blocco B, ma anche se è stata fatto richiesta di modificare questa situazione, la preside in modo molto scortese ha risposto che lei non può fare niente e che bisogna chiedere direttamente alla Provincia. Successivamente la prof di riferimento della mia classe gentilmente si è informata e ci ha riferito che hanno sbagliato a fare l'impianto di quel blocco e non si può rifare, di conseguenza ci dovremmo tenere la situazione attuale: giaccone durante le lezioni per combattere i 16 gradi che si registrano in classe. (Rovigo)  
Stufe in giro per la scuola - Dipende dall'aula in cui stiamo, quando siamo in quella con i riscaldamenti rotti abbiamo una stufetta portatile che mettiamo in giro per riscaldarci e se il freddo aumenta parecchio usiamo anche delle coperte. 
Bronchite per tutti - Per alcuni di noi la situazione è davvero difficile sia d'estate sia d'inverno, il sole entra nella classe in modo aggressivo e chi si trova agli ultimi banchi davvero dopo un po' si sente male, diciamocelo chiaro, il sole in testa per 5 ore non è molto bello... quindi di estate fa caldo per il sole, di inverno il sole resta, ovviamente perché nonostante le nostre richieste non esistono tapparelle, il sole persiste, i termosifoni posti dietro le nostre spalle e bollenti peggiorano la situazione, per rinfrescarci un po' non ci resta altro che aprire le finestre, e io sono già alla seconda bronchite dell'anno, nessuno ci ascolta, niente tapparelle, niente abbassamento della temperatura dei termosifoni e chi ci rimette siamo sempre noi dei mitici ultimi banchi. (Avellino) 
Due ore di riscaldamento - Nella nostra scuola i termosifoni vengono lasciati accesi per circa due ore poi arriva il freddo, considerando che stiamo li dentro per circa 6 ore, non è il massimo.  
Termosifoni illogici - Il riscaldamento è debole e spesso spento. La scuola è enorme, i caloriferi posizionati senza nesso logico, tipo 4 in due metri quadri e poi nessuno per 40 metri.
Riscaldamento in tilt - Ogni anno, in questo periodo, il sistema di riscaldamento va in tilt e intere classi si ritrovano al freddo. Per riscaldarci portiamo borse dell'acqua calda elettriche, coperte o indossiamo semplicemente i nostri giubbotti. Nonostante le richieste delle rappresentanti, la situazione non cambia e la scuola rimane aperta. 
30 minuti al caldo - I termi sono accesi per i primi 30 minuti della prima ora di lezione, poi si muore di freddo! 
Termosifoni a metà - I caloriferi vanno...si...per metà, letteralmente per metà, da una parte è caldo e dall' altra parte è freddo...nonostante ciò abbiamo i pinguini in classe che gironzolano con le loro palline di neve! Passiamo dalle 5\6 ore in classe e la maggior parte con i cappotti pesanti...non si può.... 
I soldi non bastano - Purtroppo non riescono a star dietro ai costi del riscaldamento, alle 11 li spengono e ci son persone che hanno il rientro fino alle 16. (Genova)
Tra caldo e freddo...il malanno! - Ragazzi che stando seduti vicino al termosifone si sentono male per il caldo, costretti ad aprire le finestre con caldo e freddo molti gli ammalati
Spreco di energia - I riscaldamenti sono abbastanza inutili poiché molte finestre sono ancora rotte quindi rimangono aperte. Inoltre le infiltrazioni del tetto nell'ultimo piano non aiutano.
Dalla padella alla brace - Fino alla metà del mese di Novembre il riscaldamento era completamente spento ("la provincia non ci da i soldi"), poi è stato attivato e attualmente nelle classi vi è un caldo insopportabile, se i custodi non se ne accorgono abbiamo l'abitudine di chiudere i condotti dei termosifoni, perché la situazione è davvero insopportabile. (Siena)
 

domenica 14 dicembre 2014

Tempi duri a Londra per chi sputa a terra.

I municipi di Londra si riuniranno giovedì per fissare l'entità della multa da imporre a chi viola il divieto di sputare per terra, regola di convivenza civile troppo spesso disattesa. Secondo l'Evening Standard, si trovera' un accordo sull'imposizione di una multa pari a 80 sterline (100 euro) per chi sputa in pubblico. Lo sputare è stato definito "comportamento antisociale che ha un impatto sulla qualità della vita".
La decisione arriva dopo che le autorità locali della capitale hanno fatto ampie consultazioni. Lo sputare è stato definito ''comportamento antisociale che ha un impatto sulla qualita' della vita''. Il divieto potrebbe essere applicato anche a chi gioca a calcio nei parchi pubblici. L'unico modo di evitare la multa sarà quello di avere una ''scusa ragionevole'' come ad esempio una malattia.

Già è in vigore una norma rigidissima ad Enfield, a nord di Londra, che prevede per chi sputa il rischio di finire in tribunale e ricevere una contravvenzione fino a 500 sterline.

Londra multa chi sputa a terra: pratica antisociale, TGcom 24, 10-12-14.

sabato 6 dicembre 2014

Gufi anche loro ? S&P boccia la politica economica del governo.

Schiaffo di Standard & Poor’s all’Italia. Ed è uno schiaffo che fa male, perché il downgrade deciso dall’agenzia finanziaria statunitense porta il rating del nostro Paese quasi al livello «spazzatura»: BBB- da BBB. Solo un gradino più in alto del livello “junk”. L’outlook sulle prospettive economiche è invece «stabile». 

Un colpo duro da incassare in un momento di massimo sforzo del governo Renzi sul fronte delle riforme. «Non è una bocciatura del Jobs Act», si appresta a commentare Palazzo Chigi: «Ci dicono che le riforme vanno bene, ma che bisogna andare più veloci», che ci sono «elementi buoni nelle riforme ma non tali da compensare il debito e risvegliare a breve l’economia». Ma al di là delle reazioni ufficiali, chi ha avuto modo di sentire Matteo Renzi dopo che la scure di S&P si è abbattuta sul nostro Paese parla di un premier amareggiato, che non avrebbe nascosto la sua delusione per il trattamento inflitto a un’Italia che sta tentando in tutti i modi di imboccare con decisione la strada del cambiamento. 

«Lo spread è sceso sotto i 120 - aveva detto il premier in giornata - ma essendo buona notizia, non va oltre i trafiletti. Solo per ricordare: eravamo a 200 nove mesi fa. Duecento». 

Standard & Poor’s spiega come a pesare sulla sua decisione sia stato un mix di preoccupazioni tra una crescita molto basa e un debito pubblico ancora enorme. «Secondo i nostri criteri - scrivono gli analisti dell’agenzia - un forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e da una bassa competitività non è compatibile con un rating BBB». Certo, lo sforzo sul fronte delle riforme viene riconosciuto: «Prendiamo atto che il premier Renzi ha fatto passi avanti col Jobs Act», si spiega nel rapporto di S&P, in cui però si esprime un certo scetticismo: «Non crediamo che le misure previste creeranno occupazione nel breve termine’’. E i «decreti attuativi» della riforma - si aggiunge - potrebbero «essere ammorbiditi», e ciò «potrebbe accadere alla luce di una opposizione crescente». 

Dal Tesoro non arrivano commenti ufficiali. Ma in realtà il ministro Pier Carlo Padoan aveva già detto la sua in giornata: «Il nostro debito è sostenibile», e per capirne la sostenibilità «occorre guardare al surplus primario, che solo la Germania con l’Italia ha mantenuto positivo». E se il nostro debito dovesse salire - spiega Padoan - non è colpa dell’Italia. Se ci fosse un’inflazione in equilibrio all’1,8%, una crescita reale dell’1% e una crescita nominale di circa il 3%, il debito pubblico sarebbe in un sentiero di discesa rapidissimo». 

S&P gela l’Italia: “Rating quasi spazzatura. Jobs Act passo avanti ma rischi sull’attuazione”, "La Stampa", 5-12-14.

Ferma presa di posizione di una Preside.

Al Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale 
per la Campania Dott.ssa Luisa Franzese
Al Ministro dell’Istruzione On. Prof.ssa Stefania Giannini
E p. c. A tutte le scuole secondarie di secondo grado della Provincia di Napoli

Sono stata invitata a partecipare a un incontro con il Sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, on. Davide Faraone, che sarà a Napoli mercoledì prossimo, 10 dicembre, presso l’ISIS “Sannino-Petriccione”.
Desidero esplicitare i motivi per i quali, pur ringraziando per l’invito, non parteciperò all’incontro. Da quindici giorni, nella scuola che dirigo, i professori ed io stessa siamo impegnati in un dialogo incessante, quotidiano – a tratti molto difficile – con gli studenti, sulle modalità e sui limiti con le quali ed entro i quali una protesta può accrescere la consapevolezza e rafforzare il senso civico di ciascuno, risultando proficua per la comunità nella quale viviamo – in primo luogo, quella scolastica.
Ci siamo a lungo confrontati, abbiamo discusso – anche vivacemente - sulla necessità di rispettare le regole che danno forma a qualunque attività, sia individuale, sia, a maggior ragione, collettiva.
Abbiamo stigmatizzato le derive qualunquiste e pre-natalizie, i riti di iniziazione privi di contenuti e di motivazioni ideali; soprattutto, abbiamo chiarito che le occupazioni sono illegali, perché violano almeno due articoli del codice penale, senza se e senza ma.
Abbiamo commentato, costernati e impotenti, i danni - per centinaia di migliaia di euro – provocati, non per la prima volta, dalle occupazioni in alcune scuole della città di Napoli.
Abbiamo analizzato gli altri danni – primo tra tutti, la negazione del diritto allo studio e l’interruzione di un servizio pubblico – provocati dalle occupazioni, delle quali pagano sempre il prezzo più alto gli studenti diversamente abili e quelli didatticamente più deboli, meno motivati.
La scuola che dirigo non è stata occupata; l’attività didattica è continuata, anche se è stata declinata, per una settimana, secondo modalità alternative, per rispondere al bisogno degli studenti di interrogarsi su categorie storiche, su fenomeni politici, su fatti dell’attualità e della cronaca.
Non ho, pertanto, né il tempo, né alcun motivo di incontrare l’on. Faraone, che in un sorprendente articolo pubblicato sulla “Stampa” del primo dicembre definisce le occupazioni scolastiche “una lotta all’apatia”, le considera “più formative delle ore passate in classe”, le considera momenti privilegiati durante i quali “si seleziona la classe dirigente”, nonché l’unica occasione in cui le aule scolastiche “appaiono calde e umane”, pronube di meravigliosi amori “consumati in quei sacchi a pelo”, all’interno dei quali tanti “ragazzi e ragazze hanno trovato l’anima gemella”.
Sono tra i firmatari della petizione, promossa dal “gruppo di Firenze”, per le dimissioni dell’on. Faraone, che non rappresenta le istituzioni in cui credo. Credo, invece, con Massimo Recalcati, che un’ora di lezione possa cambiare la vita, e che la scuola alla vita possa e debba dare forma.
Con i migliori e più cordiali saluti,
prof.ssa Silvia Parigi
Dirigente Scolastico del Liceo “Comenio” di Napoli

Questa lettera compare sul sito del liceo "Comenio" di Napoli ed è stata ripresa da diverse testate  (tra cui "La Stampa").
V. anche:
Gruppo di Firenze, 6-12-14, Una preside si rifiuta di incontrare il sottosegretario Faraone, 6-12-14.

Roma Capitale. Di cosa ? 11.

Alla prestigiosa Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma non succedeva dal 1998, quando a prendere il volo furono addirittura due Van Gogh e un Cezanne, tutte opere poi ritrovate nel luglio dello stesso anno. Sedici anni dopo quel furto così clamoroso il museo romano torna alla ribalta delle cronache con la sottrazione, questa volta di un’opera in bronzo, il delizioso “Bambino Malato” di Medardo Rosso, un piccolo capolavoro, stimato intorno ai 500 mila euro, che fa parte della collezione del museo e che era in mostra in queste settimane inserito nel percorso della rassegna dedicata a Secessione e Avanguardia. 

L’allarme nel pomeriggio, dopo che gli addetti alla vigilanza si sono accorti della sparizione della piccola testa in bronzo. Erano le 16 e 30. La scultura rubata si trovava nella sala 48. Il sistema d’allarme era regolarmente in funzione, verrà spiegato poi agli inquirenti, così come le telecamere, puntate sulle opere in mostra. Chiamati dai custodi sono arrivati i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, che hanno assunto il comando dell’indagine. E che a tarda sera si trovavano ancora nel museo, insieme con la direttrice Maria Vittoria Marini Clarelli per visionare i filmati delle telecamere e fare tutti gli accertamenti necessari cercando di ricostruire le modalità del furto. 

Importante esponente dell’impressionismo, Medardo Rosso ( 1858-1928) eccelleva proprio nei ritratti di bambini. Il Bambino Malato, ritenuto tra le sue opere più riuscite, lo scolpi’ tra il 1893 ed il 1895 dopo la degenza in un ospedale parigino, la città dove visse per un lungo periodo e dove espose al Salon des artistes Francais e al Salon des Independents. La Gnam possiede una importante e preziosa collezione delle sue sculture. 

Il precedente clamoroso del furto alla Galleria d’Arte Moderna risale al 20 maggio del 1998 quando vennero rubate due tele di Van Gogh, «Il giardiniere» e «L’Arlesiana» e un Ce’zanne, il «Cabanon de Jourdan». Tutte le opere verranno ritrovate il 6 luglio dello stesso anno. L’anno successivo, il 26 gennaio del 1999, un altro brutto episodio: un uomo, Piero Cannata, viene fermato dai carabinieri per aver imbrattato con un pennarello una tela di Jackson Pollock «Sentieri ondulati» del 1947. «L’ho fatto perché era l’unico modo per poter parlare con un magistrato», dirà dopo. Alle forze dell’ordine Cannata era già conosciuto: nell’autunno del 1991 aveva rotto con una martellata il secondo dito del piede sinistro del David di Michelangelo a Firenze. Nel caso del Pollock per fortuna il danno non fu grave, la tempestività dell’intervento degli addetti alla sicurezza fece sì che il quadro non venisse scalfito. 

mercoledì 3 dicembre 2014

Italia fuori dall' eurozona ? Sempre più probabile.

"Uno dei motivi per cui oggi esiste l'euro è l'ampio consenso politico - denuncia il settimanale tedesco Der Spiegel - in tutti quei Paesi che più tardi l'avrebbero adottato. E anche l'approvazione dei partiti all'opposizione è stata importante perché, nel corso dei 15 anni, quasi tutti sono saliti al governo: l'Spd in Germania, i Socialisti in Francia e in Spagna."


Vedi anche:

"La situazione è diversa invece in Italia - scrive lo Spiegel - dove tutti i partiti all'opposizione sono contrari all'euro. I Socialdemocratici intorno al segretario Matteo Renzi hanno una larga maggioranza in Parlamento e vantano di un grande - seppur non più schiacciante - consenso nella popolazione. Ma nelle democrazie prima o poi le opposizioni vanno al governo ed ora e' quindi importante sapere - precisa il tedesco "Spiegel" - se un simile governo attuerebbe una politica anti-euro".

LA SITUAZIONE POLITICA - Il settimanale tedesco ha così analizzato l'attuale situazione politica italiana in relazione alla permanenza nell'Eurozona: "Prima delle elezioni europee il Movimento 5 Stelle, il più grande partito all'opposizione, si era detto favorevole ad un referendum sull'euro. Fino a quel momento il Movimento era si' euroscettico, ma la sua posizione non era drastica come lo è oggi. Di recente il suo leader, Beppe Grillo, si è schierato, dichiarando che i 5 Stelle vogliono lasciare l'eurozona il prima possibile.


Alle elezioni regionali in Emilia Romagna il Partito democratico di Renzi ha vinto, ma la Lega Nord ha ottenuto un successo grande e imprevisto. La Lega Nord ha abbandonato le velleità di secessione del Nord Italia, per avviare invece una crociata contro l'euro: una posizione che è stata premiata dagli elettori.


E Silvio Berlusconi ha accolto questa situazione con grande favore: ovviamente l'ex cavaliere non è mai stato un europeista convinto - aggiunge lo Spiegel - e, da opportunista qual è, anche lui adesso mette in dubbio il futuro dell'euro. Ma non solo: il suo partito, Forza Italia, chiede di riconquistare la sovranità monetaria, introducendo allo stesso tempo una moneta parallela che venga scambiata liberamente con l'euro.

PROSPETTIVE SENZA EURO - Stipendi, salari e naturalmente anche i prezzi dei prodotti verrebbero pagati con questa nuova moneta. Inizialmente il vecchio euro affiancherebbe la nuova moneta italiana con un cambio uno a uno: successivamente la nuova moneta verrebbe emessa liberamente - operazione che farebbe subito crollare la sua quotazione del 50 per cento. In un colpo solo, quindi, l'Italia diventerebbe nuovamente competitiva. Ma per il resto dell'eurozona questo sarebbe il peggiore di tutti i possibili scenari di crisi.

E' vero però che dall'entrata nell'euro l'Italia non è più cresciuta: la disoccupazione è alta, quella giovanile spaventosa, conclude Der Spiegel - e quindi l'uscita dall'euro è ampiamente giustificata.

Una firma contro l'elogio delle occupazioni studentesche.

È infatti inammissibile, anche per chi non sia affatto animato da ostilità politica pregiudiziale, che resti al suo posto di governo chi legittima le occupazioni e anzi ne esalta senza riserve il ruolo formativo, dimostrando di non rendersi conto di quello che è in gioco: educazione alla legalità, rispetto dei beni comuni, immagine della scuola pubblica, diritto allo studio. 
Il suo intervento disconosce e rischia di vanificare il difficile lavoro dei docenti e in modo particolare dei dirigenti in quanto responsabili degli istituti scolastici, che hanno affrontato queste situazioni senza rinunciare al loro ruolo, quasi sempre lasciati soli da tutte le istituzioni: ministri, magistrati, forze dell’ordine.
L’on. Faraone, per di più, accompagna l’elogio delle occupazioni con frasi che svalutano l’attività didattica, definendo le occupazioni “esperienze di grande partecipazione democratica, in alcuni casi più formative di ore passate in classe”. Per molti ragazzi, aggiunge, è stata “l’esperienza più bella della propria adolescenza in quelle classi che per una volta apparivano calde e umane”.E via di questo passo, con l’immancabile offerta di “ascolto, ascolto, ascolto”. Ma ascoltare non significa compiacere.
Pazienza  se fossero, questi, solo i ricordi nostalgici di un cittadino qualsiasi. Sono invece le parole di un rappresentante delle istituzioni, che dovrebbe ricordare ai ragazzi quali sono i loro diritti, ma anche i loro doveri. Nessun cenno, nell’articolo, al fatto che la scuola è un servizio pubblico pagato dai contribuenti, e che ogni giorno di interruzione delle lezioni è un grave spreco di risorse, per non parlare dei frequenti danni agli ambienti e alle attrezzature. Tanto meno si ricorda che la scuola pubblica non appartiene né ai dirigenti, né agli insegnanti, né agli studenti, ma alla collettività; e che quindi nessuno, per nessun motivo, ha diritto di appropriarsene e di impedirne l’uso ad altri. Non ci sono dunque occupazioni buone e occupazioni cattive, ma tutte sono per molte ragioni inammissibili, oltre che screditate. Se è vero che la formazione politica è cosa seria e importante, gli studenti possono utilizzare gli spazi che hanno già a disposizione, come le assemblee mensili, e programmare insieme ai docenti, come già avviene in più di un istituto, giornate di dibattito e di approfondimento su temi di loro interesse.
In un paese devastato dall’assenza di legalità a tutti i livelli, insomma, chi ha incarichi di governo dovrebbe essere esempio di rigore e di coerenza nel rispetto delle leggi e delle istituzioni. Per questo riteniamo che il sottosegretario Faraone non possa continuare a ricoprire questo ruolo.

Chiediamo le dimissioni del sottosegretario Davide Faraone, che ha elogiato le occupazioni studentesche, per grave inadeguatezza al suo ruolo istituzionale, 2-12-14.

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V. anche:

lunedì 1 dicembre 2014

Come apprendere meglio le lingue straniere.

Anki, un programma che aiuta ad imparare  (tra l'altro)  le lingue straniere.


Sopravviverà la scuola italiana fino al 2024 ? 1.

Come ha scritto Giorgio Israel: "Non ci sono parole. Queste sono le mani in cui è la scuola italiana. Tanto per confermare il detto che al peggio non c’è mai un limite.".

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Non basta il suono di una campanella per fermare l’energia che si crea, cresce e muove in una scuola per poi contagiare il mondo fuori. Ho partecipato anche io ad occupazioni ed autogestioni scolastiche. Esperienze di grande partecipazione democratica che ricordo con piacere. 

In alcuni casi più formative di ore passate in classe. Io le “istituzionalizzerei” pure, se non fossi convinto di svilirne il significato. Il governo crede così tanto nell’autonomia scolastica che pensiamo che i singoli istituti potrebbero prevedere, se lo ritenessero utile, momenti simili, di autogestione programmata, come esperienza curricolare da far fare ai ragazzi. 

Scuola è didattica, scuola è studio, ma non può essere solo ragazzi seduti e cattedra di fronte. Io ho maturato la mia voglia di fare politica, proprio durante un’occupazione. 
E chissà quanti hanno cominciato a fare politica, o vita associativa, o hanno scoperto la passione civile, proprio partendo da questa esperienza. O ancora, quanti sono diventati leader in un’azienda, dopo essere stati leader durante un’occupazione studentesca. Anche in quei contesti si seleziona la classe dirigente. Quanto valgono poi, le notti passate a dormire in istituto. Io le ricordo ancora oggi nitidamente. Ricordo ragazzi del mio quartiere, che non potevano permettersi nemmeno un campeggio, aver passato l’esperienza più bella della propria adolescenza, dentro i sacchi a pelo in quelle classi che per una volta apparivano calde e umane. O quanti amori si sono consumati in quei sacchi a pelo e quante ragazze o ragazzi hanno trovato la propria anima gemella. 

Una scuola, la sua struttura, i suoi laboratori, le sue palestre, le sue persone migliori non possono chiudere un secondo dopo il suono della campanella. Pensate che spreco in quartieri come lo Zen a Palermo o Scampia a Napoli, Quarto Oggiaro a Milano o Corviale a Roma. Il degrado e l’abbandono oltre l’inferriata, mentre potrebbe esserci l’armonia in quegli istituti. 

Durante la consultazione per “La Buona Scuola” le assemblee con gli studenti sono state magari le più difficili, ma spesso le più interessanti, quelle da cui ci sono arrivate le proposte e le critiche più innovative. Ovviamente là dove ci hanno portato le loro idee e non ripetuto a pappagallo quelle degli adulti. 

Quando non sono la moda del “liceo dei fighetti”, non sono fatte per scimmiottare i loro padri e i loro nonni, quando non sono la ripetizione stanca di un rito d’altri tempi; quando non sono caricature, le occupazioni e le autogestioni sono fenomeni spontanei e vanno prese sul serio. E noi prenderemo sul serio chi ha qualcosa da dire, rifiutando ogni forma di violenza e devastazione. La scuola è un bene comune: chi lo deturpa o - peggio - lo vandalizza si esclude dal confronto e merita solo la punizione più severa prevista dalle nostre leggi.  

Nessuna istigazione ad occupare le scuole, ovviamente. Vorrei evitarmi la solita ramanzina di Giorgia Meloni, che dopo aver detto a Del Piero in che squadra deve giocare, dopo che ha spiegato ai genitori e ai bambini come essere felici, spieghi a me che devo essere responsabile e non spingere i ragazzi all’anarchia e alla rivoluzione. Ma i ragazzi sappiano che se ci chiameranno nelle loro scuole per discutere o per contestare la riforma, il governo sarà lì. Parteciperà alle assemblee studentesche per promuovere le sue idee, per ascoltare nuove e migliori proposte. 

La politica non può avere paura di nessun luogo di confronto civile e democratico. Maggiormente se ispirato dai ragazzi. Molti di loro non saranno mai in nessun circolo di partito. Alcuni si rifiutano di leggere i giornali e non guardano i talk show in tv perché sdegnati dalla politica. Magari qualunquismo e disincanto hanno prevalso nelle loro menti. Se quei momenti contribuiranno a superare la rassegnazione e l’apatia, se stimoleranno la partecipazione, il governo ha il dovere di esserci. 

Ascolto, ascolto, ascolto. È questo il metodo che ci siamo dati per tutte le riforme messe in campo. Naturalmente, la democrazia funziona se ad un certo punto si smette di discutere e si decide. Anche questa è una prerogativa alla quale il governo Renzi non è mai venuto meno: se non si decide si è irrilevanti e inutili e non ce lo possiamo permettere. A maggior ragione se è in gioco la cosa più preziosa che abbiamo: la nostra scuola, il nostro futuro.  

Davide Faraone, Le occupazioni scolastiche, una lotta all’apatia, "La Stampa", 1-12-14.